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Chi lavora in nero abbassa i prezzi, chi paga i contributi perde i clienti. Come si chiama questo sistema?

da 1 Maggio 2026Cultura, Economia, Politica0 commenti

Economia sommersa a 197 miliardi, Puglia tra le regioni più esposte, professionisti regolari schiacciati dal dumping degli irregolari. Il 1° maggio di chi non ha voce in capitolo sul valore del proprio lavoro.

di Francesco Giannetta — 1° maggio 2026


«Il lavoro non è una merce. Dietro ogni lavoro c’è una persona, e ogni persona ha una dignità che non si può comprare né vendere.» — Papa Francesco, Laudato si’, 2015


Oggi si celebra il lavoro. Ma c’è una domanda che, ogni primo maggio, rimane senza risposta pubblica: chi decide quanto vale il lavoro di un professionista, di un artigiano, di una piccola impresa di servizi?

La risposta, in larga parte del mercato italiano — e in maniera acuta nel Mezzogiorno — è paradossalmente semplice: non lo decide chi lavora.

Lo decide il cliente. Sempre e comunque. Che si tratti di un privato, di una piccola impresa, di una media azienda o di un’istituzione pubblica. Il preventivo del professionista — anche quando è formulato sotto la soglia minima di mercato, tenendo conto di tasse, contributi, strumenti, aggiornamento professionale — viene percepito come esoso, come una pretesa. E spesso viene confrontato, implicitamente o esplicitamente, con quello di qualcun altro: qualcuno che quel lavoro lo fa “per molto meno”. Senza fattura. Senza partita IVA. Senza contributi. Senza responsabilità.

Questo non è un aneddoto. È una struttura.


Il nero non è solo un problema dei lavoratori dipendenti

Quando si parla di lavoro irregolare, l’immaginario collettivo va subito al bracciante agricolo, al lavoratore edile non assicurato, alla badante senza contratto. Fenomeni reali, gravi, documentati. Ma esiste un’altra economia sommersa — meno visibile, meno raccontata — che riguarda il mercato dei servizi professionali: il mondo dei tecnici freelance, dei consulenti, delle microimprese creative, dei professionisti del digitale, della grafica, della comunicazione, dell’audio, del video, dell’informatica.

In questo mercato l’irregolarità non si manifesta solo come lavoro dipendente non dichiarato. Si manifesta come prestazione senza fattura, come concorrenza sleale mascherata da economia del risparmio, come dumping tariffario perpetrato da operatori che non sostengono alcun costo strutturale — né fiscale, né previdenziale, né assicurativo — e che tuttavia operano stabilmente sul mercato, erodendo il valore percepito delle professioni regolari.


I numeri del sommerso: una fotografia impietosa

Nel 2023 il valore dell’economia non osservata in Italia è cresciuto del 7,5% rispetto al 2022, attestandosi a 217,5 miliardi di euro — pari al 10,2% del PIL nazionale. Lo certifica l’ISTAT nel rapporto pubblicato il 17 ottobre 2025.

La componente dell’economia sommersa legata all’impiego di lavoro irregolare ha raggiunto 77,2 miliardi di euro — in crescita rispetto ai 69,4 miliardi del 2022 — mentre quella dovuta alla sotto-dichiarazione di fatturati e costi si è attestata a 108,2 miliardi.

Le unità di lavoro irregolari sono state 3 milioni e 132mila, in crescita di oltre 145mila unità rispetto all’anno precedente. Nel 2023, sia la componente dipendente che quella indipendente del lavoro irregolare sono aumentate, rispettivamente del 4,9% e del 4,8%.

Non è un problema residuale: in Italia, su dieci euro prodotti dall’economia, uno proviene dall’economia sommersa.

Nei servizi alla persona il sommerso rappresenta il 32,4% del valore aggiunto del comparto; nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione la quota è del 18,8%.


La Puglia in testa alle classifiche che non vorremmo

Il Salento e la Puglia non fanno eccezione — anzi, si collocano stabilmente tra le aree più esposte del Paese. Le quote di sommerso dovuto alla sotto-dichiarazione del valore aggiunto più elevate si osservano proprio in Puglia, con un’incidenza dell’8,5% — tra le più alte d’Italia — mentre il sommerso da impiego di lavoro irregolare riguarda il 6,1% degli occupati regionali.

