Campo largo: prima il programma, poi il leader. Spunti per un’Italia democratica, socialista e liberale
di Francesco Giannetta
La vittoria del No e la sfida del programma
Il referendum sulla separazione delle carriere ha restituito al campo progressista una certezza che mancava da tempo: l’Italia che si oppone alla deriva della destra non è minoritaria. Il No ha superato il 53%, un risultato che va oltre le più ottimistiche previsioni e che segna, nei fatti, la prima vera sconfitta politica del governo Meloni.
Giuseppe Conte è stato il primo a leggere il significato profondo di questa vittoria, aprendo con coraggio alla prospettiva delle primarie — ma con una precisazione fondamentale che troppi hanno ignorato: “Prima il programma, poi l’interprete.” Non un’accelerazione personalistica, dunque, ma un invito alla partecipazione democratica. E non a caso i sondaggi lo premiano: secondo le rilevazioni dell’Istituto Noto, il 43% degli elettori del campo largo lo indica come candidato più competitivo, e il 55% considera le primarie il metodo migliore per scegliere il leader.
Schlein si è detta disponibile, Renzi ha appoggiato l’idea, mentre AVS ha preferito spostare l’attenzione sulle proposte concrete — dal salario minimo alla sanità. Posizioni diverse ma non incompatibili, perché il punto di Conte è esattamente quello: le primarie devono essere lo sbocco di un percorso programmatico aperto ai cittadini, non un meccanismo chiuso tra apparati di partito.
È su questo che vorrei concentrarmi. Il percorso programmatico è urgente, e non può essere delegato ai soli partiti. Deve partire dal basso, dalle esperienze territoriali, dalle competenze diffuse, dalla società civile che il referendum ha rimesso in moto. Lo stesso Conte lo ha ribadito con i “100 punti – Spazi aperti per la democrazia” del M5S: un lavoro di ascolto e di costruzione che va nella direzione giusta.
In questo spirito, provo a offrire alcuni spunti programmatici. Non come piattaforma di partito, ma come contributo di un cittadino che ha una visione — democratica, socialista e liberale — e che crede che queste tre anime possano convivere in un progetto coerente per l’Italia.
1. Lavoro: dignità, salario minimo e nuove tutele
Il lavoro è il fondamento della Repubblica — lo dice l’articolo 1 della Costituzione. Eppure in Italia si può lavorare ed essere poveri. Quattro milioni di lavoratori percepiscono salari che non garantiscono una vita dignitosa. Il contratto nazionale, in troppi settori, è diventato uno strumento di compressione salariale anziché di tutela.
La proposta è chiara: salario minimo legale a 9 euro lordi l’ora, come già previsto dalla proposta unitaria delle opposizioni. Ma non basta fissare un numero: serve una commissione tripartita permanente — governo, sindacati, imprese — che aggiorni periodicamente la soglia in base all’inflazione reale e al costo della vita. La Puglia, con la legge regionale sul salario minimo negli appalti pubblici confermata dalla Corte Costituzionale, ha già indicato la strada.
Accanto al salario minimo servono altre tre cose: la riduzione progressiva dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, sperimentando la settimana corta nei settori dove è possibile; il rafforzamento dei congedi paritari per rendere la genitorialità un diritto condiviso e non un ostacolo alla carriera delle donne; e una vera regolamentazione del lavoro su piattaforma digitale, che oggi è la nuova frontiera dello sfruttamento.
Non si tratta di nostalgia novecentesca: è la versione aggiornata di quel compromesso socialdemocratico che ha costruito il benessere europeo. Liberale nella fiducia nell’impresa, socialista nella difesa del lavoro, democratico nella partecipazione alla definizione delle regole.
2. Sanità pubblica: il diritto che non può essere un privilegio
La sanità pubblica italiana è in crisi strutturale. Le liste d’attesa sono diventate un muro che separa chi può pagare da chi deve aspettare mesi per un esame. Il personale sanitario è in fuga — verso il privato, verso l’estero, verso altri mestieri. I pronto soccorso sono diventati l’emblema di un sistema al collasso.
Il campo largo ha proposto di portare il finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale al 7,5% del PIL, con un incremento di 10,5 miliardi nel triennio. È un obiettivo giusto, ma serve anche dire come spendere quei soldi. Non basta aumentare i fondi se il sistema continua a funzionare con le stesse logiche.
Le priorità: assunzioni massive di personale sanitario a tempo indeterminato, superando definitivamente la stagione dei precari nella sanità; potenziamento della medicina territoriale e delle case di comunità, che devono diventare il primo presidio di salute e non cattedrali vuote; un piano nazionale per la salute mentale che superi lo stigma e garantisca accesso reale ai servizi, partendo dai giovani; e la difesa intransigente del principio di universalità: la sanità pubblica non si privatizza, non si regionalizza in modo diseguale, non si trasforma in un servizio per chi non può permettersi altro.
Pensioni minime. Non è accettabile che in Italia si possa andare in pensione con importi che non coprono nemmeno le spese essenziali. L’innalzamento strutturale delle pensioni minime è un atto di giustizia sociale non rimandabile: chi ha lavorato una vita intera ha diritto a una vecchiaia dignitosa, non alla scelta quotidiana tra pagare le bollette o comprare le medicine.
Cure odontoiatriche. C’è un diritto alla salute che in Italia è di fatto negato a milioni di persone: quello alle cure dentali. Visite, apparecchi ortodontici, impianti dentali, dentiere — sono spese che il SSN copre in modo marginale e che per le famiglie a basso reddito diventano semplicemente inaccessibili. Servono contributi pubblici reali per le cure odontoiatriche, modulati sul reddito, che riportino la salute orale dentro il perimetro del diritto alla salute. Non è un lusso: è dignità, è salute, è la possibilità di mangiare, di parlare, di sorridere senza vergogna.
La visione liberale qui si applica nel garantire la libertà dalla malattia e dalla dipendenza economica nella cura. La visione socialista nel ribadire che la salute è un bene comune. La visione democratica nel pretendere che ogni cittadino abbia voce nelle scelte sanitarie del proprio territorio.
3. Politica estera: pace, Europa, multilateralismo
Su questo terreno il campo largo ha mostrato sensibilità diverse, ma la direzione di marcia si sta finalmente chiarendo. Il recente intervento di Conte alla convention di +Europa è stato significativo: il riconoscimento che l’aggressione russa va sanzionata e che il gas russo non va acquistato finché non ci sarà un trattato di pace segna un punto di convergenza importante con il resto della coalizione. È un atto di maturità politica che dimostra la capacità di Conte di costruire sintesi senza rinunciare alla propria identità — quella di chi ha sempre privilegiato la via diplomatica senza per questo giustificare l’aggressore.
