L’Italia è davvero una Repubblica fondata sul lavoro, o quella parola è rimasta solo sulla carta?
Il primo articolo della Costituzione, le quarantadue parole più combattute della storia repubblicana, e quello che succederebbe se le prendessimo sul serio
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«Il lavoro non è una merce. Chi lavora non vende se stesso: vende il suo tempo, la sua intelligenza, la sua fatica. E ha diritto che questo venga riconosciuto — non come concessione, ma come giustizia.» — Giorgio La Pira, costituente, sindaco di Firenze, 1946
Quarantadue parole. Nessuna casuale.
L’articolo 1 della Costituzione italiana è il più breve dei dodici Principi Fondamentali. Due commi, quarantadue parole, una densità che pochi testi al mondo eguagliano:
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»
Leggerlo oggi, dopo ottant’anni, rischia di sembrare ovvio. Non lo era. Ogni aggettivo, ogni sostantivo, ogni preposizione fu discussa, contrastata, votata in un’aula in cui sedevano uomini e donne che venivano da vent’anni di dittatura, da una guerra persa, da un paese fisicamente e moralmente distrutto. Niente in quel testo è decorativo. Tutto è intenzionale.
La battaglia nell’aula
Roma, estate 1946. L’Assemblea Costituente lavora da settimane sulla prima disposizione — quella che dovrà dire, in poche parole, cos’è l’Italia e su cosa si fonda. Il dibattito è feroce, perché quella prima riga non è solo simbolica: è il principio interpretativo di tutto ciò che verrà dopo. Ogni altro articolo andrà letto alla sua luce.
Il Partito Comunista e il Partito Socialista spingono per una formula che metta il lavoro al centro in modo esplicito e inequivocabile. Alcuni vogliono “Repubblica dei lavoratori” — formula che richiama le costituzioni sovietiche e che la Democrazia Cristiana non può accettare. La DC vuole “Repubblica democratica”, punto. Il lavoro come fondamento le sembra una concessione ideologica troppo marcata verso la sinistra.
Il compromesso lo costruisce Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 incaricata di redigere il progetto costituzionale. La formula “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” è una sintesi politica raffinata: non “Repubblica dei lavoratori” — che avrebbe implicato un carattere di classe dello Stato — ma “fondata sul lavoro”, che fa del lavoro il valore fondante della comunità nazionale senza identificare lo Stato con una sola classe sociale. Democratica prima, fondata sul lavoro subito dopo: l’ordine delle parole non è casuale.
Il secondo comma — “la sovranità appartiene al popolo” — è altrettanto conteso. Significa che nessuna istituzione, nessun organo, nessuna autorità possiede la sovranità in proprio: la esercita per delega, nelle forme che la Costituzione stabilisce. È la negazione diretta di ogni forma di potere personale, di ogni deriva autoritaria, di ogni pretesa di governare al di sopra o al di fuori delle regole che il popolo si è dato.
Cosa significa “fondata sul lavoro”
Non significa che l’Italia è uno Stato operaio. Significa qualcosa di più preciso e più impegnativo: che il lavoro — inteso nella sua accezione più ampia, manuale e intellettuale, dipendente e autonomo, di cura e di produzione — è il criterio in base al quale si misura la salute della Repubblica. Quando il lavoro manca, quando è mal retribuito, quando è insicuro, quando è irregolare, quando è sfruttato, la Repubblica non sta funzionando come la Costituzione chiede.
“Fondata” non è un ornamento. È un verbo strutturale: così come un edificio riposa sulle fondamenta e crolla se quelle cedono, la Repubblica riposa sul lavoro e si incrina quando il lavoro viene meno — in quantità, in qualità, in dignità.
Questo ha conseguenze pratiche enormi, che la classe politica di ogni colore ha sistematicamente ignorato. Se la Repubblica è fondata sul lavoro, ogni legge che precarizza il lavoro è in tensione con l’articolo 1. Ogni riforma che riduce le tutele dei lavoratori va misurata su questo parametro. Ogni politica economica che produce crescita senza occupazione di qualità è costituzionalmente insufficiente, per quanto tecnicamente legale.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Proviamo a immaginarlo, concretamente.
Se l’articolo 1 fosse il parametro reale delle politiche pubbliche italiane, il lavoro irregolare — stimato tra il 10 e il 12 per cento del PIL nazionale, con picchi drammatici nel Mezzogiorno — non sarebbe una piaga tollerata ma un’emergenza costituzionale. Non una questione di evasione fiscale: una violazione del principio fondante della Repubblica.
