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PNRR: i numeri dicono che funziona. I territori dicono un’altra cosa?

da 28 Marzo 2026Politica0 commenti

Il più grande piano di investimenti della storia repubblicana rischia di diventare il più grande esercizio di contabilità creativa?

di Francesco Giannetta — Marzo 2026


Sulla carta, il PNRR italiano è una storia di successo. L’Italia ha incassato 153,2 miliardi di euro dall’Unione Europea — il 78,8% della dotazione totale. Ha raggiunto 366 traguardi e obiettivi su 575, il 64%. È il paese con il maggior numero di target conseguiti in Europa. Il governo dichiara che il 75,6% dei progetti risulta in chiusura o completato.

Ma c’è una domanda che nessuno sembra voler fare ad alta voce: a cosa corrispondono questi numeri nella vita reale delle persone?

Perché se usciamo dalle piattaforme di monitoraggio e andiamo a guardare i territori — soprattutto quelli del Mezzogiorno, soprattutto i piccoli Comuni, soprattutto le aree interne — il quadro che emerge è radicalmente diverso.


La contabilità del successo

Bisogna capire come funziona il meccanismo. L’Europa eroga le rate non sulla base dei risultati concreti prodotti per i cittadini, ma sul raggiungimento di “milestone” e “target” — traguardi procedurali e obiettivi misurabili definiti nei documenti di Piano. Un target può essere “pubblicare un bando”, “aggiudicare un appalto”, “approvare una riforma”. Non necessariamente “costruire l’ospedale”, “attivare il servizio”, “far funzionare il treno”.

Questo significa che è possibile — ed è esattamente quello che sta accadendo — incassare le rate europee pur avendo speso concretamente solo il 39% dei fondi. Sei euro su dieci stanziati non si sono ancora tradotti in opere finite, servizi attivati, infrastrutture funzionanti. L’Italia ha preso i soldi dall’Europa, ma non li ha ancora trasformati in realtà per i cittadini.

E il tempo sta finendo. Il 31 agosto 2026 è la scadenza definitiva: qualsiasi azione intrapresa dopo quella data non sarà considerata valida. Non ci saranno proroghe — la Commissione Europea lo ha ripetuto in ogni occasione possibile.


Il gap tra i numeri e la realtà

Prendiamo le voci che più dovrebbero trasformare la vita quotidiana delle persone, soprattutto al Sud.

I collegamenti ferroviari ad alta velocità verso il Mezzogiorno: stanziati 7,4 miliardi, spesi il 28%. Chi prende il treno da Lecce per Roma lo sa: non è cambiato nulla. I tempi di percorrenza sono gli stessi. Le stazioni sono le stesse. I binari sono gli stessi.

Lo sviluppo del trasporto rapido di massa: 5,2 miliardi stanziati, spesi il 27%. Nelle città del Sud le linee metropolitane e tramviarie restano un miraggio. Il trasporto pubblico locale è ancora quello di vent’anni fa — dove esiste.

Le connessioni Internet veloci, banda ultra-larga e 5G: 5,3 miliardi stanziati, spesi il 29%. In molte aree interne del Mezzogiorno la fibra ottica rimane una promessa. Chi lavora da remoto da un piccolo comune salentino sa di cosa stiamo parlando.

Le politiche attive del mercato del lavoro: 3,5 miliardi stanziati, spesi il 20%. I centri per l’impiego dovevano essere rivoluzionati, integrati con i servizi sociali, potenziati con personale qualificato. Nella realtà, chi cerca lavoro al Sud trova gli stessi sportelli con le stesse code e la stessa impotenza.

Gli alloggi per studenti universitari: 1,2 miliardi stanziati, spesa effettuata zero. Zero. Non un euro trasformato in un posto letto. In un paese dove l’emergenza abitativa per gli studenti fuorisede è ormai cronica.

Sono numeri che dovrebbero far rumore. Ma sulla piattaforma ReGiS, molti di questi investimenti risultano “in corso” o “in fase di completamento”. Il bando è stato pubblicato. L’appalto è stato aggiudicato. Il contratto è stato firmato. Sulla carta, il processo è “avviato”. Nella realtà, il cantiere non c’è, il servizio non esiste, il cittadino non vede nulla.