Un programma serio non può eludere alcune domande fondamentali. L’aggressione russa all’Ucraina è una violazione del diritto internazionale: questo deve essere il punto di partenza non negoziabile. Le sanzioni sono uno strumento necessario. Ma altrettanto necessario è un impegno diplomatico europeo autonomo per una pace giusta, che non si riduca a una resa mascherata né a una delega acritica alla NATO o, peggio, agli interessi di Washington.
La posizione che propongo è quella di un europeismo critico e attivo: l’Italia deve lavorare per un’Europa della difesa comune e della politica estera autonoma, capace di sedersi ai tavoli come soggetto indipendente. Deve riconoscere lo Stato di Palestina, come già fatto da altri Paesi europei. Deve rifiutare la logica dei blocchi contrapposti senza cadere nell’equidistanza morale.
Questa è una posizione insieme liberale — nel rispetto del diritto internazionale e della sovranità dei popoli — e socialista — nella solidarietà con le vittime di ogni imperialismo. E soprattutto democratica: perché la politica estera non può essere terreno esclusivo delle cancellerie, ma deve rispondere ai cittadini.
4. Transizione digitale e innovazione: il futuro non aspetta
È il tema che conosco meglio e su cui la politica italiana è più drammaticamente in ritardo. Il PNRR ha stanziato miliardi per la digitalizzazione, ma troppo spesso si è tradotto in appalti alle solite grandi aziende di consulenza, senza generare competenze reali nel territorio.
Quello che serve è un approccio radicalmente diverso: sostenere l’innovazione dal basso, le microimprese digitali, i professionisti del territorio che sviluppano soluzioni concrete. L’intelligenza artificiale, la blockchain, le piattaforme SaaS non sono parole da convegno — sono strumenti che possono trasformare il modo in cui lavoriamo, produciamo, ci relazioniamo con la pubblica amministrazione.
Propongo tre misure concrete: una “Start Tax” — già presente tra le proposte del campo largo — che riduca la pressione fiscale sui primi tre anni di attività innovativa; un fondo nazionale per la sovranità digitale, che finanzi lo sviluppo di piattaforme e servizi tecnologici italiani ed europei anziché la dipendenza dai giganti americani; e un piano di alfabetizzazione digitale che non si limiti a insegnare l’uso dello smartphone agli anziani, ma formi una nuova generazione di cittadini digitali consapevoli.
Bonus AI per le imprese. L’intelligenza artificiale non è il futuro: è il presente, e le imprese italiane rischiano di restare indietro. Serve un incentivo fiscale dedicato alle aziende — di qualsiasi dimensione — che implementano l’intelligenza artificiale nei propri processi gestionali e produttivi: dall’automazione della contabilità alla manutenzione predittiva, dalla gestione intelligente del magazzino all’analisi dei dati di mercato, dal customer service automatizzato all’ottimizzazione della produzione. Non si tratta di sostituire i lavoratori con le macchine, ma di rendere le imprese più competitive, più efficienti, più capaci di stare sui mercati globali. Un credito d’imposta per l’adozione di soluzioni AI — calibrato sulle dimensioni dell’azienda, con percentuali più alte per le micro e piccole imprese — accompagnato da programmi di formazione per i dipendenti, può essere la leva che porta l’innovazione dentro il tessuto produttivo reale del Paese, non solo nei laboratori delle grandi corporation.
La visione liberale è nell’incentivazione dell’impresa e dell’iniziativa individuale. Quella socialista è nella democratizzazione dell’accesso alla tecnologia. Quella democratica è nella trasparenza degli algoritmi e nella partecipazione dei cittadini alle scelte tecnologiche che li riguardano.
5. Energia e ambiente: la transizione che crea lavoro
La transizione ecologica non è un lusso da ambientalisti — è una necessità economica, strategica e di sopravvivenza. Ma non può essere condotta contro i lavoratori e i territori. Deve essere una transizione giusta.
Le proposte: un piano nazionale per le comunità energetiche rinnovabili, che permetta a cittadini, condomini, piccole imprese e comuni di produrre e condividere energia pulita, riducendo la dipendenza dai grandi operatori e abbattendo le bollette; l’eliminazione progressiva dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), stimati in circa 22 miliardi di euro annui, reindirizzando quelle risorse verso la riconversione industriale e la formazione dei lavoratori dei settori fossili; e un programma di efficientamento energetico degli edifici pubblici — scuole, ospedali, sedi comunali — che crei occupazione qualificata nel settore edilizio.
Superbonus progressivo. Il Superbonus 110% è stato uno strumento potente ma mal calibrato: hanno beneficiato tutti allo stesso modo, indipendentemente dal reddito, generando sprechi e speculazioni. La risposta giusta non è abolirlo — come ha fatto questo governo — ma riformarlo in chiave equa. La mia proposta è un Superbonus con soglie scaglionate di contributo: 110% per le famiglie a basso reddito, che altrimenti non potrebbero mai permettersi un intervento di efficientamento; scendendo progressivamente al 90%, al 70%, fino al 40% per i redditi più alti. Così si mantiene l’incentivo alla riqualificazione energetica — fondamentale per il clima, per le bollette, per il lavoro nell’edilizia — ma si elimina l’ingiustizia di finanziare con soldi pubblici la ristrutturazione delle ville di chi potrebbe pagarsela da sé. È la logica progressiva applicata alla transizione ecologica: chi ha di meno riceve di più, chi ha di più contribuisce di più.
Bonus facciate. Accanto all’efficientamento energetico serve ripristinare il bonus per il recupero delle facciate degli edifici, anch’esso eliminato dal governo attuale. Non è una questione estetica: è cura del patrimonio edilizio, è decoro urbano, è lavoro per migliaia di artigiani e imprese edili. I centri storici del Mezzogiorno — e non solo — hanno un bisogno disperato di manutenzione: facciate che crollano, intonaci che si sgretolano, edifici che si degradano anno dopo anno. Il bonus facciate, con la stessa logica progressiva del Superbonus, può essere lo strumento per restituire dignità ai nostri borghi e alle nostre città, generando occupazione qualificata e valorizzando il patrimonio architettonico italiano.
Il Mezzogiorno, e il Salento in particolare, ha un vantaggio competitivo naturale: sole, vento, spazio. Trasformare questo vantaggio in sviluppo economico è possibile, ma richiede visione e investimenti mirati, non i mega-impianti calati dall’alto che devastano il paesaggio senza lasciare ricchezza al territorio.
