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Mentre quattro astronauti volano verso la Luna, qualcuno sa che li tiene in vita la tecnologia italiana?

da 7 Aprile 2026Scienza0 commenti

Artemis II ha appena sorvolato la Luna e battuto il record di distanza dalla Terra. Il modulo che fornisce energia, aria e acqua all’equipaggio è europeo — e in buona parte costruito in Italia. Ma il Paese che produce questa tecnologia sa di essere una potenza spaziale?


di Francesco Giannetta — 7 Aprile 2026

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Stanotte, all’1:00 ora italiana, quattro esseri umani hanno sorvolato la Luna a 6.545 chilometri dalla sua superficie, viaggiando a quasi 98.000 chilometri all’ora. Pochi minuti dopo, alle 1:02, hanno stabilito un nuovo record: 406.771 chilometri dalla Terra. Mai, nella storia dell’umanità, un equipaggio si era spinto così lontano. Il primato precedente apparteneva all’Apollo 13, nel 1970 — superato di oltre 6.600 chilometri.

Per quaranta minuti, mentre la capsula Orion scivolava dietro il lato nascosto della Luna, le comunicazioni con la Terra si sono interrotte. Silenzio totale. Quattro persone sole nell’universo come nessun essere umano lo è mai stato. Quando il segnale è tornato, l’astronauta Christina Koch ha detto: “Non stavamo lasciando la Terra. Esploreremo, costruiremo veicoli spaziali. Torneremo. Costruiremo basi scientifiche. Ma sceglieremo sempre la Terra.”

A svegliarli, poche ore prima, era stato un messaggio registrato da Jim Lovell — il comandante dell’Apollo 8 e pilota dell’Apollo 13 — poco prima di morire nel 2025: “Benvenuti in quella che un tempo era la mia zona.”

La missione Artemis II, partita il 2 aprile dal Kennedy Space Center, è la prima a portare un equipaggio oltre l’orbita terrestre bassa dopo cinquantaquattro anni. Il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover — primo uomo di colore a superare l’orbita terrestre — la specialista Christina Koch — prima donna a orbitare intorno alla Luna — e il canadese Jeremy Hansen stanno ora tornando verso casa. L’ammaraggio è previsto per l’11 aprile, nelle acque del Pacifico al largo di San Diego.

Il racconto che arriva dai media è quello dell’impresa americana. NASA, Florida, Houston. Ed è vero: il razzo è americano, la capsula è americana, il programma è americano. Ma c’è un dettaglio che cambia la prospettiva su tutto il resto.


Il cuore europeo di Orion

La capsula Orion da sola non potrebbe andare da nessuna parte. A renderla funzionante — a fornire energia, propulsione, controllo termico, aria e acqua — è un modulo separato, chiamato European Service Module. È il “motore vitale” della missione: senza di esso, gli astronauti non respirerebbero, non avrebbero elettricità, non potrebbero correggere la rotta.

Questo modulo non è americano. È europeo. Costruito dall’Agenzia Spaziale Europea, con Airbus Defence and Space come primo contraente.

Ed è stato proprio il motore del Modulo di Servizio Europeo ad accendersi ieri mattina per affinare la traiettoria di Orion verso la Luna, eseguendo la manovra che ha reso possibile il flyby. La tecnologia europea non è un accessorio della missione: è quella che l’ha guidata verso il suo momento più importante.


Made in Italy, destinazione Luna

La struttura primaria del modulo — il telaio su cui tutto si regge — è realizzata da Thales Alenia Space negli stabilimenti di Torino. Pannelli sandwich in composito rinforzato con fibre, strutture secondarie in lega di alluminio. Una tecnologia che deve essere abbastanza leggera per volare e abbastanza resistente per sopportare le forze del lancio e del rientro. Sempre da Torino arrivano i radiatori del sistema di controllo termico, il sistema di protezione dai micrometeoriti, i serbatoi d’acqua — prodotti dalla piemontese Alfa Meccanica — e i sistemi di distribuzione di ossigeno e azoto che permettono agli astronauti di respirare.

I quattro pannelli solari che alimentano l’intera capsula — sette metri ciascuno, 11 kilowatt di potenza totale — sono realizzati da Leonardo nello stabilimento di Nerviano, alle porte di Milano. Leonardo produce anche le unità di condizionamento e distribuzione dell’energia. E dal Centro Spaziale del Fucino, in Abruzzo, le antenne di Telespazio seguono il viaggio degli astronauti, garantendo il collegamento con la Terra — quel collegamento che stanotte, per quaranta minuti, si è interrotto mentre Orion passava dietro la Luna.

Non è un contributo marginale. Senza la struttura di Torino, il modulo non esisterebbe. Senza i pannelli di Nerviano, sarebbe al buio. Senza le antenne del Fucino, sarebbe muto. L’Italia non “partecipa” alla missione Artemis: l’Italia tiene in vita gli astronauti.

E non è un impegno occasionale. Thales Alenia Space sta producendo i sottosistemi per tutti e sei i moduli di servizio previsti dal programma — da Artemis I ad Artemis VI. Sta costruendo i moduli abitativi I-HAB e HALO per il Lunar Gateway, la stazione spaziale che orbiterà intorno alla Luna. Ha vinto il contratto ESA per il lander Argonaut, che porterà carichi sulla superficie lunare dal 2030. L’ASI le ha affidato il modulo Multi-Purpose Habitation, che permetterà agli astronauti di vivere sulla Luna.

