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L’Europa dipende da chi non controlla — e lo sa da anni

da 7 Maggio 2026Europa Strategica, Politica, Scienza0 commenti

Chip, terre rare e la corsa alla sovranità industriale: perché questa storia riguarda anche Lecce

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«Abbiamo organizzato le cose in modo tale che quasi nessuno capisca davvero la scienza e la tecnologia. È una ricetta per il disastro.» — Carl Sagan, Il Mondo Infestato dai Demoni, 1995


Una mossa di scacchi che l’Europa non aveva previsto

Nel luglio 2023, Pechino ha annunciato restrizioni all’esportazione di gallio e germanio, due elementi chimici il cui nome dice poco alla maggior parte delle persone ma che sono indispensabili nella produzione di semiconduttori avanzati, pannelli solari e tecnologie di difesa. La Cina produce il 94% del gallio mondiale e l’83% del germanio. Nessun altro paese si avvicina lontanamente a queste quote. Le restrizioni sono entrate in vigore il 1° agosto 2023. L’Europa ha accusato il colpo in silenzio, senza che quasi nessun telegiornale spiegasse ai propri spettatori cosa stesse accadendo e perché.

Era una mossa di scacchi. La risposta a mesi di pressioni occidentali sulla Cina per le tecnologie duali e i chip avanzati. Ma era anche la dimostrazione pratica di una vulnerabilità strutturale che l’Unione Europea conosceva da anni, aveva documentato, aveva nominato nelle sue direttive — senza mai risolverla davvero.

I chip: la materia prima invisibile del XXI secolo

Ogni oggetto digitale ha dentro di sé un chip. Il telefono in tasca, la lavatrice, l’automobile elettrica, il sistema di guida di un drone militare, il server che regge una rete ospedaliera. I semiconduttori sono la materia prima invisibile del ventunesimo secolo: senza di essi non esiste transizione energetica, non esiste intelligenza artificiale, non esiste difesa moderna.

Nel 2022, la pandemia aveva già reso evidente la fragilità delle catene di approvvigionamento globali: la carenza di chip aveva bloccato linee di produzione automotive in Europa, con miliardi di euro di mancato fatturato. Taiwan produce il 60% dei chip del mondo. L’Asia nel suo complesso — Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Cina — domina la produzione. L’Europa, che pure ha una storia industriale di eccellenza nel design e nella ricerca sui semiconduttori, nel 2022 deteneva meno del 10% della quota di mercato globale nella produzione.

Da quel momento la Commissione Europea si è mossa. Nel febbraio 2022 ha presentato l’European Chips Act, adottato come regolamento nel settembre 2023: 43 miliardi di euro — di cui 3,3 miliardi dal bilancio UE, il resto da fondi nazionali e privati — per portare la quota europea al 20% della produzione mondiale entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, quasi doppio rispetto alla posizione di partenza.

Il ritardo che la Corte dei Conti ha scritto nero su bianco

Nel 2025, la Corte dei Conti Europea ha pubblicato una relazione speciale che non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. L’obiettivo del 20% è “molto improbabile” da raggiungere. Le stesse previsioni della Commissione, aggiornate nel luglio 2024, indicano che — senza misure correttive significative — la quota UE nel 2030 si attesterebbe all’11,7%: un miglioramento rispetto al 9,8% del 2022, ma lontanissimo dal traguardo dichiarato.

Il problema è strutturale. TSMC, Samsung e Intel da sole hanno pianificato investimenti combinati superiori a 400 miliardi di dollari tra il 2020 e il 2023. L’Europa ha mobilitato 86 miliardi. Il divario non è solo quantitativo: è anche di velocità, di concentrazione industriale, di ecosistemi produttivi costruiti in decenni. Il settore è dominato da poche grandi imprese: la cancellazione o il ritardo di un singolo progetto — come è già accaduto con Intel in Germania, dove il piano per una fabbrica da 33 miliardi è stato sospeso nel 2024 — ha un impatto sproporzionato sui numeri complessivi.

Eppure qualcosa si muove. Nel febbraio 2026, la Commissione Europea ha inaugurato NanoIC, la più grande linea pilota europea per la ricerca sui semiconduttori, con un investimento di 700 milioni. In aprile ha approvato 211 milioni di aiuti di Stato all’Italia per lo sviluppo di chip fotonici. StMicroelectronics sta costruendo in Italia un impianto per il carburo di silicio da 8 pollici, un materiale cruciale per i chip ad alta efficienza nei veicoli elettrici e nelle infrastrutture energetiche. Il 23 aprile 2026, Parlamento europeo, Consiglio e Commissione hanno concordato una roadmap congiunta che prevede il Chips Act 2.0 entro il secondo trimestre del 2027. Nove stati membri — tra cui l’Italia — hanno già formato una Coalizione dei Semiconduttori per accelerare la cooperazione industriale.

Terre rare: la dipendenza che nessuno vuole chiamare con il suo nome

Ma dietro ai chip c’è un problema ancora più a monte: i materiali con cui si producono. Il Critical Raw Materials Act, entrato in vigore il 23 maggio 2024, ha identificato 34 materie prime critiche e 16 strategiche. Tra esse: litio, cobalto, grafite naturale, nichel, manganese, gallio, germanio, neodimio, praseodimio — tutti elementi indispensabili per batterie, turbine eoliche, chip avanzati e magneti permanenti.

I numeri della dipendenza europea sono impressionanti. La Cina fornisce il 56% di tutte le materie prime critiche importate dall’Unione. Per le terre rare, il quadro è ancora più concentrato: Pechino controlla il 63% dell’estrazione mondiale, l’85% della lavorazione e il 92% della produzione di magneti. Per dieci materiali strategici — tra cui terre rare leggere e pesanti, litio nella fase di trasformazione, magnesio e gallio — la dipendenza europea è totale, al 100%.