6. Diritti civili e sociali: la libertà è indivisibile
Un programma democratico, socialista e liberale non può separare i diritti civili da quelli sociali. La destra lo fa: concede qualche briciola economica mentre comprime le libertà individuali. Noi dobbiamo fare l’opposto: affermare che la libertà di amare chi si vuole, di decidere del proprio corpo, di manifestare il proprio pensiero è inseparabile dalla libertà di avere un lavoro dignitoso, una casa, una sanità che funziona.
In concreto: una legge sul matrimonio egualitario e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, perché l’Italia non può continuare a essere il fanalino di coda dell’Europa occidentale; il rafforzamento della legge contro la violenza di genere con risorse vere per i centri antiviolenza e misure di prevenzione educativa nelle scuole; una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiani i bambini nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri (ius scholae o ius culturae); e la difesa dello stato laico, che non significa anticlericalismo ma garanzia che le leggi della Repubblica rispondano alla Costituzione e non ai dogmi di nessuna confessione.
Questa è la sintesi possibile: liberale nella tutela dell’individuo, socialista nella solidarietà collettiva, democratica nella partecipazione di tutti — senza distinzione di origine, orientamento, genere, condizione economica.
7. Fisco e redistribuzione: equità, non assistenzialismo
Il sistema fiscale italiano è ingiusto. Chi lavora come dipendente paga tutto e subito. Chi evade — e l’evasione fiscale supera i 100 miliardi annui — viene periodicamente graziato con condoni mascherati da “pace fiscale”. E chi ha una microimpresa lo sa bene: il regime ordinario, con la sua burocrazia asfissiante e una pressione fiscale che supera il 60% dei ricavi reali, è stato per anni un meccanismo che impediva di vivere del proprio lavoro. Lo dico per esperienza diretta: il passaggio al regime forfettario è stato un toccasana per la mia attività. Ha restituito ossigeno, semplificato la gestione, reso possibile investire e crescere. Il forfettario non è un privilegio: è l’unico strumento che oggi permette a milioni di partite IVA, professionisti e microimprenditori di sopravvivere in un sistema fiscale pensato per le grandi aziende. Va difeso, e semmai esteso e migliorato.
Il problema vero è altrove: nelle grandi concentrazioni di ricchezza che non vengono toccate, nei giganti del digitale che operano in Italia fatturando miliardi senza versare quasi nulla, nei meccanismi di elusione legale che premiano chi ha le risorse per pagare i migliori fiscalisti.
La proposta del campo largo di estendere la No Tax area a 15.000 euro è giusta e va sostenuta. Ma serve un’operazione di verità più ampia: una riforma fiscale che sia realmente progressiva, che semplifichi ulteriormente gli adempimenti per le piccole imprese e i professionisti, che introduca una web tax effettiva per le multinazionali digitali, e che smetta di colpire chi produce dal basso per proteggere chi accumula dall’alto.
Non è populismo fiscale: è la base materiale della democrazia. Senza equità fiscale non c’è welfare, non c’è sanità, non c’è istruzione pubblica. E senza queste cose, la libertà resta un privilegio di pochi.
8. Sviluppo territoriale: il Mezzogiorno come laboratorio
Qui parlo per esperienza diretta. Nel 2009 ho elaborato Salento Dinamico, un progetto di sviluppo territoriale basato su reti infrastrutturali diffuse, connessione digitale e valorizzazione delle microeconomie locali. Molte delle intuizioni di quel progetto — la centralità del digitale, la rete come infrastruttura di sviluppo, la partecipazione dal basso — si ritrovano oggi nel PNRR, ma spesso tradotte in una logica centralistica e burocratica che le svuota di senso.
Quello che il campo largo dovrebbe proporre per il Mezzogiorno non è un nuovo assistenzialismo, ma un modello di sviluppo che parta dalle potenzialità reali del territorio. E quelle potenzialità hanno nomi precisi.
Artigianato. Il Sud è un patrimonio vivente di saperi artigianali — dalla pietra leccese alla ceramica, dalla lavorazione del ferro battuto alla tessitura, dalla liuteria alla produzione alimentare di eccellenza. Questi saperi non sono folklore: sono economie reali che producono valore, identità e occupazione. Servono botteghe-scuola, incentivi per la trasmissione generazionale dei mestieri, piattaforme digitali che colleghino l’artigianato meridionale ai mercati globali. L’artigiano del Salento che vende le sue creazioni a Tokyo non è fantascienza: è quello che la tecnologia rende possibile oggi, se qualcuno investe nell’infrastruttura per farlo.
Agricoltura. Il Mezzogiorno è terra di eccellenze agricole — olio, vino, grano, ortaggi — che troppo spesso vengono svendute nella filiera della grande distribuzione. Serve una politica agricola che valorizzi la filiera corta, i mercati locali, la trasformazione in loco dei prodotti. Che sostenga l’agricoltura biologica e rigenerativa non come nicchia ma come modello. Che protegga i piccoli produttori dalla concorrenza sleale dei grandi gruppi e dalla burocrazia che li soffoca. Il futuro dell’agricoltura meridionale è nella qualità, nella tracciabilità, nel rapporto diretto tra chi produce e chi consuma — e anche qui il digitale è l’alleato naturale.
Digitale. Hub tecnologici diffusi, non concentrati nelle solite tre città. Spazi di coworking nei borghi, connettività reale — non le promesse della banda ultralarga che in troppi comuni del Sud resta sulla carta — e formazione continua per le competenze digitali. Il Sud può diventare il luogo da cui si lavora per il mondo, se si creano le condizioni: e questo significa fibra ottica, servizi, qualità della vita. Chi ha scelto di restare al Sud e di costruire impresa digitale dal proprio territorio — come ho fatto io — sa che si può fare, ma sa anche quanto il sistema renda tutto più difficile del necessario.
Mobilità modulare territoriale. È uno dei temi più trascurati e più urgenti. Il Mezzogiorno non ha bisogno di un’altra grande opera calata dall’alto: ha bisogno di un sistema di mobilità modulare, adattabile alle specificità del territorio. Significa reti di trasporto pubblico locale integrate — bus, navette, micromobilità elettrica, car sharing comunitario — che colleghino i borghi tra loro e con i centri principali. Significa orari pensati per chi lavora e non solo per chi fa turismo d’estate. Significa infrastruttura ciclabile reale, non le piste ciclabili che finiscono nel nulla. E significa investire massicciamente nella rete di ricarica veloce per veicoli elettrici: incentivi per l’installazione di colonnine fast-charge lungo le arterie principali, nei centri urbani e nei borghi, con agevolazioni fiscali per le imprese e i comuni che li realizzano. Senza una rete capillare di ricarica, la transizione alla mobilità elettrica resterà un privilegio delle grandi città del Nord — e il Sud, ancora una volta, verrà tagliato fuori. La mobilità è libertà: senza trasporti, non c’è accesso al lavoro, alla sanità, alla cultura. E senza accesso, i borghi muoiono.