L’Italia non sta solo andando sulla Luna. Sta costruendo le case per chi ci resterà.


E la Puglia?

Qui il racconto si avvicina a casa. Perché la Puglia non è ai margini di questa storia — ne è parte.

A Grottaglie, in provincia di Taranto, c’è l’aeroporto “Marcello Arlotta”. Dal 2020, per regolamento ENAC, è ufficialmente il primo spazioporto italiano — e il primo spazioporto orizzontale dell’Unione Europea. Il progetto “Criptaliae Spaceport”, costituito sotto la presidenza ENAC con Aeroporti di Puglia, ENAV, Aeronautica Militare e CNR, punta a farne la base per i voli suborbitali commerciali in Europa. Virgin Galactic ha manifestato interesse. Sul piatto ci sono 70 milioni dall’Accordo di coesione Governo-Regione, risorse FSC.

Nello stesso aeroporto, Leonardo Aerostrutture produce da anni le fusoliere del Boeing 787 Dreamliner. E il gruppo americano Radia ha individuato un’area di 44 ettari adiacente per costruire il WindRunner, il più grande aereo mai progettato — un investimento da 3 miliardi di euro e 1.000-1.200 posti di lavoro.

Il Distretto Tecnologico Aerospaziale pugliese coordina oltre 100 imprese, più di 8.000 addetti, un fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro. I soci includono il Politecnico di Bari, l’Università di Bari e l’Università del Salento. A Brindisi opera l’ESA BIC, l’unico incubatore dell’Agenzia Spaziale Europea nel Mezzogiorno, da cui nascono startup che lavorano sulla New Space Economy. A maggio, una delegazione americana — compreso il direttore dello Spaceport America e il direttore del White Sands Testing Center della NASA — è stata accolta proprio all’Università del Salento per avviare collaborazioni di ricerca.

La domanda è: quanti pugliesi lo sanno? Quanti italiani lo sanno?


La competizione che non vediamo

Artemis II non è solo una missione scientifica. È un atto geopolitico. Gli Stati Uniti tornano sulla Luna perché la Cina ha annunciato di volerci mandare i propri astronauti entro il 2030. La corsa allo spazio del XXI secolo è una corsa alla sovranità tecnologica: chi controlla l’orbita lunare, le comunicazioni, la navigazione, le risorse, controlla un pezzo del futuro.

L’Europa, in questa corsa, ha scelto la strada della cooperazione con la NASA — il modulo di servizio è il “biglietto d’ingresso” per avere astronauti europei sulla Luna nelle missioni successive. Ma cooperazione non significa dipendenza. L’Europa sta sviluppando le proprie infrastrutture: il programma IRIS² per le comunicazioni satellitari, Copernicus per l’osservazione della Terra, Galileo per la navigazione. E l’Italia, con il terzo contributo nazionale all’ESA, è tra i protagonisti.

Il punto è che questa partita non si vince solo nei laboratori di Torino o nelle sale di controllo del Fucino. Si vince anche nel territorio — nella capacità di un paese di collegare le sue eccellenze industriali alla formazione, alla ricerca, alle infrastrutture, alla qualità della vita delle persone che ci lavorano. A Grottaglie costruiscono le fusoliere dei jet intercontinentali e si preparano ai voli suborbitali. A pochi chilometri, nel Salento, i treni regionali passano ogni due ore e l’ospedale più vicino si raggiunge in un’ora di auto.

È lo stesso paradosso di sempre: l’Italia produce tecnologia che tiene in vita gli astronauti nello spazio profondo, ma fatica a tenere in vita i servizi essenziali nel suo stesso territorio.


Non solo Luna

Stanotte, durante il sorvolo, gli astronauti di Artemis II hanno proposto di battezzare due crateri lunari osservati a occhio nudo. Uno lo hanno chiamato “Integrity”, come la loro capsula. L’altro “Carroll”, in memoria della moglie scomparsa del comandante Wiseman. I nomi saranno sottoposti alla International Astronomical Union.

È un gesto piccolo, ma dice molto. Chi va nello spazio ci porta la propria umanità. E chi resta a terra ha il compito di costruire il mondo in cui quella umanità ha senso.

Artemis IV, prevista per il 2028, porterà per la prima volta una donna e un astronauta di colore sulla superficie lunare. E poi verranno le basi lunari, e un giorno Marte. L’Italia sarà in questa storia. Lo è già, da protagonista tecnologica. La questione è se sarà protagonista anche come paese — capace di trasformare l’eccellenza industriale in sviluppo territoriale, in opportunità per i giovani, in visione per il Mezzogiorno.

Grottaglie è a cento chilometri dal Salento. Le competenze ci sono. Le infrastrutture si stanno costruendo. Manca il racconto che tenga insieme i pezzi.

Mentre quattro esseri umani tornano dalla Luna su una capsula tenuta in vita dalla tecnologia italiana, forse è il momento di alzare lo sguardo anche noi.


Artemis II Luna

[Precedenti: Art. 1 — PNRR: i numeri dicono che funziona. I territori dicono un’altra cosa? | Art. 2 — Salento scollegato: il diritto alla mobilità che non esiste | Art. 3 — 183 milioni per la costa: il Salento sa dove stanno andando? | Art. 4 — 7 miliardi di fondi europei cambiano destinazione: il Mezzogiorno sa cosa sta perdendo? | Art. 5 — La sabbia pubblica che diventa privata: cosa sta succedendo a Lido Pizzo?]

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