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La Costituzione è ancora la nostra bussola, o l’abbiamo dimenticata in un cassetto?

da 5 Maggio 2026Cultura0 commenti

Una rubrica quotidiana per rileggere insieme la Carta che ci appartiene — articolo per articolo, storia per storia

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«La Costituzione non è una macchina che si mette in moto da sé. Occorrono ogni giorno tecnici, meccanici, manutentori: coloro che si rendono conto che la libertà e la giustizia che la Costituzione garantisce sono il risultato di uno sforzo quotidiano e continuo.» — Piero Calamandrei, discorso agli studenti milanesi, 26 gennaio 1955


Una scoperta lenta

Ci sono cose che capisci solo voltandoti indietro. Non arrivano come illuminazioni — arrivano come riconoscimenti. Guardi quello che hai costruito negli anni e vedi, all’improvviso, la forma che aveva già prima che tu cominciassi a costruirlo.

Ho impiegato vent’anni a capire che ogni progetto che avevo in mente aveva già una norma. Non una norma qualsiasi: la norma fondamentale della Repubblica. Quella scritta tra il 1946 e il 1948 da uomini e donne che avevano visto da vicino cosa succede quando un paese perde la bussola — quando la libertà di stampa viene spenta, quando il lavoro diventa privilegio di pochi, quando i diritti rimangono sulla carta ma spariscono dalla vita reale.

Ho avviato una web television nel 2011 perché credevo che il Salento meritasse di essere raccontato da dentro, non da fuori. Ho costruito una piattaforma per la promozione degli eventi perché pensavo che la cultura locale non dovesse dipendere dai capricci di qualche redazione lontana. Ho fondato una testata giornalistica indipendente perché l’informazione è un servizio, non una merce. Ho creato strumenti digitali per fare impresa nel Sud senza dover dipendere da chi aveva già il potere di decidere chi poteva farcela e chi no. Ho immaginato uno sviluppo per questo territorio che non aspettasse che qualcuno dall’alto si ricordasse di noi.

Poi ho riletto la Costituzione. E ho trovato tutto lì, già scritto.

Ottanta anni fa, in una città ancora in macerie

Roma, giugno 1946. L’Italia ha appena votato per la Repubblica nel referendum istituzionale. Cinquecentocinquantasei cittadini vengono eletti nell’Assemblea Costituente — ventuno donne e cinquecentotrentacinque uomini — con il compito di scrivere la legge fondamentale del nuovo Stato.

Non sono angeli. Sono democristiani, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, monarchici, qualche repubblicano, qualche indipendente. Vengono da storie diverse, da famiglie diverse, da parti diverse d’Italia. Molti si odiano politicamente. Eppure si siedono insieme — sotto la presidenza di Giuseppe Saragat prima, di Umberto Terracini poi — e lavorano per un anno e mezzo a un testo che nessuno di loro avrebbe potuto scrivere da solo.

Il risultato porta i segni di quel compromesso necessario. Non è perfetto. Ha tensioni interne, ambiguità deliberate, punti lasciati aperti per non rompere l’accordo. Ma ha qualcosa che pochi documenti costituzionali al mondo possiedono: una profondità morale che viene dall’esperienza diretta del disastro. Questi uomini e queste donne sapevano esattamente cosa succede quando i diritti non sono garantiti. Li avevano visti violare. Alcuni li avevano subiti sulla propria pelle.

Ecco perché la Costituzione italiana è quello che è. Non è il documento di un’élite illuminata che immagina un mondo migliore in astratto. È il documento di una generazione che ha toccato il fondo e ha deciso di costruire qualcosa che reggesse.

Cosa significa “stella polare”

I navigatori, prima del GPS e dei satelliti, si orientavano con la stella polare. Non ci navigavano verso — non è una destinazione, non si raggiunge mai del tutto. È un punto fermo nel cielo che ti dice sempre dove sei e dove stai andando. Quando ti sei perso, la cerchi. Quando la trovi, sai come correggere la rotta.

La Costituzione è quella stella. Non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte: è un riferimento fisso da tenere a vista ogni giorno. I diritti che garantisce non si conquistano in astratto — si esercitano, si difendono, si praticano nel concreto della vita quotidiana. Quando una legge li comprime, la stella dice che quella legge va corretta. Quando un’istituzione li tradisce, la stella dice che quell’istituzione deve rispondere. Quando qualcuno prova a cambiarla per convenienza di parte, la stella dice che quella convenienza non è abbastanza.

Da oggi, uno per giorno, prendiamo ogni articolo e lo guardiamo in faccia. Ne raccontiamo la storia — il dibattito in Assemblea Costituente, le forze che si sono scontrate, i compromessi raggiunti e le visioni che non si sono lasciate piegare. Poi lo traduciamo: cosa significa nella vita concreta, nelle politiche pubbliche, nelle istituzioni locali, nel lavoro quotidiano di chi costruisce qualcosa in questo paese. E infine la domanda più importante: cosa succederebbe se venisse applicato davvero?