Mare e portualità: l’Italia dimentica di essere un’isola allungata nel Mediterraneo. C’è un paradosso che il dibattito politico italiano riproduce costantemente: parliamo di infrastrutture pensando solo a strade, ferrovie e aeroporti, dimenticando che l’Italia ha quasi 8.000 chilometri di coste ed è bagnata dal mare su tre lati. Il Mediterraneo non è un confine: è un’autostrada liquida che l’Italia dovrebbe sfruttare come asse strategico di mobilità, commercio e sviluppo.
Servono due interventi paralleli. Il primo riguarda la portualità commerciale e logistica: i porti del Mezzogiorno — Taranto, Brindisi, Bari, Gioia Tauro, Augusta, Napoli — devono essere potenziati e connessi in modo efficiente all’entroterra, con infrastrutture intermodali che colleghino il trasporto marittimo a quello ferroviario e stradale. L’Italia è la porta naturale dell’Europa verso il Mediterraneo orientale, l’Africa e l’Asia: una politica portuale seria può generare occupazione, attrarre investimenti e ridurre il traffico su gomma, con benefici enormi anche in termini ambientali.
Il secondo, altrettanto urgente, riguarda la mobilità marittima costiera tra le città e i territori. Lungo le coste italiane — e in particolare nel Mezzogiorno — esistono comunità che distano poche miglia nautiche l’una dall’altra ma che via terra richiedono ore di percorrenza su strade dissestate e congestionate. Servono linee di trasporto marittimo costiero regolari, integrate nel sistema di trasporto pubblico locale: aliscafi, traghetti veloci, navette elettriche che colleghino le città costiere tra loro e con le isole. Non come servizio turistico stagionale, ma come infrastruttura di mobilità quotidiana — per chi lavora, studia, si cura. Il Salento, ad esempio, potrebbe collegare Otranto a Gallipoli via mare in una frazione del tempo che serve via terra. E lo stesso vale per decine di tratte lungo tutte le coste italiane, dalla Liguria alla Sicilia, dalla Sardegna all’Adriatico.
Il mare è la più grande infrastruttura naturale che l’Italia possiede. Continuare a ignorarlo nel piano dei trasporti è un lusso che non possiamo più permetterci.
ILVA e Cerano: dalla crisi alla riconversione strategica. La Puglia ha sul proprio territorio due enormi questioni industriali irrisolte che rappresentano, paradossalmente, due straordinarie opportunità. L’ex ILVA di Taranto — 15.000 ettari di area industriale, una produzione crollata da 8 milioni a 2 milioni di tonnellate, migliaia di posti di lavoro persi, un disastro ambientale e sanitario che ha segnato generazioni — non può continuare nella logica dei decreti “Salva-ILVA” che salvano solo l’agonia. E la ex centrale a carbone di Cerano, a Brindisi, il cui piano di riconversione avanza con lentezza burocratica mentre il territorio aspetta risposte concrete.
La mia proposta è netta: queste aree devono diventare il cuore di una riconversione industriale che guardi al futuro, non al passato. Tre direttrici possibili, non alternative ma complementari. Primo: data center per l’intelligenza artificiale — l’Italia è drammaticamente in ritardo nella capacità di calcolo necessaria per l’AI, e queste aree hanno l’infrastruttura elettrica, gli spazi e la posizione geografica strategica nel Mediterraneo per ospitare hub di calcolo di scala europea. Secondo: produzione di idrogeno verde — la Puglia ha sole e vento in abbondanza, e l’area di Taranto in particolare ha già le infrastrutture portuali e logistiche per diventare un polo di produzione e distribuzione dell’idrogeno, come stanno facendo in Svezia e Germania con i loro siti siderurgici dismessi. Terzo: industria dell’auto elettrica — componentistica, batterie, assemblaggio — sfruttando la manodopera qualificata già presente sul territorio e il progetto Versalis-Seri Industrial che a Brindisi sta già muovendo i primi passi verso la produzione di accumulatori.
Questi non sono sogni: sono le stesse traiettorie che altri Paesi europei stanno percorrendo con i loro siti industriali in dismissione. La differenza è che noi continuiamo a discutere di come tenere in vita il passato, invece di investire nel futuro. La bonifica ambientale — doverosa e non rinviabile — può e deve procedere in parallelo con la riconversione, impiegando gli stessi lavoratori in un processo che restituisca dignità al lavoro e al territorio.
Servono inoltre: una revisione profonda della ZES unica, che oggi rischia di essere l’ennesimo strumento burocratico senza ricadute reali; incentivi veri per chi sceglie di restare o di tornare al Sud, non i bonus una tantum ma condizioni strutturali; e una politica culturale che investa nel Mezzogiorno come produttore di cultura e non solo come destinazione turistica.
Il Salento, l’intera Puglia, il Sud possono essere il laboratorio di un nuovo modello di sviluppo. Ma solo se la politica nazionale smette di pensare al Mezzogiorno come a un problema da gestire e inizia a vederlo come una risorsa da liberare.
9. Terzo settore, sport e giovani: il tessuto vivo della democrazia
C’è un’Italia che funziona e che la politica finge di non vedere: è quella delle associazioni, del volontariato, delle cooperative sociali, delle società sportive dilettantistiche. È il terzo settore — un mondo fatto di milioni di persone che ogni giorno tengono insieme le comunità, laddove lo Stato si ritira e il mercato non arriva. Lo dico da presidente di un’associazione di promozione sociale: il terzo settore non è il surrogato del welfare pubblico, è il suo complemento indispensabile. E merita rispetto, risorse e semplificazione.
Terzo settore e associazionismo. La riforma del Terzo Settore — il Codice del 2017 — ha introdotto il RUNTS e un quadro normativo più strutturato, ma ha anche appesantito enormemente gli adempimenti burocratici per le piccole associazioni. Realtà che vivono di volontariato puro si trovano a gestire obblighi contabili e rendicontativi pensati per organizzazioni ben più grandi. Servono: una semplificazione reale degli adempimenti per le associazioni con bilanci sotto una certa soglia; un fondo nazionale di sostegno all’associazionismo di base, non solo ai grandi enti; agevolazioni fiscali rafforzate per le donazioni al terzo settore; e soprattutto un cambio di mentalità: le associazioni non sono un problema da controllare, sono democrazia in azione. I Comuni devono smettere di trattare le associazioni come ospiti scomodi e iniziare a considerarle partner nella costruzione del bene comune — mettendo a disposizione spazi, risorse e opportunità di co-progettazione.
