IL PNRR PROMETTEVA AL SUD UNA CRESCITA DEL 24%. IL GOVERNO OGGI RIVEDE IL PIL ALLO 0,6%. CHI PAGA IL CONTO?
Cinque anni di “zero virgola” consecutivi nonostante i miliardi europei. Il Documento di Finanza Pubblica 2026, approvato il 22 aprile, fotografa un’Italia che non cresce. E il Mezzogiorno che aspetta ancora la convergenza promessa.
di Francesco Giannetta — Aprile 2026
«Non si può pretendere di misurare la vita di una grande nazione col solo prodotto interno lordo. […] Il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.» — Robert F. Kennedy, discorso all’Università del Kansas, 18 marzo 1968
Il giorno dei numeri
Il 22 aprile 2026, mentre l’Europa celebrava la Giornata della Terra, il governo italiano portava in Consiglio dei ministri il Documento di Finanza Pubblica — il nuovo nome dell’ex DEF, il fascicolo primaverile che ogni anno fotografa lo stato di salute dell’economia italiana. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha presentato i numeri senza abbellirli: la crescita del PIL rivista verso il basso dallo 0,7% allo 0,6% per il 2026, allo 0,6% anche per il 2027, allo 0,8% per il 2028. Stime che l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha già validato — ma che, come ha riconosciuto lo stesso ministro, sono «già oggi discutibili».
La vera fotografia arriva da chi guarda dall’esterno. Il Fondo Monetario Internazionale stima un PIL italiano allo 0,5% nel 2026, uguale nel 2027. La Banca d’Italia converge sullo stesso valore. L’OCSE si ferma allo 0,4%. E Reuters, nell’analizzare il dato, ha scritto una frase che vale più di molti editoriali: il PIL dell’Italia è destinato a restare al di sotto dell’1% — «zero virgola» — per cinque anni consecutivi, dal 2023 al 2027. Nonostante i flussi di miliardi di euro arrivati con il PNRR.
La promessa del 2021
Torniamo per un momento al 2021. In quell’aprile, il governo presentava alla Commissione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accompagnato da proiezioni ufficiali di impatto. Il Piano riservava al Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse territorializzabili: 82 miliardi di euro su 206. Lo Stato prometteva che, al 2026, grazie al PNRR, la quota del PIL del Mezzogiorno sul totale nazionale sarebbe salita dal 22% al 23,4%. Una crescita del Sud del 24% in cinque anni, si disse. «Per la prima volta dagli anni Settanta — annunciava allora la ministra Mara Carfagna — si avvierà un processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord.»
Quelle parole sono state pronunciate. Quelle percentuali sono state scritte e firmate davanti all’Europa. Sono rimaste negli archivi. Nel 2026, siamo ancora in attesa che le proiezioni si trasformino in realtà.
Il debito sale, la crescita no
Il DFP fotografa anche il lato del debito pubblico: 137,1% del PIL nel 2025, in risalita al 138,6% nel 2026, poi al 138,8% nel 2027. L’Italia resterà sotto la procedura europea per deficit eccessivo: il disavanzo al 3,1% nel 2025 non è rientrato sotto la soglia del 3%. Il governo Meloni chiede a Bruxelles una deroga al Patto di Stabilità, invocando «circostanze eccezionali» — la guerra in Medio Oriente, i costi energetici, l’instabilità geopolitica globale. Bruxelles, per ora, non ha concesso nulla.
Sulle ragioni del debito si apre un dibattito che non è solo tecnico, ma politico. Giorgetti ha citato il peso del Superbonus sulle casse pubbliche — «40 miliardi nel 2026 e 20 nel 2027» — come la causa principale della traiettoria crescente del rapporto debito/PIL. Ma la storia dei conti italiani è lunga, strutturale e non si riduce a una singola misura. Quello che è certo è che le risorse del PNRR, nella loro logica originaria, avrebbero dovuto essere il motore della crescita in grado di abbattere anche il peso del debito. «L’attuazione continuativa degli investimenti del PNRR potrebbe contribuire a ridurre l’elevato debito pubblico e ad innalzare la produttività», scrive il FMI nel suo Fiscal Monitor di aprile. Avrebbe dovuto. Potrebbe. Il condizionale è tutto.