Perché non va cambiata

Ogni tanto, con una certa regolarità che non è casuale, torna il dibattito sulla riforma costituzionale. I toni cambiano, i protagonisti cambiano, ma la musica è sempre la stessa: la Costituzione è vecchia, non funziona, va adeguata ai tempi.

È un argomento che non regge. Il problema dell’Italia non è che la Costituzione non funziona. Il problema è che non viene applicata. L’articolo 36 garantisce a ogni lavoratore una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro: eppure il lavoro povero esiste e si espande. L’articolo 34 dice che la scuola è aperta a tutti e i capaci e meritevoli hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi: eppure il destino di un ragazzo dipende ancora, in misura che i dati confermano ogni anno, dalla condizione economica della famiglia in cui è nato. L’articolo 9 affida alla Repubblica la promozione dello sviluppo della cultura e la tutela del paesaggio: eppure il territorio viene consumato e attraversato da infrastrutture impattanti senza che nessuno paghi davvero il conto.

Non abbiamo bisogno di una Costituzione nuova. Abbiamo bisogno di applicare quella che abbiamo.

Un’applicazione vissuta

Questa rubrica avrà anche una voce in prima persona. Non per abitudine all’autoreferenzialità, ma per onestà metodologica: la Costituzione non si studia soltanto, si abita. E io posso raccontare come l’ho abitata — a volte senza saperlo, a volte sapendolo benissimo.

Nel 2011 ho avviato InOnda WebTV — un canale YouTube, una pagina Facebook, un profilo Instagram — con una missione che allora non sapevo descrivere in termini costituzionali ma che era già scritta nell’articolo 9: promuovere la cultura, valorizzare le tradizioni, raccontare gli eventi e le bellezze di un territorio che i media nazionali ignoravano sistematicamente. In quindici anni quei canali hanno documentato festival, sagre, iniziative civiche, realtà produttive locali, paesaggi, storie di persone. Un archivio che oggi conta quindici anni di memoria visiva del Salento — non di una redazione, ma di una comunità che si racconta.

Da quella radice è cresciuto InOnda Network: un ecosistema di portali e servizi costruiti con la stessa logica. eventi.inonda.tv — il social network degli eventi, dove chiunque può pubblicare, promuovere, raggiungere un pubblico, senza dover passare per intermediari che decidono cosa merita visibilità e cosa no. novita.inonda.tv — la testata giornalistica indipendente, senza editori-padroni, senza inserzionisti che condizionano le scelte editoriali: articolo 21, applicato. domini.inonda.tv — una piattaforma di intelligenza artificiale che abbatte le barriere d’accesso al mercato per chi vuole fare impresa ma non ha i mezzi per pagarsi un’agenzia: articolo 3, la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale, in forma digitale.

E poi il lavoro più ampio: le piattaforme per i professionisti, i sistemi di gestione del lavoro, gli strumenti per l’impresa sociale. Tutto costruito con la stessa bussola, anche quando non la chiamavo con quel nome.

Ho sbagliato molte cose. Ho inseguito progetti che non sono andati come speravo. Ma la rotta — la direzione — è rimasta quella. La stella polare era sempre lì, anche quando non la cercavo.

La bussola di Salento Dinamico

Questa rubrica nasce dentro un percorso più lungo. Salento Dinamico — il progetto di sviluppo territoriale che ho cominciato a immaginare nei primi anni Duemila e formalizzato nel 2009 — era già, prima che lo sapessi, un’applicazione dell’articolo 118 della Costituzione: quello sulla sussidiarietà orizzontale, che riconosce ai cittadini e alle loro formazioni il diritto e il dovere di svolgere attività di interesse generale, chiedendo alle istituzioni di sostenerli invece di sostituirli.

Salento Dinamico non è un’associazione, non è un partito, non è un’impresa. È una visione: il territorio come soggetto attivo del proprio sviluppo, non come oggetto passivo delle politiche calate dall’alto. È la scommessa che la periferia può produrre idee, cultura, innovazione e lavoro — se qualcuno smette di trattarla come periferia.

La Costituzione quella scommessa l’aveva già vinta, all’articolo 118. Noi stiamo raccogliendo le vincite, una per volta.

Ogni giorno un articolo. Ogni articolo una storia. Ogni storia ci riguarda tutti.

Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, atti e resoconti stenografici 1946-1948; Piero Calamandrei, “Discorso agli studenti milanesi sulla Costituzione”, 26 gennaio 1955; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana; InOnda Network, archivio 2011-2026; GiaNet Media, documentazione editoriale; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.

Costituzione Stella Polare

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