La Puglia si posiziona al quarto posto nazionale per incidenza del valore aggiunto prodotto in nero, con un tasso del 6,2%, superiore di quasi due punti alla media nazionale del 4,2%.

In un contesto in cui l’economia sommersa altera la concorrenza tra imprese, le aziende oneste che pagano tasse e contributi si trovano a competere con realtà che abbattono i costi attraverso l’illegalità. È questa la radice del problema che colpisce i professionisti regolari: non semplicemente la presenza del nero, ma il fatto che il nero altera il metro con cui i clienti misurano il costo di un servizio.


Chi decide il prezzo — e perché quella domanda è politica

Esiste una dinamica strutturale che riguarda migliaia di piccole imprese e professionisti — nel settore dei servizi, della comunicazione, della consulenza, del digitale — che raramente emerge nel dibattito pubblico sul lavoro.

Il professionista regolare — con partita IVA, contributi INPS, assicurazioni, aggiornamento professionale, strumenti e software aggiornati, responsabilità civile — formula un preventivo che incorpora tutti questi costi. Un preventivo che, in molti casi, rimane al di sotto del prezzo minimo di mercato calcolato su basi oggettive. Eppure viene percepito come sproporzionato. Perché nel mercato circola, spesso invisibile ma costante, la presenza di chi quel servizio lo offre per poche decine di euro, senza ricevuta, senza garanzie, senza struttura.

Tra le motivazioni di questa mancata regolarizzazione emergono l’impiego per un tempo limitato, i costi eccessivi che sarebbero da sostenere e, in alcuni casi, la stessa richiesta del lavoratore. Ma nella realtà dei servizi professionali il meccanismo è spesso diverso: l’operatore amatoriale non viene ingaggiato perché non c’è alternativa, ma perché il cliente preferisce non pagare il costo reale della qualità.

Il risultato è una spirale discendente che riguarda l’intero settore: il prezzo percepito come “normale” scende, le aziende regolari vengono escluse o costrette a operare in perdita, il mercato si desertifica dal lato della qualità e si popola di prestazioni non tracciabili, non garantite, non tassate.


L’obiettivo del PNRR? Silenziosamente archiviato

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza includeva, tra le riforme strutturali, un impegno preciso: ridurre l’incidenza del lavoro sommerso di almeno due punti percentuali entro il primo trimestre del 2026, accompagnato da un aumento dei controlli dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro di almeno il 20% rispetto al triennio 2019-2021.

Quell’obiettivo non esiste più — non perché sia stato raggiunto, ma perché è stato cancellato. Con la revisione della Decisione di esecuzione UE del 12 novembre 2024, il target originale è stato sostituito con obiettivi di natura tecnico-procedurale: sviluppare indici sintetici di affidabilità contributiva per otto settori ad alto rischio, inviare almeno 12.000 lettere di compliance alle imprese individuate, effettuare valutazioni d’impatto sui voucher di lavoro.

Non è una riforma. È una resa silenziosa. L’ambizioso impegno di ridurre strutturalmente il nero è diventato uno strumento di mappatura del fenomeno. I dati ISTAT del 2025 — che fotografano il 2023, primo anno del governo Meloni — mostrano intanto una crescita dell’economia sommersa, non una riduzione. Chi ha deciso di riscrivere quell’obiettivo dovrebbe spiegare ai milioni di professionisti e imprese regolari perché il loro svantaggio competitivo non valeva più una priorità di governo.


Un problema di cultura, prima ancora che di norme

La questione non è solo normativa. È culturale. In Italia — e ancora più al Sud — esiste una tolleranza diffusa nei confronti del lavoro non dichiarato, che si manifesta non soltanto tra chi lo pratica, ma anche tra chi ne beneficia come committente.

Un cliente che incarica un operatore amatoriale di svolgere una prestazione senza fattura non pensa di fare nulla di grave. Anzi, spesso si percepisce come furbo. Non considera che sta partecipando attivamente a un sistema che sottrae risorse al welfare collettivo, distorce il mercato penalizzando chi rispetta le regole, abbassa la qualità media delle prestazioni e azzera le tutele in caso di controversie, e condanna i professionisti regolari a competere ad armi impari.