Sport. Lo sport non è intrattenimento: è salute, educazione, inclusione sociale, presidio territoriale. Le società sportive dilettantistiche sono spesso l’unico punto di aggregazione per i giovani nei quartieri periferici e nei piccoli comuni. Eppure sopravvivono con budget risibili, impianti fatiscenti e una burocrazia che scoraggia anche i più motivati. Servono: un piano nazionale per la riqualificazione degli impianti sportivi pubblici, a partire da quelli scolastici; incentivi fiscali per le società sportive dilettantistiche che operano nei territori a rischio di marginalità; l’accesso gratuito o agevolato allo sport per i minori di famiglie a basso reddito, perché nessun bambino deve essere escluso da una palestra o da un campo di calcio perché i genitori non possono permetterselo; e il riconoscimento del valore sociale dello sport di base, che non può essere trattato come il fratello minore dello sport professionistico.
Giovani. L’Italia è un Paese che non investe sui propri giovani e poi si stupisce che se ne vadano. L’emigrazione giovanile — soprattutto dal Sud — è un’emorragia silenziosa che svuota i territori delle loro energie migliori. Per invertire la rotta servono misure strutturali, non i bonus una tantum che scadono dopo sei mesi: contratti stabili e retribuiti dignitosamente, perché gli stage gratuiti e i tirocini a 500 euro al mese sono sfruttamento con un nome più elegante; accesso reale alla casa, con un piano di edilizia residenziale pubblica e canoni concordati agevolati per gli under 35; sostegno all’imprenditorialità giovanile con mentoring, spazi di coworking pubblici, accesso al credito semplificato; e un servizio civile universale potenziato, che non sia un parcheggio ma un’esperienza formativa reale, retribuita adeguatamente e riconosciuta nel percorso professionale. I giovani non chiedono assistenza: chiedono la possibilità di costruirsi una vita nel proprio Paese. È il minimo che una democrazia debba garantire.
10. Università, ricerca, cultura e industria creativa: investire nell’intelligenza del Paese
Un Paese che non investe in conoscenza e cultura è un Paese che rinuncia al proprio futuro. L’Italia, patria del Rinascimento, oggi spende per università e ricerca meno della media europea e tratta la cultura come un costo anziché come il motore più potente di sviluppo, identità e coesione sociale.
Università e ricerca. Il sistema universitario italiano produce eccellenze riconosciute nel mondo — e poi le regala ad altri Paesi, perché qui non trova il modo di trattenerle. I ricercatori italiani sono tra i più citati al mondo, ma lavorano con contratti precari, stipendi inadeguati e prospettive di carriera umilianti. Servono: un incremento strutturale del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università, portando la spesa per istruzione superiore e ricerca almeno alla media UE; un piano straordinario di reclutamento di ricercatori e professori a tempo indeterminato, per fermare l’emorragia di talenti; il rafforzamento del diritto allo studio con borse adeguate, residenze universitarie e trasporto gratuito, perché l’accesso all’università non può dipendere dal codice postale o dal conto in banca della famiglia; e il potenziamento della ricerca pubblica indipendente, libera dalle logiche del mercato e orientata ai bisogni della collettività — dalla salute all’ambiente, dall’energia all’intelligenza artificiale. Il Mezzogiorno, in particolare, ha bisogno di poli universitari forti e radicati nel territorio, non di sedi distaccate svuotate di risorse.
Arte e cultura. La cultura non è l’ornamento della politica: è il suo fondamento. Un Paese che chiude biblioteche, taglia fondi ai musei, lascia degradare il proprio patrimonio artistico e monumentale sta distruggendo le proprie radici. Servono: un piano nazionale per la valorizzazione del patrimonio culturale diffuso — non solo i grandi musei delle grandi città, ma le chiese rurali, i siti archeologici minori, i centri storici dei borghi che cadono a pezzi nell’indifferenza; il sostegno strutturale agli artisti e ai lavoratori della cultura, che oggi vivono in una precarietà estrema senza alcuna rete di protezione sociale; residenze artistiche e spazi creativi pubblici, soprattutto nei territori periferici e nel Mezzogiorno, per fare della cultura uno strumento di rigenerazione urbana e sociale; e l’investimento nell’educazione artistica nelle scuole, perché la creatività non è un hobby ma una competenza fondamentale per il futuro.
Paesaggio e beni architettonici. L’articolo 9 della Costituzione è tra i più belli e più traditi: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” Nella pratica, il paesaggio italiano viene aggredito quotidianamente — dalla cementificazione selvaggia, dall’abusivismo mai sanato, dall’installazione di mega-impianti energetici senza sensibilità per il contesto, dalla mancata manutenzione del patrimonio architettonico diffuso. Servono: una legge quadro sul consumo di suolo che fermi davvero la cementificazione e incentivi il recupero dell’esistente; il rafforzamento delle Soprintendenze in termini di organico, risorse e autonomia, perché possano svolgere il proprio ruolo di tutela senza essere travolte dalla burocrazia o piegate alle pressioni politiche locali; un piano straordinario di restauro e messa in sicurezza dei beni architettonici e artistici a rischio — torri costiere, chiese rupestri, palazzi storici, frantoi ipogei, mura urbane — che sono il tessuto identitario dei nostri territori e che ogni anno perdiamo pezzi alla volta, nell’indifferenza generale.