Le sei vite del Piano: dalle origini alle rimodulazioni

Il PNRR nasce sotto il governo Conte II, che nel gennaio 2021 approva la proposta di Piano dopo gli Stati Generali dell’Economia e un confronto ampio con categorie produttive, parti sociali, enti territoriali. Il Piano si articolava in sei missioni e sedici componenti, con tre assi strategici: digitalizzazione, transizione ecologica, inclusione sociale. La coesione territoriale e il riequilibrio Nord-Sud erano priorità trasversali dichiarate.

Trasmesso alla Commissione dal governo Draghi e approvato nel luglio 2021, il Piano è stato da allora sottoposto a sei revisioni formali. La più incisiva è quella del governo Meloni nell’agosto 2023, che ha ridisegnato l’architettura del Piano con tre operazioni decisive.

Prima: lo spostamento massiccio di obiettivi dal 2024-2025 all’ultimo semestre del 2026. Una scelta che ha alleggerito la pressione politica nel breve termine, ma ha creato un imbuto finale in cui oltre il 28% degli obiettivi dell’intero Piano — 159 traguardi — devono essere raggiunti negli ultimi sei mesi. Come infilare il lavoro di cinque anni nell’ultimo trimestre di scuola.

Seconda: il definanziamento di misure destinate ai Comuni, soprattutto in materia di efficienza energetica, rigenerazione urbana e piani urbani integrati. Erano interventi di medio-piccola dimensione destinati ai territori. Sono stati tagliati e promessi a rifinanziamento tramite il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione — una promessa che non equivale a una certezza.

Terza: l’accentramento della governance a Palazzo Chigi con l’eliminazione dell’Agenzia per la coesione territoriale. Una riorganizzazione che la Corte dei Conti ha criticato per i rischi di rallentamento e che ha prodotto, di fatto, una discontinuità nella macchina amministrativa proprio nel momento in cui serviva continuità.


I piccoli Comuni: i grandi esclusi

Se c’è un luogo dove il fallimento del PNRR si tocca con mano, sono i piccoli Comuni del Mezzogiorno. Il Coordinamento Nazionale dei Piccoli Comuni Italiani non usa mezze parole: trenta miliardi di euro a disposizione per il Sud, e il risultato è desolante. Assenza di progetti strutturali, investimenti inefficaci, gestione priva di visione strategica.

Le Regioni mostrano un tasso di impegno fermo al 43,7%. La Puglia ha ricevuto circa 9 miliardi, ma la capacità di trasformarli in interventi concreti varia enormemente tra le aree urbane e quelle interne. Secondo l’Istat, circa il 7% della popolazione pugliese vive in Comuni con livelli di fragilità molto alta o massima. Il Subappennino Dauno, l’Alta Murgia, l’entroterra barese, ampie porzioni del Salento meno turistico: pesano la distanza dai presìdi sanitari, la difficoltà di accesso ai servizi scolastici, i problemi di mobilità, lo spopolamento e l’invecchiamento.

Erano esattamente i problemi che il PNRR doveva risolvere. Il Piano destinava il 40% delle risorse al Mezzogiorno e faceva della coesione territoriale una priorità trasversale a tutte le missioni. Ma destinare risorse non significa trasformare territori. Tra lo stanziamento sulla carta e il cantiere aperto sul terreno c’è un abisso che si chiama capacità amministrativa, e che nessun decreto ha saputo colmare.

I piccoli Comuni hanno ricevuto 40.000 euro l’anno per assumere personale a tempo determinato per il PNRR. Figure a contratto che scadono il 31 dicembre 2026. Persone che stanno imparando a gestire procedure complesse proprio mentre il Piano sta finendo. Una soluzione che assomiglia più a un cerotto su una ferita strutturale che a una strategia.


La Puglia: segnali positivi e fragilità irrisolte

In Puglia, la sanità territoriale mostra avanzamenti reali. Al dicembre 2025 erano avviati i lavori per 105 Case di Comunità su 121 previste. La Regione stima 123 Case operative entro giugno 2026, superando il target rimodulato. Ma anche qui, la parola chiave è “rimodulato”: 16 strutture previste nel piano originale non saranno attivabili nei tempi del PNRR e dovranno essere finanziate con altre risorse.

