7 miliardi di fondi europei cambiano destinazione: il Mezzogiorno sa cosa sta perdendo?
La politica di coesione dell’Unione Europea stava servendo a ridurre i divari territoriali. Ora quei soldi vanno altrove. Chi ci guadagna e chi ci perde?
di Francesco Giannetta — Aprile 2026
Mercoledì 2 aprile, il Vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto si è recato a Charleroi, nel sud del Belgio, per visitare un campus universitario ristrutturato con 23 milioni di fondi europei di coesione. Voleva mostrare come funziona la politica di coesione quando i soldi arrivano dove devono arrivare.
Non ha potuto farlo. Circa cento persone — studenti, professori, attivisti — lo hanno contestato apertamente, con cartelli, cori e un blocco durato un’ora. La delegazione ha valutato di uscire dalla finestra. Alla fine è stato esfiltrato con un rinforzo di polizia, e l’incontro bilaterale è stato spostato in un’altra sede.
Non è il tema di questo articolo. Ma è una scena che vale la pena conoscere, perché racconta qualcosa sullo stato della politica di coesione europea oggi: anche chi ne beneficia non sempre riconosce credibilità a chi la governa.
Cos’è la politica di coesione e perché riguarda il Salento
La politica di coesione è il principale strumento con cui l’Unione Europea cerca di ridurre le disuguaglianze tra le regioni. Vale circa un terzo dell’intero bilancio UE — 367 miliardi di euro per il ciclo 2021-2027. Funziona attraverso diversi fondi: il FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale), il FSE+ (Fondo sociale europeo), il Fondo di coesione, il Fondo per la Transizione Giusta. Poi c’è il FSC (Fondo Sviluppo e Coesione), che è nazionale ma risponde alla stessa logica: concentrare risorse dove i divari sono più profondi.
L’Italia riceve circa 42 miliardi dai fondi di coesione europei per il ciclo 2021-2027. La maggior parte va alle regioni del Mezzogiorno — perché è lì che le disuguaglianze sono più grandi. È da questi fondi che arrivano, per esempio, i 183 milioni del CIS Brindisi-Lecce di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente. È lo stesso ecosistema di risorse da cui dipende buona parte delle infrastrutture, dei servizi e degli interventi che il Sud attende da decenni.
Per chi vive nel Salento, la politica di coesione non è un tema di Bruxelles. È il rubinetto da cui dovrebbero uscire strade, presidi sanitari, collegamenti ferroviari, percorsi ciclabili, difesa delle coste dall’erosione. Quando quel rubinetto viene girato altrove, il territorio lo paga.
7 miliardi spostati: il “grande risultato” raccontato in un altro modo
Il 25 marzo 2026, Fitto ha presentato a Bruxelles i risultati della revisione di medio termine della politica di coesione. In tutta Europa, 25 Stati membri hanno riprogrammato 34,6 miliardi di euro — circa il 10% dell’intero bilancio della coesione — spostandoli verso cinque nuove priorità: competitività, difesa, alloggi, acqua, energia.
L’Italia è al secondo posto dopo la Polonia per volume di risorse spostate: 7,078 miliardi su una dotazione di 42 miliardi. Sono stati modificati 35 programmi su 48 — 28 regionali e 7 nazionali.
Dove vanno quei 7 miliardi? 4,665 miliardi alla competitività delle imprese. 1,119 miliardi al Piano Casa. 629 milioni alla gestione delle risorse idriche. 396 milioni alla transizione energetica. 248 milioni alla difesa.
La Presidente del Consiglio Meloni lo ha definito “un risultato molto significativo”. Il Ministro Foti ha parlato di “investimenti fondamentali”. Fitto ha dichiarato che si tratta di “risorse reali, concrete e immediatamente disponibili”.
Nessuno ha detto la cosa più semplice: ogni euro spostato verso queste nuove priorità è un euro sottratto agli obiettivi originari di riequilibrio territoriale. Quei 7 miliardi erano destinati a ridurre le disuguaglianze tra Nord e Sud, tra aree urbane e aree interne, tra regioni sviluppate e regioni in ritardo. Ora vanno a competitività e difesa — voci che non hanno come obiettivo primario il Mezzogiorno.
Le riprogrammazioni regionali più consistenti vengono dalla Campania (881 milioni) e dalla Sicilia (919 milioni). Due regioni del Sud che spostano quasi 2 miliardi dei propri fondi di coesione verso priorità che non sono la coesione.
La parola magica: “flessibilità”
Fitto usa due parole-chiave quando parla di coesione: flessibilità e semplificazione. Le ha ripetute a febbraio a Bruxelles, a Cracovia al Cities Forum, nella presentazione del 25 marzo. “Non è possibile difendere il vecchio approccio della politica di coesione”, ha detto. “Il mondo è cambiato.”