Masserie, cascine e beni rurali abbandonati: restituirli alle comunità. In tutta Italia — e nel Mezzogiorno in modo drammatico — esistono migliaia di masserie, cascine, casali e complessi rurali abbandonati da decenni. Strutture spesso di grande valore architettonico e storico che si sgretolano anno dopo anno. Recuperarle è doveroso, ma recuperarle per cosa è la domanda cruciale — perché l’Italia è piena di restauri costosi trasformati in cattedrali nel deserto. Ogni intervento di recupero deve partire da una destinazione d’uso concreta e sostenibile, costruita con le comunità locali. Le possibilità sono molte e diverse: sedi di associazioni e cooperative sociali, che oggi faticano a trovare spazi; hub di coworking rurale e incubatori per microimprese artigianali e digitali; centri di comunità con servizi di prossimità — ambulatori, sportelli sociali, biblioteche, doposcuola — per i borghi che hanno perso tutto; residenze artistiche e spazi per la produzione culturale, collegati ai circuiti nazionali e internazionali; agriturismi sociali e fattorie didattiche gestite da cooperative di giovani; centri di trasformazione e vendita diretta dei prodotti agricoli locali, per accorciare la filiera e valorizzare il territorio. Ma c’è una destinazione d’uso che merita un’attenzione particolare: le case di comunità condivise, pensate per ricostruire quella dimensione sociale che l’individualismo e lo spopolamento hanno frantumato. Spazi dove le persone — anziani soli, famiglie in difficoltà, giovani che restano, nuovi residenti — possano ritrovarsi attorno a un progetto comune: orti sociali dove coltivare insieme e condividere il raccolto; cucine comunitarie dove cucinare e mangiare insieme, rompendo l’isolamento e riducendo lo spreco alimentare; laboratori condivisi di artigianato, sartoria, riparazione; spazi per l’infanzia e il doposcuola gestiti dalla comunità stessa. Non è utopia: è il modo in cui i nostri nonni vivevano prima che il modello urbano-consumistico ci convincesse che ognuno deve farcela da solo. Recuperare una masseria per farne una casa di comunità significa ricostruire tessuto sociale laddove si è lacerato — e nel Mezzogiorno, dove le reti familiari si assottigliano e i servizi pubblici si ritirano, è spesso l’unica alternativa all’abbandono. Il modello è quello dei beni comuni: strutture pubbliche o acquisite al patrimonio pubblico, affidate in gestione a soggetti del terzo settore, cooperative o comunità locali attraverso bandi trasparenti e patti di collaborazione. Non elemosina, non speculazione: economia di comunità, radicata nel territorio e al servizio di chi lo abita.
Cinema, teatro e televisione. L’industria audiovisiva italiana ha un potenziale enorme e largamente inespresso. Il cinema italiano, quando viene messo nelle condizioni di lavorare, produce opere che competono ai massimi livelli internazionali. Il teatro è un presidio culturale insostituibile, soprattutto per le comunità locali. La televisione pubblica dovrebbe essere uno strumento di crescita culturale, non un terreno di lottizzazione politica. Servono: il rafforzamento del tax credit per il cinema e l’audiovisivo, con attenzione specifica alle produzioni indipendenti e ai giovani autori; incentivi per le produzioni che scelgono il Sud come set, creando filiere produttive locali stabili e non solo set temporanei; il sostegno strutturale al teatro di base e alle compagnie indipendenti, che tengono viva la cultura nei territori ma sopravvivono con fondi ridicoli; una riforma della RAI che la restituisca alla sua missione di servizio pubblico, con governance indipendente dalla politica, investimento nella qualità dei contenuti e apertura alle nuove piattaforme digitali.
Un modello per i lavoratori dello spettacolo: il sistema francese. Sul riconoscimento professionale e previdenziale dei lavoratori dello spettacolo, l’Italia deve guardare alla Francia e al suo regime degli intermittents du spectacle, attivo dal 1936. Il principio è semplice e civile: chi lavora nel mondo dello spettacolo — attori, musicisti, tecnici del suono, registi, montatori, costumisti, scenografi — alterna per natura del mestiere periodi di lavoro a periodi di inattività. In Francia, chi accumula almeno 507 ore di lavoro nel settore in 12 mesi ha diritto a un’indennità di disoccupazione per i mesi di inattività, insieme a contributi previdenziali specifici e ferie pagate gestite da una cassa dedicata (la Caisse des Congés Spectacles). È un sistema che riconosce una realtà oggettiva: fare l’artista o il tecnico dello spettacolo non è un hobby, è un lavoro — intermittente per sua natura, ma lavoro. L’Italia deve adottare un modello analogo, adattato al proprio contesto: un regime contributivo specifico per i lavoratori dello spettacolo che garantisca protezione sociale nei periodi tra un ingaggio e l’altro, copertura previdenziale adeguata, e il riconoscimento della dignità professionale di chi tiene viva la cultura del Paese. Oggi in Italia questi lavoratori sono tra i più invisibili e i meno tutelati: è una vergogna per un Paese che si definisce culla della civiltà. L’Italia è una superpotenza culturale che si comporta come se non lo sapesse. È ora di cambiare.
11. Scuola: il primo investimento di una democrazia
La scuola pubblica italiana è il luogo dove si forma la cittadinanza — e lo Stato la sta lasciando cadere a pezzi, letteralmente. L’edilizia scolastica è un’emergenza nazionale: edifici costruiti negli anni ’60 e ’70 mai adeguati alle norme antisismiche, aule sovraffollate, palestre inesistenti, laboratori senza attrezzature, riscaldamenti che non funzionano. I docenti sono tra i meno pagati d’Europa, con stipendi che non riconoscono la complessità e l’importanza del loro lavoro, e una precarietà che colpisce decine di migliaia di insegnanti costretti a inseguire supplenze da una provincia all’altra.
Servono: un piano straordinario di edilizia scolastica — costruire scuole nuove, sicure, belle, dotate di spazi verdi, laboratori e palestre — perché l’ambiente in cui si impara conta quanto ciò che si impara; l’adeguamento degli stipendi dei docenti alla media europea, accompagnato da un piano di stabilizzazione del precariato scolastico; l’aggiornamento dei programmi didattici, con l’inserimento strutturale dell’educazione digitale, del pensiero critico, dell’educazione ambientale e dell’educazione civica reale — non come materia di serie B ma come asse portante della formazione; il potenziamento del tempo pieno, soprattutto nel Mezzogiorno dove la sua assenza penalizza le famiglie e amplifica le disuguaglianze; e il rafforzamento del sostegno scolastico e dell’inclusione, perché nessuno studente deve essere lasciato indietro. La scuola è il primo investimento di una democrazia: tagliare sulla scuola significa tagliare sul futuro.
12. Giustizia, legalità e lotta alle mafie
Il referendum sulla separazione delle carriere ha aperto un dibattito che non può chiudersi con la vittoria del No. La giustizia italiana ha problemi reali — lentezza dei processi, carenza di organico, inadeguatezza delle strutture — che non si risolvono con riforme ideologiche ma con investimenti concreti e riforme di sistema.
Giustizia. Servono: assunzioni massicce di magistrati, cancellieri e personale amministrativo per ridurre i tempi dei processi; la digitalizzazione completa del sistema giudiziario, perché nel 2026 è inaccettabile che fascicoli cartacei viaggino fisicamente tra tribunali; il potenziamento della giustizia di prossimità, con il ripristino dei tribunali soppressi dalla riforma della geografia giudiziaria che ha allontanato la giustizia dai cittadini, soprattutto nelle aree interne e nel Mezzogiorno; e una riforma del sistema carcerario che affronti il sovraffollamento e investa nella funzione rieducativa della pena, come prevede la Costituzione — non perché si è buonisti, ma perché un sistema che produce recidiva all’80% è un sistema che non funziona.