E anche dove le strutture sanitarie verranno costruite, resta la domanda: con quale personale funzioneranno? Con quali medici di base? Con quale rete di trasporto per raggiungerle? Una Casa di Comunità senza medici e senza autobus è un edificio, non un servizio.

L’occupazione nel Mezzogiorno ha raggiunto il 50,1% nel secondo trimestre 2025, il dato più alto dal 2004. Un segnale positivo, ma che va contestualizzato: è comunque 20 punti percentuali sotto la media del Nord. E quanto di quell’occupazione è legata ai contratti temporanei generati dal PNRR stesso — destinati a scadere con il Piano?


L’impatto economico: promesse ridimensionate

L’impatto del PNRR sulla crescita del PIL è stato progressivamente rivisto al ribasso. Dal +0,9% stimato nel DEF di aprile 2024 si è passati a un +0,1%. Le stime scontano non solo un ritardo nell’implementazione, ma anche un peggioramento nel grado di efficienza nella spesa, passato da “alto” a “medio”.

Secondo Unimpresa, tra i 20 e i 30 miliardi slitteranno oltre il 2026. Non andranno perduti, ma non produrranno l’impatto previsto. E dopo la fine del PNRR, per evitare un buco nella crescita serviranno misure nazionali compensative stimate in 15 miliardi l’anno. Soldi che al momento non ci sono.

Il rischio è quello di un Piano che funziona perfettamente sulla carta — rate incassate, target raggiunti, piattaforme aggiornate — ma che lascia i territori esattamente come li ha trovati. O peggio: con aspettative tradite e un senso di occasione perduta che sarà difficile da recuperare.


La trasparenza: un problema nel problema

A tutto questo si aggiunge un deficit di trasparenza che rende ancora più difficile valutare lo stato reale del Piano. L’Osservatorio Civico PNRR ha segnalato alla Commissione Europea l’assenza di un confronto strutturato con la società civile, presente negli anni precedenti e progressivamente venuto meno. Dal novembre 2024, organizzazioni come il Centro Studi di Confindustria non hanno più accesso diretto alla piattaforma ReGiS e devono basarsi su dati parziali pubblicati sul portale Italia Domani.

Viene da chiedersi: se tutto sta procedendo così bene come dichiarano i comunicati del governo, perché è così difficile accedere ai dati per verificarlo?


La domanda che nessuno fa

Il PNRR è stato presentato come l’occasione irripetibile per trasformare l’Italia. Un piano da oltre 220 miliardi complessivi — contando il Fondo Complementare — per colmare divari storici, modernizzare la pubblica amministrazione, rilanciare il Mezzogiorno, creare le infrastrutture per il futuro.

A cinque mesi dalla scadenza, la domanda da porsi non è se l’Italia riuscirà a incassare tutte le rate. Probabilmente sì, a costo di ulteriori rimodulazioni e acrobazie contabili. La domanda è un’altra: quando il PNRR sarà formalmente concluso, i cittadini del Mezzogiorno, delle aree interne, dei piccoli Comuni si accorgeranno che è esistito?

Chi prende il treno da Lecce viaggerà più veloce? Chi vive in un comune di 3.000 abitanti avrà un presidio sanitario raggiungibile? Chi cerca lavoro troverà un centro per l’impiego che funziona? Chi studia fuorisede troverà un alloggio? Chi ha un’impresa avrà la banda larga?

Se la risposta a queste domande è no, allora non importa quanti target risultano raggiunti su ReGiS. Il PNRR avrà fallito il suo obiettivo reale. E la colpa non sarà dell’Europa che ci ha dato i soldi, ma di chi quei soldi doveva trasformarli in cambiamento.

È la stessa analisi che facevamo vent’anni fa, ragionando di sviluppo territoriale attorno a un tavolo nel Salento. I problemi erano gli stessi. Le soluzioni proposte erano le stesse. La differenza è che stavolta c’erano i miliardi per realizzarle. E la domanda resta: li abbiamo usati davvero?


Fonti: Settima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR (dicembre 2025), Corte dei Conti sezione Autonomie (gennaio 2026), Osservatorio Civico PNRR, OpenPNRR di Openpolis, Centro Studi Confindustria, Unimpresa, Coordinamento Nazionale Piccoli Comuni Italiani, Gazzetta del Mezzogiorno, Il Fatto Quotidiano, Il Mulino, Camera dei Deputati — Portale PNRR, Istat.

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