L’energia del Salento la produce il Salento — ma non la governa ancora
Le Comunità Energetiche Rinnovabili esistono per legge dal 2021. In Puglia ci sono 8 gigawatt di rinnovabili installati. Le CER finanziate finora? Nove.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà desiderabile.» — Alexander Langer, 1994
Un paradosso che fa male
La Puglia produce 8 gigawatt di energia rinnovabile. È la prima regione italiana per capacità installata, uno dei territori con la più alta intensità di produzione solare ed eolica dell’intera Europa meridionale. Eppure larga parte di quella energia percorre i cavi verso il Nord del Paese, dove i prezzi sono più alti e la domanda è più concentrata. I territori che ospitano gli impianti — con i loro paesaggi modificati, le loro comunità attraversate da cantieri e concessioni — ottengono in cambio canoni, qualche occupazione temporanea, e poco altro.
Non è solo una questione di giustizia distributiva. È una questione di modello. Un territorio che produce energia senza governarne la distribuzione locale è un territorio che esporta ricchezza, non che la trattiene. Le Comunità Energetiche Rinnovabili erano lo strumento pensato per invertire questa logica. La norma europea le ha previste nel 2018. L’Italia le ha recepite nel 2021. Il decreto attuativo con gli incentivi è arrivato nel gennaio 2024 — sei anni dopo la direttiva europea. E nel novembre 2025, proprio quando lo strumento cominciava a prendere forma, il governo Meloni ha tagliato le risorse PNRR destinate alle CER del 64%: da 2,2 miliardi di euro a 795 milioni.
Cosa è una CER e perché è diversa
Una Comunità Energetica Rinnovabile non è semplicemente un impianto fotovoltaico condiviso. È un soggetto giuridico autonomo — un’associazione, una cooperativa, un ente del terzo settore — in cui cittadini, piccole imprese, enti pubblici e organizzazioni si uniscono per produrre, consumare e condividere energia rinnovabile all’interno della stessa area geografica, collegata alla stessa cabina primaria di rete. L’energia non viaggia fisicamente tra le case dei soci: passa dalla rete, viene contabilizzata virtualmente, e i benefici economici vengono redistribuiti tra i membri.
Il principio è semplice e potente: chi consuma energia in un momento in cui il pannello del vicino la sta producendo, non la paga al prezzo di mercato ma beneficia di una tariffa incentivante riconosciuta dal GSE per un periodo pluriennale. Chi non può permettersi un impianto fotovoltaico di proprietà — perché vive in affitto, perché abita in un condominio, perché non ha il capitale iniziale — può comunque partecipare alla transizione energetica come membro attivo, non come utente passivo di una bolletta che sale.
Le CER sono, in questa chiave, molto più che uno strumento tecnico di efficienza energetica. Sono una forma di democrazia economica applicata all’energia. E sono esplicitamente concepite, nella normativa europea, come strumento di lotta alla povertà energetica — quella condizione in cui una famiglia spende una quota sproporzionata del proprio reddito per riscaldarsi o raffrescarsi, una condizione che nel Mezzogiorno è strutturalmente più diffusa che altrove.
La cronologia di un ritardo annunciato
La Direttiva europea RED II, approvata nel dicembre 2018, ha formalmente riconosciuto le comunità energetiche come strumento fondamentale della transizione. L’Italia avrebbe dovuto recepirla entro giugno 2021. Lo ha fatto con il D.Lgs 199/2021, approvato a novembre di quell’anno — già in leggero ritardo, ma ancora accettabile.
Il problema è arrivato dopo. Il decreto attuativo con le regole operative e gli incentivi concreti — quello che avrebbe permesso di costituire CER, accedere alla tariffa incentivante e richiedere contributi PNRR — è stato pubblicato dal MASE solo il 23 gennaio 2024. Tre anni dopo il recepimento della direttiva. Sei anni dopo la direttiva stessa.
In quei sei anni, altri paesi europei hanno costruito centinaia di comunità energetiche funzionanti. La Germania ne conta migliaia. L’Austria ha un quadro legislativo attivo dal 2017. La Danimarca ha strutturato cooperative energetiche locali che risalgono agli anni Ottanta. L’Italia si presentava alla partenza con un ritardo accumulato di sei anni.
E poi, nell’autunno 2025, il colpo di scena: il MASE ha comunicato che le risorse PNRR destinate alle CER venivano ridotte del 64% — da 2,2 miliardi di euro a 795,5 milioni. Il taglio non è stato motivato da una valutazione di efficacia dello strumento, ma da esigenze di rimodulazione del Piano legate alle scadenze di rendicontazione europea. La conseguenza pratica è stata immediata: migliaia di progetti in fase avanzata di progettazione si sono trovati senza garanzie di finanziamento, le banche hanno bloccato le istruttorie, e l’accelerazione che stava finalmente prendendo forma si è interrotta di colpo.