Legalità e lotta alle mafie. Nel Mezzogiorno — ma ormai non solo lì — la criminalità organizzata è un sistema economico parallelo che inquina l’economia legale, condiziona la politica, avvelena i territori. La lotta alle mafie non può essere solo repressiva: deve essere sociale, economica, culturale. Servono: il rafforzamento della DIA e delle procure antimafia, con risorse adeguate e non i tagli degli ultimi anni; il potenziamento dell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, che troppo spesso restano inutilizzati per anni nelle maglie della burocrazia — e qui il terzo settore può e deve avere un ruolo centrale; una vera politica antiracket che protegga chi denuncia e non lo lasci solo; la trasparenza totale negli appalti pubblici, con strumenti digitali di tracciamento e controllo; e l’educazione alla legalità nelle scuole, perché la mafia si sconfigge prima di tutto nella testa delle persone, formando cittadini che non accettano il compromesso con il potere criminale.
13. Casa: un diritto, non un lusso
L’emergenza abitativa in Italia non riguarda solo i giovani — anche se per loro è drammatica. Riguarda un’intera generazione di adulti che a quaranta, quarantacinque anni si trova ancora a vivere con i genitori perché il mercato immobiliare li ha tagliati fuori: affitti insostenibili nelle città, mutui inaccessibili senza contratti stabili, edilizia residenziale pubblica praticamente inesistente. Lo dico senza giri di parole: è una condizione che conosco, che conoscono milioni di italiani, e che la politica finge di non vedere perché non ha il coraggio di affrontare un mercato immobiliare drogato dalla speculazione e dalla rendita.
Servono: un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica, con la costruzione e il recupero di alloggi a canone sociale — non i grandi quartieri dormitorio del passato, ma interventi diffusi, integrati nei tessuti urbani esistenti; la regolamentazione seria degli affitti brevi, che nelle città turistiche hanno svuotato i centri storici di residenti per trasformare ogni appartamento in un B&B; incentivi fiscali reali per i proprietari che affittano a canone concordato, rendendo conveniente l’affitto accessibile anziché la speculazione; un fondo di garanzia pubblico per l’accesso al mutuo per chi ha redditi da lavoro ma non le garanzie patrimoniali richieste dalle banche — perché chi lavora e paga le tasse ha diritto a una casa, anche senza genitori proprietari; e il recupero del patrimonio edilizio pubblico inutilizzato — caserme dismesse, edifici demaniali abbandonati, immobili comunali vuoti — per destinarli a residenza sociale. La casa è un diritto costituzionale. Trattarla come un bene di investimento e non come un bisogno fondamentale è una scelta politica — e noi dobbiamo fare la scelta opposta.
14. Disabilità e accessibilità: una misura di civiltà
Il grado di civiltà di un Paese si misura da come tratta i suoi cittadini più fragili. L’Italia, su questo terreno, è molto indietro rispetto a ciò che promette sulla carta. Le barriere architettoniche sono ancora ovunque — nei marciapiedi, negli edifici pubblici, nelle scuole, nei trasporti. I servizi di assistenza sono frammentati, insufficienti e scaricati quasi interamente sulle famiglie. L’inclusione lavorativa resta un miraggio per troppe persone con disabilità.
Servono: un piano nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche, con finanziamenti vincolati e tempi certi, che riguardi gli edifici pubblici, i trasporti, gli spazi urbani e anche gli edifici privati aperti al pubblico; il rafforzamento dei servizi di assistenza domiciliare e dei caregiver, con riconoscimento economico e previdenziale reale per chi si prende cura di un familiare con disabilità — lavoro oggi invisibile e non retribuito, svolto in grandissima parte dalle donne; l’inclusione scolastica e lavorativa effettiva, con insegnanti di sostegno formati e stabili, non le supplenze a rotazione che ogni anno ricominciare da zero, e incentivi alle imprese che assumono persone con disabilità andando oltre il mero obbligo di legge; il potenziamento dei progetti di vita indipendente, perché le persone con disabilità hanno diritto a una vita autonoma e non alla reclusione familiare o istituzionale; e l’accessibilità digitale obbligatoria per tutti i servizi pubblici online, perché la digitalizzazione non può diventare una nuova barriera.
15. Immigrazione e integrazione: governare, non demonizzare
L’immigrazione è il tema su cui la destra ha costruito il proprio consenso — agitando paure, inventando emergenze, spendendo centinaia di milioni per i centri in Albania senza risolvere nulla. Il campo largo deve avere il coraggio di proporre un modello alternativo, che non sia né l’apertura indiscriminata né la chiusura xenofoba, ma il governo razionale e umano di un fenomeno strutturale.
Servono: canali di ingresso regolari e programmati, basati sulle reali esigenze del mercato del lavoro italiano — che ha bisogno di lavoratori stranieri in decine di settori, dall’agricoltura alla sanità, dall’edilizia alla ristorazione — perché l’immigrazione irregolare si combatte rendendo possibile quella regolare; una legge sulla cittadinanza che riconosca come italiani i bambini cresciuti nelle nostre scuole (ius scholae), perché un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che parla italiano, che studia con i nostri figli, è italiano — e negarlo è un’ingiustizia che pesa sulla vita di centinaia di migliaia di persone; politiche di integrazione reali — corsi di lingua, accesso ai servizi, inserimento lavorativo — e non la logica emergenziale che produce ghetti e marginalità; la chiusura dei centri in Albania e il reindirizzamento di quelle risorse verso l’accoglienza diffusa e l’integrazione sul territorio; e una politica europea comune sull’asilo, perché l’Italia non può essere lasciata sola a gestire i flussi migratori nel Mediterraneo.
16. Pubblica Amministrazione digitale, acqua pubblica e beni comuni
PA digitale e semplificazione. La burocrazia italiana è il nemico silenzioso dei cittadini e delle imprese. Ogni imprenditore, ogni professionista, ogni cittadino che ha avuto a che fare con la pubblica amministrazione sa cosa significa: moduli incomprensibili, sportelli con orari impossibili, procedure che richiedono settimane per operazioni che dovrebbero richiedere minuti, uffici che non comunicano tra loro. La digitalizzazione della PA non è un tema tecnico: è una questione di democrazia e di giustizia, perché la burocrazia colpisce di più chi ha meno strumenti per difendersi.