La Commissione ha calcolato cosa accadrebbe se la Cina decidesse di interrompere le forniture di terre rare all’Europa: sarebbero a rischio 241 gigawatt di capacità eolica e 33,8 milioni di veicoli elettrici entro il 2030. Una cifra che tradotta in politica industriale significa: la transizione energetica europea, così come è progettata oggi, è fisicamente dipendente da un paese con cui i rapporti geopolitici sono tutt’altro che stabili.

Il CRMA fissa obiettivi quantitativi per il 2030: almeno il 10% del consumo annuale estratto in UE, il 40% processato entro i confini, il 25% proveniente dal riciclo, e non più del 65% di nessuna materia strategica da un singolo fornitore. Il 4 marzo 2026 il Consiglio ha adottato la propria posizione sugli emendamenti al regolamento, rafforzando i meccanismi di allerta precoce sulle forniture. Entro la prima metà del 2026 dovrebbe nascere il Centro europeo per le materie prime critiche, con mandato di acquisto congiunto e stoccaggio strategico.

Il problema di fondo, però, che la relazione della Corte dei Conti europea ha già segnalato anche qui, è che l’Europa ha siglato 14 partenariati strategici per le materie prime — ma la metà riguarda paesi con scarsi punteggi di governance, e le importazioni da questi partner sono addirittura diminuite per metà dei materiali esaminati tra il 2020 e il 2024. La diversificazione annunciata non si è tradotta in diversificazione reale.

La perovskite: quando la scienza risponde alla geopolitica

C’è però una traiettoria di ricerca che va nella direzione giusta, e che ha un nome preciso: le celle solari a perovskite. A differenza del silicio tradizionale — che richiede processi energivori e materiali con filiere complesse — la perovskite è una struttura cristallina sintetizzabile con materiali molto più accessibili, che consente efficienze paragonabili o superiori con costi di produzione potenzialmente inferiori. Le celle tandem silicio-perovskite, che combinano i due materiali in strati, superano già il 25% di efficienza — un valore significativamente migliore delle celle a singola giunzione standard. Per batterie e agrivoltaico aprono scenari ulteriori.

Questa ricerca non si fa a Berlino o a Parigi. Si fa anche a Lecce. L’Istituto di Nanotecnologia del CNR di Lecce — CNR-Nanotec — e il Dipartimento di Matematica e Fisica dell’Università del Salento hanno pubblicato nel 2024 sulla rivista ACS Energy Letters uno studio che ha dimostrato come sia possibile migliorare le prestazioni delle celle solari semitrasparenti a perovskite intervenendo sugli elettrodi trasparenti. Una ricerca con risvolti concreti per smart cities, agrivoltaico, elettronica wearable e automotive. Non una curiosità accademica: un contributo diretto alla frontiera tecnologica più rilevante per la sovranità energetica europea.

Quello che la Regione potrebbe costruire — e non ancora vede

La Puglia ha quindi in casa, già oggi, alcuni dei mattoni di una strategia che il resto d’Europa sta cercando di costruire dall’alto. Ha la ricerca sulla perovskite e sui materiali avanzati con il CNR-Nanotec. Ha il Distretto Tecnologico Aerospaziale. Ha lo spazioporto di Grottaglie. Ha una tradizione industriale nell’automotive e nell’energia. Ha il sole — risorsa fondamentale per qualunque ragionamento serio sull’agrivoltaico e sulla produzione distribuita.

Quello che manca non sono le componenti. Manca la visione che le colleghi in un racconto strategico coerente, capace di intercettare i fondi europei del prossimo ciclo di programmazione non come somma di progetti separati ma come filiera integrata: dalla ricerca sui materiali avanzati alla produzione di componenti, dalla transizione energetica alla difesa tecnologica.

Il Chips Act 2.0 sarà proposto nel 2027. I fondi europei per i materiali critici si stanno definendo in questi mesi. La Strategia di Specializzazione Intelligente regionale — lo strumento con cui le regioni competono per i fondi strutturali europei — è uno degli strumenti attraverso cui una scelta del genere si formalizza. Non è fantascienza. È programmazione. Ma la programmazione si fa prima, non dopo.

Salento Dinamico tra i materiali del futuro

Salento Dinamico ha sempre intuito che lo sviluppo sostenibile di un territorio non si costruisce su ciò che c’è già, ma su ciò che si è capaci di vedere prima degli altri. Le celle solari che si integrano negli edifici, i materiali che riducono la dipendenza dalle filiere asiatiche, la ricerca che trasforma il paesaggio agricolo salentino in laboratorio dell’energia pulita: tutto questo non è lontano. È qui, in embrione, nei laboratori di Lecce.

Carl Sagan aveva ragione: il disastro nasce dall’incomprensione. La cura — anche quella territoriale — nasce dal capire dove si trovano davvero le leve del futuro, prima che qualcun altro le azzioni al posto nostro.


Fonti: European Chips Act (Commissione Europea, aggiornamenti aprile 2026), Corte dei Conti Europea relazione speciale 12/2025, Critical Raw Materials Act (GU UE 2024/1252), Consiglio dell’Unione Europea comunicato 4 marzo 2026, RESourceEU – Renewable Matter gennaio 2026, Agenda Digitale, CNR comunicato stampa maggio 2024, Università del Salento comunicato maggio 2024 (ACS Energy Letters), Borsa&Finanza, QualEnergia, Affarinternazionali marzo 2026

Terre Rare

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