L’economia sommersa continua a crescere in Italia anche per l’elevata pressione fiscale e contributiva, spesso addotta come causa di sotto-dichiarazioni o forme d’impiego non regolari — ma il fenomeno è più diffuso al Sud, dove la scarsa stabilità occupazionale, la ridotta presenza industriale e un tessuto produttivo fatto di microimprese rendono più difficile la piena emersione delle attività economiche.

Come scrisse don Lorenzo Milani: «I care». Me ne importa. Importa quando si parla di scuola, di territorio, di giustizia. Dovrebbe importare anche quando si tratta di come si acquistano i servizi, di come si costruisce — o si distrugge — un mercato.


Cosa chiedere, il primo maggio

Il 1° maggio non appartiene solo ai lavoratori dipendenti. Appartiene anche a chi ogni mattina apre la propria partita IVA, emette fatture regolari, versa i contributi, investe nella propria formazione — e si sente dire che il suo preventivo è troppo alto.

Alcune proposte concrete meritano di entrare nel dibattito pubblico.

Sul piano normativo: rafforzare i controlli sull’uso del contante nei servizi professionali; estendere la tracciabilità dei pagamenti anche per le micro-prestazioni; ripristinare — e rendere credibile — l’obiettivo di riduzione strutturale del sommerso che la revisione PNRR del 2024 ha silenziosamente depennato.

Sul piano degli appalti pubblici: introdurre clausole sociali stringenti che rendano obbligatorio il rispetto dei minimi tariffari di settore anche per i servizi creativi e comunicativi — non solo per le forniture tradizionali. Ogni euro pubblico che finanzia una prestazione non tracciabile è un euro che lavora contro il mercato regolare.

Sul piano culturale: campagne di informazione sul costo reale dell’irregolarità — non per il fisco, ma per i mercati, per le comunità, per il futuro dei territori. Il risparmio apparente di chi non chiede la fattura si traduce in un costo reale per tutti.

Sul piano europeo: la Direttiva 2022/2041/UE sul salario minimo adeguato e il Pilastro europeo dei diritti sociali indicano una rotta chiara verso il lavoro dignitoso. L’Italia è chiamata a declinare quei principi anche nei confronti dei lavoratori autonomi e delle microimprese di servizi — categorie per le quali la protezione è ancora largamente insufficiente.

La Costituzione all’articolo 1 fonda la Repubblica sul lavoro. L’articolo 36 stabilisce che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro. Sono parole scritte per tutti. Anche per chi manda un preventivo corretto e aspetta ancora che qualcuno riconosca il valore di farlo.

Buon 1° maggio. A chi il lavoro lo fa sul serio.

Francesco Giannetta 📡 novita.inonda.tv | inonda.tv

1maggio2026

Fonti

  • ISTAT, Economia non osservata nei conti nazionali – Anni 2020-2023, Comunicato stampa, 17 ottobre 2025, istat.it
  • ISTAT, Noi Italia 2025 – Mercato del lavoro, noi-italia.istat.it
  • CGIA Mestre, Lavoro nero e caporalato: giro d’affari di 68 miliardi, cgiamestre.com
  • Bollettino ADAPT, Il lavoro irregolare: la piaga dell’economia sommersa italiana, 27 ottobre 2025, bollettinoadapt.it
  • Ministero del Lavoro, Piano Nazionale per la lotta al lavoro sommerso – M5C1 Riforma 1.2, aggiornamento novembre 2024, lavoro.gov.it
  • Decisione di esecuzione UE n. 15114/24, 12 novembre 2024 (revisione obiettivi PNRR Missione 5 Componente 1)
  • Italia Domani / PNRR, Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso, italiadomani.gov.it
  • Osservatorio Domina, VII Rapporto annuale sul lavoro domestico in Puglia, 2024
  • QDS.it, Lavoro irregolare e povertà: il diabolico intreccio che affossa il Sud, gennaio 2026
  • Il Sicilia, ISTAT, il paradosso del Mezzogiorno: la crescita record del 2024 tra l’ombra del sommerso, dicembre 2025, ilsicilia.it
  • Addlance, Quanto costa un freelance in Italia: stime aggiornate, addlance.com
  • Direttiva UE 2022/2041 sul salario minimo adeguato, Parlamento europeo e Consiglio UE
  • Pilastro europeo dei diritti sociali, Commissione europea, ec.europa.eu

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