Il salario minimo legale non sarebbe una proposta di sinistra ma un’ovvietà costituzionale: se la Repubblica è fondata sul lavoro, il lavoro non può valere meno di quanto serve a vivere con dignità. La precarietà strutturale — contratti a termine rinnovati per anni, partite IVA fittizie, lavoro a chiamata senza garanzie — non sarebbe una flessibilità da celebrare ma una contraddizione con l’articolo 1 da sanare.
La sovranità che appartiene al popolo non sarebbe una formula vuota ma un principio operativo: le decisioni che riguardano il lavoro — le grandi privatizzazioni, le delocalizzazioni, le riforme del mercato del lavoro — non potrebbero essere adottate contro il parere dei lavoratori e delle loro rappresentanze senza violare lo spirito del secondo comma.
Stiamo parlando di un paese radicalmente diverso da quello che conosciamo. Non utopico — costituzionale.
Perché è sotto attacco
L’articolo 1 non viene attaccato frontalmente: nessun politico propone di togliere “fondata sul lavoro” dalla Costituzione. Viene svuotato per sottrazione progressiva — legge per legge, riforma per riforma, decreto per decreto.
Il Jobs Act del 2015 ha indebolito le tutele contro i licenziamenti illegittimi, riducendo il lavoro a una variabile di aggiustamento aziendale. La proliferazione delle forme contrattuali atipiche ha reso strutturale una precarietà che la Costituzione non contempla. La mancanza di un salario minimo legale lascia ampie fasce di lavoratori — soprattutto al Sud, soprattutto giovani, soprattutto donne — in una condizione che l’articolo 36 definisce incostituzionale ma che nessuno corregge. Il lavoro nero prolifera nei campi, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti, nelle case dove si accudiscono anziani e bambini: prolifera perché è tollerato, perché conviene a chi lo usa, perché le sanzioni sono basse e i controlli insufficienti.
Nel frattempo, la sovranità popolare si assottiglia. Le grandi decisioni economiche vengono adottate in sedi tecniche — banche centrali, commissioni europee, fondi di investimento — che rispondono a logiche di mercato, non alle forme e ai limiti della Costituzione. Non è una cospirazione: è una deriva strutturale che richiede una risposta strutturale. Cominciando dal primo articolo.
Un’applicazione vissuta
Ho costruito GiaNet Media, InOnda Network e tutto il lavoro che ne è conseguito — le piattaforme, le webtv, i marketplace, gli strumenti digitali — senza capitale iniziale, senza investitori, senza spalle coperte. Solo lavoro. Nel Sud, in un territorio che i mercati finanziari non considerano, con infrastrutture insufficienti e reti di accesso al credito praticamente inesistenti per chi non ha garanzie patrimoniali da offrire.
Questo non è un merito particolare — è la condizione di migliaia di persone in questa parte d’Italia. Ma è anche la dimostrazione concreta di cosa significa che la Repubblica è “fondata sul lavoro”: non sul capitale ereditato, non sulle relazioni giuste nel momento giusto, non sul cognome o sul posto che si occupa in una gerarchia sociale consolidata. Sul lavoro — sulla capacità di immaginare, costruire, sbagliare, ricominciare.
La Costituzione questa possibilità la garantisce sulla carta. Le condizioni reali — il costo del credito, la burocrazia, la pressione fiscale su chi lavora autonomamente, la concorrenza sleale del lavoro irregolare — la rendono più difficile di quanto dovrebbe essere. L’articolo 1 chiede alla Repubblica di fare la differenza. Non sempre la fa.
La stella polare di Salento Dinamico
Salento Dinamico nasce esattamente da questo: dall’idea che un territorio periferico possa fondare il proprio sviluppo sul lavoro — non sulle rendite, non sui finanziamenti a pioggia, non sulle clientele — ma sulla capacità produttiva delle persone che ci vivono, se messe nelle condizioni di esprimerla.
È la traduzione territoriale dell’articolo 1. Una Repubblica che si prende sul serio quel “fondata sul lavoro” investe in formazione, in infrastrutture digitali, in accesso al credito per chi parte da zero, in legalità che punisce chi usa il lavoro nero per competere slealmente contro chi le regole le rispetta. Investe in Salento come investe a Milano — perché la sovranità appartiene al popolo, tutto il popolo, anche quello che abita i margini.
Non lo fa abbastanza. Ma la Costituzione dice che deve farlo. E noi siamo qui a ricordarglielo — un articolo alla volta.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute della Commissione dei 75 e dell’Assemblea plenaria, 1946-1947; Meuccio Ruini, relazione al progetto di Costituzione, 1947; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 1; ISTAT, rapporto sul lavoro irregolare 2024; Giorgio La Pira, interventi in Assemblea Costituente, 1946; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.











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