È vero che il mondo è cambiato. Ma vale la pena chiedersi: flessibilità per chi? E semplificazione di cosa?
La flessibilità, in concreto, significa che i governi nazionali possono spostare fondi che erano destinati ai territori verso priorità decise a livello centrale. La Commissione offre incentivi — prefinanziamenti supplementari, cofinanziamento più elevato, periodi di ammissibilità più lunghi — a chi accetta di riprogrammare. È una scelta volontaria, ma con un incentivo economico che la rende difficile da rifiutare.
La semplificazione, nel dibattito sul bilancio post-2027, si traduce in una proposta di fondo unico che accorpa politica agricola e coesione. Il Comitato europeo delle Regioni e il Parlamento europeo si oppongono apertamente, perché vedono il rischio che la coesione — cioè i soldi per i territori più deboli — venga compressa a vantaggio di altre priorità.
Nel luglio 2025, alla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, la proposta di bilancio di Fitto è stata criticata da tutti i gruppi — popolari, socialisti, liberali, verdi, persino i conservatori.
“Flessibilità e radicamento nei territori” è lo slogan. Ma se la flessibilità serve a spostare risorse dai territori verso obiettivi centrali, e il radicamento si traduce in nomine fiduciarie come quella del CIS Brindisi-Lecce, la domanda diventa: di quale territorio stiamo parlando?
Cosa significa per chi vive nel Mezzogiorno
Torniamo al concreto. L’Italia ha una dotazione di 42 miliardi di fondi di coesione europei. 7 miliardi cambiano destinazione. Le regioni del Sud — che sono le principali destinatarie — contribuiscono con le riprogrammazioni più consistenti.
Nel frattempo, nel Salento: il raccordo ferroviario Brindisi-aeroporto da 153 milioni è ripartito tre giorni fa dopo mesi di blocco. Il CIS Brindisi-Lecce da 184 milioni ha una scadenza tra otto mesi e i dati di avanzamento non sono pubblici. I collegamenti bus esistono solo d’estate. Le Case di Comunità del PNRR — quelle che funzioneranno — non hanno ancora il personale per aprire.
Sono situazioni che la politica di coesione, nella sua missione originaria, dovrebbe risolvere. Presidi sanitari raggiungibili. Trasporti che funzionano tutto l’anno. Infrastrutture costiere che proteggono il territorio. Servizi per i cittadini, non solo per i turisti.
Quando 7 miliardi vengono spostati dalla riduzione dei divari alla competitività delle imprese e alla difesa, il Mezzogiorno non perde solo risorse. Perde il senso stesso dello strumento che doveva aiutarlo.
Una coesione senza territorio?
C’è un paradosso in quello che sta accadendo. Il responsabile europeo della politica di coesione — un salentino, di Maglie, che conosce il territorio quanto chiunque — promuove una riforma che sposta risorse dai territori verso priorità nazionali e centrali. Parla di “coesione radicata nei territori” mentre il modello che propone concentra potere decisionale nei governi e riduce il ruolo delle regioni. Visita campus ristrutturati con fondi di coesione in Belgio, mentre nel suo territorio i fondi di coesione sono gestiti attraverso nomine fiduciarie e i dati non sono accessibili ai cittadini.
Non è un’accusa. È una constatazione. E la constatazione genera una domanda: la coesione europea sta diventando qualcos’altro? Uno strumento di politica industriale, di competitività, di difesa — tutte cose legittime — ma che non ha più come priorità il riequilibrio tra i territori?
Se è così, il Mezzogiorno dovrebbe saperlo. E dovrebbe chiedersi: con quale strumento, allora, si chiuderanno i divari che esistono da sessant’anni?
Queste domande le facevamo già vent’anni fa nel Salento, ragionando di come collegare un territorio alle risorse europee senza perdersi nella burocrazia e nelle governance feudali. La differenza è che oggi le risorse ci sono — ma qualcuno le sta girando da un’altra parte. E nel territorio, nessuno lo racconta.

Fonti: Commissione europea — Revisione intermedia politica di coesione (25/03/2026), Eunews, Il Sole 24 Ore, Il Fatto Quotidiano, Stampa Parlamento, Corriere Nazionale, dichiarazioni Presidente Meloni (26/03/2026), dichiarazioni Ministro Foti, Comitato europeo delle Regioni, Parlamento europeo — Commissione Sviluppo regionale.
[Precedenti: Art. 1 — PNRR: i numeri dicono che funziona. I territori dicono un’altra cosa? | Art. 2 — Salento scollegato: il diritto alla mobilità che non esiste | Art. 3 — 183 milioni per la costa: il Salento sa dove stanno andando?]











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