Il DL PNRR 2026 ha cercato di rimediare parzialmente: 795,5 milioni confermati, GSE nominato soggetto attuatore unico, 24 mesi per completare gli impianti dalla firma degli accordi, scadenza tassativa fissata al 30 giugno 2026. Un nuovo punto di partenza, ma su basi finanziarie dimezzate rispetto alle aspettative originali. Il D.Lgs 5/2026, entrato in vigore il 4 febbraio 2026 come recepimento parziale della RED III, ha ampliato le CER anche all’energia termica — un passo avanti normativo, in un paese dove gli edifici sono spesso più energivori per il riscaldamento che per l’elettricità.
Il risultato di tutto questo è che oggi, in Italia, le CER operative sono poche centinaia. Su previsioni che nelle prime stime del 2022 parlavano di decine di migliaia entro il 2030.
La Puglia: 8 gigawatt e 9 CER finanziate
In Puglia la Regione si è mossa con strumenti propri, nella misura del possibile. L’avviso pubblico del PR Puglia FESR-FSE+ 2021-2027 — Azione 2.3, dedicata specificamente al sostegno alla nascita di nuove CER — ha una dotazione complessiva di 2,5 milioni di euro. Al termine della prima tornata valutativa sono state ritenute idonee 9 proposte progettuali, per un importo complessivo ammesso di circa 758.000 euro. Il bando è stato riaperto e le candidature possono essere presentate fino al 30 giugno 2026.
Va detto con onestà: la Regione Puglia ha fatto ciò che era nelle sue possibilità con le risorse disponibili nel quadro del programma regionale. L’avviso esiste, le regole sono chiare, lo sportello è aperto. Il problema non è l’assenza di volontà regionale — è la sproporzione tra le risorse mobilitate e la scala del problema. 2,5 milioni di euro su un territorio che produce 8 gigawatt di energia rinnovabile, che ha una delle più alte incidenze di povertà energetica nel paese, e che ospita alcune delle aree rurali più fragili d’Europa, non è uno strumento dimensionato all’altezza della sfida. È un segnale positivo, non ancora una strategia.
Il punto critico non è nemmeno principalmente finanziario. È strutturale. In Puglia, come nel resto del Mezzogiorno, i piccoli comuni — che sono anche quelli con il profilo energetico più adatto alle CER, con meno utenze ma più irraggiamento solare e meno vincoli urbanistici — hanno spesso capacità amministrativa limitata per avviare procedimenti complessi come la costituzione di un soggetto giuridico nuovo, la raccolta dei soci, la negoziazione con il GSE, la gestione della rendicontazione PNRR. Il vuoto tra la disponibilità dello strumento e la capacità di usarlo è il vero nodo irrisolto.
Quello che la Regione potrebbe fare — e ancora non fa in modo organico
Una strategia regionale sulle CER degna di questo nome non è la somma di avvisi pubblici. È un sistema di accompagnamento territoriale che risponda a una logica integrata: sportelli tecnici comunali dedicati, assistenza alla progettazione nei piccoli comuni, mappatura sistematica delle cabine primarie e delle comunità potenzialmente coinvolgibili, collegamento esplicito tra la politica delle CER e gli obiettivi di lotta alla povertà energetica già presenti nei piani sociali regionali.
Significa anche pensare alle CER come strumento di governance del territorio, non solo di produzione energetica: una comunità energetica nei borghi del Salento interno che ha perso abitanti può diventare un motore di ri-attrazione, di autoproduzione, di riduzione dei costi fissi per le famiglie che restano. Una CER che coinvolge il Comune, la parrocchia, le botteghe artigiane e qualche famiglia del centro storico non è solo un impianto fotovoltaico — è un atto di cura del territorio.
La Puglia ha già la materia prima — il sole, il vento, e una normativa finalmente operativa. Quello che ancora manca è la connessione tra questa potenzialità e le comunità che vivono il territorio ogni giorno. Alexander Langer aveva ragione: la transizione funziona se è desiderabile. E diventa desiderabile quando non è imposta dall’alto come un impianto da 50 ettari che nessuno ha scelto, ma costruita dal basso come una scelta collettiva che riduce le bollette, crea lavoro locale e restituisce alle comunità una quota della ricchezza energetica che già producono.
L’energia come democrazia
Salento Dinamico ha sempre intuito che lo sviluppo di un territorio non si misura solo in PIL e in metri quadrati di pannelli. Si misura nella capacità delle comunità locali di partecipare attivamente alle scelte che le riguardano — comprese quelle energetiche.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono uno degli strumenti più concreti che la legislazione europea abbia mai messo a disposizione dei territori per esercitare quella partecipazione. Il Salento ha il sole, ha le comunità, ha la normativa. Quello che serve adesso è la volontà politica — e la competenza tecnica — di unire questi elementi in un progetto che non aspetti il prossimo bando per muoversi.
Fonti: D.Lgs 199/2021, Decreto MASE 414/2023, D.Lgs 5/2026, DL PNRR 2026 – schema gennaio 2026, GSE regole operative febbraio 2024, Regione Puglia – Avviso CER PR FESR-FSE+ 2021-2027 (press release aprile 2026), Rinnovabili.it, BibLus, MyGreenEnergy, Ingenio-Web, Memodo, MASE comunicato gennaio 2024














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