Il Sud più indietro degli altri
La SVIMEZ, nell’analisi pubblicata nel febbraio 2025, è stata esplicita: il Mezzogiorno sarà «il fanalino di coda» rispetto alle regioni trainanti del Nord anche nel 2025-2026, nonostante il PNRR. Perché? Per «politiche economiche penalizzanti» e per una «congestione amministrativa» che rallenta l’avanzamento delle opere proprio dove le strutture di governance sono più fragili. Non è un caso che i dati di OpenPolis sulla distribuzione territoriale dei fondi PNRR già assegnati vedano tra i territori più beneficiati Lombardia, Campania e Veneto — con il Sud che, paradossalmente, mostra maggiori difficoltà nell’attuazione proprio dove i bisogni sarebbero maggiori.
Il meccanismo è noto: la capacità di spendere rapidamente i fondi europei richiede strutture tecniche, progettazione pregressa, personale qualificato negli enti locali. Dove queste strutture sono più deboli — nelle piccole amministrazioni del Mezzogiorno, nelle province a scarsa densità istituzionale come quella di Lecce — il PNRR rischia di diventare un’opportunità che scivola via, non per mancanza di bisogno, ma per mancanza degli strumenti per coglierla.
Quello che i numeri non dicono
Il DFP è un documento di macroeconomia. Non ha la faccia di chi aspetta. Non conosce il comune pugliese che aveva vinto un bando PNRR e si trova a fronteggiare l’aumento dei costi da inflazione senza risorse aggiuntive. Non sa del medico di base che manca, del treno che non passa, della rete fognaria che non è mai stata rifatta. Il PIL nazionale allo 0,6% non ha colore geografico. Ma la crescita distribuita sul territorio sì.
Cinque anni di miliardi europei in transito verso il Paese. Cinque anni di promesse di convergenza. Il conto — lo 0,6% nazionale, lo zero virgola cinque anni di seguito — è un numero che vale più di qualsiasi dichiarazione politica. Non perché il PNRR abbia fallito in assoluto: misure concrete sono state realizzate, cantieri aperti, riforme approvate. Ma perché la promessa fatta al Sud era quella di un cambiamento strutturale, non di opere puntuali. E quella promessa non si legge nei numeri del DFP.
Giorgetti ha risposto a chi gli chiedeva previsioni sulla prossima legge di bilancio: «Chiedetelo a Trump.» È una battuta. Ma è anche la fotografia di un governo che ha delegato all’esterno la responsabilità della propria visione.
Salento Dinamico e la misura della lungimiranza
Quando nel 2000 cominciava a prendere forma il progetto Salento Dinamico, tra i temi centrali c’erano la trasformazione economica del territorio, la valorizzazione delle risorse endogene, la costruzione di un’identità produttiva per un’area che non voleva essere solo una destinazione estiva ma un sistema territoriale capace di generare valore tutto l’anno. Non era un piano astratto: era una visione che anticipava, in piccolo, quello che il PNRR avrebbe dovuto fare in grande.
Quella visione non aveva bisogno dei miliardi europei per essere valida. Ne avrebbe avuto bisogno per diventare realtà. Il problema non è che i fondi non ci fossero. Il problema è che senza una governance capace di indirizzarli verso obiettivi strutturali — e non verso spese correnti, annunci elettorali o cantieri che partono a tre mesi dalla scadenza — anche le risorse più abbondanti si disperdono.
Lo 0,6% del PIL nazionale al 2026 non è solo un dato macroeconomico. È la misura di quanto costa non avere una visione per il Mezzogiorno quando i fondi erano disponibili.
Fonti: Documento di Finanza Pubblica 2026, approvato Consiglio dei Ministri 22 aprile 2026 — Ministero dell’Economia e delle Finanze; Euronews — “Italia costretta ancora al rigore” (22 aprile 2026); Reuters — analisi crescita PIL italiano 2023-2027 (aprile 2026); FMI, Fiscal Monitor aprile 2026; OCSE, Economic Outlook interim update aprile 2026; Banca d’Italia, Bollettino Economico — scenario base 2026; ANSA — “La sfida del 3%, arriva il verdetto sul deficit dell’Italia” (21 aprile 2026); SVIMEZ, Previsioni economiche regionali 2024-2026 (febbraio 2025); OpenPolis — “Le difficoltà nella messa a terra del PNRR, specie nel Mezzogiorno” (marzo 2025); Camera dei Deputati — Documentazione parlamentare sul Mezzogiorno nel PNRR; Università Cattolica — Osservatorio CPI, “PNRR e Mezzogiorno: quante risorse e quali misure” (2021); Ministero per il Sud e la Coesione territoriale — comunicato “Gli effetti del PNRR: il Sud crescerà del 24% in 5 anni” (2021).












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