Servono: il completamento reale della digitalizzazione dei servizi pubblici, con piattaforme semplici, accessibili e funzionanti — non i portali labirintici che oggi costringono comunque ad andare allo sportello; il principio “once only”, per cui il cittadino fornisce un dato alla PA una sola volta e mai più; l’interoperabilità totale tra le banche dati pubbliche, così che un ufficio non chieda al cittadino documenti che un altro ufficio della stessa PA già possiede; la formazione continua del personale pubblico sulle competenze digitali; e la semplificazione normativa reale — non quella annunciata ogni anno e mai realizzata — con testi unici, procedure standardizzate e tempi certi per ogni pratica.
Acqua pubblica e beni comuni. Nel 2011 gli italiani hanno votato con un referendum per l’acqua pubblica. Quel voto è stato sostanzialmente ignorato. L’acqua è un bene comune essenziale — non una merce, non un servizio da affidare al mercato per generare profitti. Servono: la ripubblicizzazione della gestione del servizio idrico, completando il percorso indicato dal referendum; investimenti massicci nella rete idrica, che in Italia perde il 42% dell’acqua immessa — uno spreco inaccettabile in un’epoca di siccità crescente; e più in generale, il riconoscimento costituzionale dei beni comuni — acqua, aria, suolo, biodiversità, conoscenza — come patrimonio indisponibile della collettività, sottratto alla logica del profitto e affidato alla gestione partecipata delle comunità.
Dove trovare le risorse: un’operazione di verità
La critica più frequente — e più comoda — che viene rivolta a chi propone un programma ambizioso è: “Con quali soldi?” È una domanda legittima, ma troppo spesso usata in malafede da chi ha speso miliardi in condoni fiscali, centri per migranti in Albania e bonus elettorali senza battere ciglio. Proviamo a rispondere con serietà.
Eliminazione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD). Secondo il Catalogo del Ministero dell’Ambiente, l’Italia spende ogni anno circa 22 miliardi di euro in sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili e ad attività dannose per l’ambiente. Anche una riduzione progressiva del 50% in un triennio libererebbe oltre 10 miliardi annui da reindirizzare verso transizione energetica, Superbonus progressivo, bonus facciate e comunità energetiche.
Lotta all’evasione fiscale. Il tax gap italiano supera i 100 miliardi annui. Nessuno propone di recuperarli tutti — sarebbe irrealistico. Ma investire seriamente in tecnologie di incrocio dati, rafforzamento dell’Agenzia delle Entrate, fatturazione elettronica estesa e tracciabilità dei pagamenti può realisticamente recuperare 15-20 miliardi aggiuntivi all’anno. Sono risorse che esistono già: semplicemente, qualcuno non le paga.
Web tax effettiva sulle multinazionali digitali. I giganti tech fatturano in Italia decine di miliardi e versano imposte irrisorie grazie a strutture fiscali aggressive. L’applicazione rigorosa della Global Minimum Tax al 15% e una web tax nazionale rafforzata possono generare entrate nell’ordine di 2-3 miliardi annui.
Chiusura del protocollo Albania e riconversione della spesa militare improduttiva. I centri per migranti in Albania costano centinaia di milioni senza produrre alcun risultato. Quelle risorse, sommate a una revisione delle spese militari non strategiche, possono essere reindirizzate verso sicurezza sociale e servizi ai cittadini.
Spending review mirata. Non i tagli lineari che colpiscono i servizi essenziali, ma una revisione seria degli sprechi nella pubblica amministrazione: consulenze esterne inutili, duplicazioni di enti, costi di gestione sproporzionati. Il principio è semplice: ogni euro sprecato in burocrazia è un euro sottratto alla sanità, alla scuola, alle pensioni.
Effetti moltiplicatori. Molte delle proposte contenute in questo programma non sono solo costi: sono investimenti che generano ritorni. Il Superbonus progressivo crea occupazione nell’edilizia e riduce le importazioni di energia. Il bonus AI aumenta la produttività delle imprese e quindi il gettito fiscale. Le comunità energetiche riducono la bolletta energetica nazionale. La riconversione di ILVA e Cerano attrae investimenti privati e fondi europei. Un programma serio non si misura solo sulle uscite: si misura sulla capacità di rimettere in moto un’economia che da anni cresce meno dei suoi partner europei.
Non si tratta di fare i conti della serva, ma di fare i conti giusti. Le risorse ci sono: vanno cercate dove si nascondono — nell’evasione, nei sussidi fossili, nelle rendite delle multinazionali — e non dove è più facile — nelle tasche dei lavoratori e dei pensionati.
La sintesi possibile
Democratico, socialista e liberale: tre parole che la politica italiana ha spesso contrapposto, e che invece possono — devono — trovare una sintesi.
Democratico significa che il potere appartiene ai cittadini, e che ogni istituzione, ogni legge, ogni scelta politica deve rispondere a loro. Significa primarie sì, ma dopo aver costruito un programma partecipato, non prima.
Socialista significa che il mercato da solo non produce giustizia, che lo Stato ha il dovere di intervenire per garantire a tutti le condizioni di una vita dignitosa — lavoro, salute, istruzione, casa — e che la ricchezza prodotta collettivamente deve essere redistribuita in modo equo.
Liberale significa che l’individuo ha diritti inalienabili che nessuna maggioranza può comprimere, che l’iniziativa economica è un valore quando è al servizio della comunità, e che il pluralismo — delle idee, delle culture, dei modi di vivere — è la linfa della democrazia.
Questa sintesi non è un’utopia: è il modello socialdemocratico europeo nel suo momento migliore, aggiornato alle sfide del XXI secolo. È quello che i padri e le madri costituenti avevano in mente quando scrissero una Carta che è insieme liberale nei diritti, socialista nei principi e democratica nell’architettura.
Il campo largo ha un’occasione storica. La vittoria al referendum ha dimostrato che un’alternativa è possibile. Ma per renderla credibile serve un programma coraggioso, non il minimo comune denominatore tra partiti diversi. Serve parlare agli italiani di come cambieremo concretamente la loro vita — sul lavoro, nella sanità, nei diritti, nell’accesso alla tecnologia, nella tutela dell’ambiente, nella giustizia fiscale.
Giuseppe Conte ha avuto il merito di porre la questione nel modo giusto: prima il programma, poi il leader. Ma ha anche dimostrato — con la capacità di mediazione, la trasversalità del consenso e la visione politica mostrata in questi anni — di essere il candidato più credibile per interpretare quel programma. Le primarie lo confermeranno, se il percorso sarà quello giusto: partecipato, aperto, costruito dal basso.
Le primarie arriveranno. Prima, però, scriviamo il futuro. Insieme.
Francesco Giannetta è imprenditore digitale, presidente di VOLOALTO APS, ideatore di Salento Dinamico e fondatore/editore di InOnda Network.





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