E se il Sole potessimo accenderlo noi?
La fusione nucleare non è fantascienza: è ingegneria in corso. E l’Italia è dentro questa storia più di quanto sappiamo
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«Il petrolio è una cosa troppo importante per essere lasciata ai petrolieri.» — Enrico Mattei, fondatore dell’ENI
Stamattina, una notizia che quasi nessuno ha letto
Nelle ultime ore è arrivata la conferma che il solenoide centrale di ITER — il cuore magnetico del più grande reattore sperimentale a fusione nucleare mai costruito — è completato. L’ultimo dei sei moduli che lo compongono, arrivato dagli Stati Uniti nel settembre 2025, verrà integrato nella struttura entro la fine del 2026.
Non è una notizia di nicchia per fisici nucleari. È la notizia che un componente fondamentale del progetto scientifico più ambizioso che l’umanità abbia mai avviato — più complesso della Stazione Spaziale Internazionale, più lungo dell’Apollo — ha raggiunto un traguardo atteso da quindici anni. Il solenoide, una volta assemblato, raggiungerà 18 metri di altezza e 4,25 metri di larghezza, è composto da sei moduli sovrapposti da oltre 122 tonnellate ciascuno, e sarà il componente che genererà la variazione di flusso magnetico necessaria per avviare il plasma e mantenerlo attivo durante la reazione di fusione.
Quasi nessun telegiornale italiano ne parlerà. Eppure questa storia riguarda anche noi.
Cosa fa il Sole — e cosa vogliamo imparare da lui
La fusione nucleare è il processo che alimenta il Sole e ogni stella dell’universo. Nel nucleo solare, dove la temperatura raggiunge i 15 milioni di gradi, atomi di idrogeno si fondono tra loro producendo elio e liberando quantità enormi di energia. È la reazione che illumina la Terra da 4,6 miliardi di anni, senza produrre anidride carbonica, senza generare scorie radioattive a lunga durata, alimentata da combustibili — deuterio e trizio, isotopi dell’idrogeno — disponibili in quantità praticamente illimitate nell’acqua di mare e nel litio terrestre.
Riprodurre questa reazione in un reattore è l’obiettivo che la fisica nucleare insegue da settant’anni. Il problema è che per innescarla sulla Terra — dove non disponiamo della gravità schiacciante del Sole — servono temperature ancora più alte: 150 milioni di gradi, dieci volte la temperatura del Sole. A quelle temperature, la materia non è più solida, liquida o gassosa: è plasma, un gas ionizzato che nessun materiale fisico può contenere. Per tenerlo confinato si usano campi magnetici di intensità straordinaria, generati da magneti superconduttori raffreddati a temperature vicine allo zero assoluto. La macchina che realizza questo confinamento si chiama tokamak.
La fisica è nota. L’ingegneria è la sfida.
ITER: il più grande cantiere scientifico del mondo
Immaginiamo una ciambella alta 29 metri e larga 28, con un peso di 23.000 tonnellate e composta da più di un milione di componenti. È il tokamak di ITER — acronimo di International Thermonuclear Experimental Reactor, ma anche, in latino, semplicemente “il cammino” — in costruzione nel sud della Francia presso il centro di ricerca CEA di Cadarache, frutto della cooperazione di 35 paesi tra cui Cina, Corea del Sud, Giappone, India, Russia, Stati Uniti e Unione Europea.
ITER ha un costo stimato tra i 18 e i 22 miliardi di euro — secondo stime del Dipartimento dell’Energia americano, che includono tutti i contributi in natura, il totale potrebbe avvicinarsi ai 65 miliardi di dollari. È il progetto scientifico internazionale più costoso della storia dopo la Stazione Spaziale. Il suo obiettivo primario è raggiungere un fattore di guadagno energetico Q pari a 10: produrre 500 megawatt di potenza di fusione da 50 megawatt immessi. ITER non produrrà elettricità per le abitazioni — è un dimostratore scientifico — ma se raggiungerà il suo obiettivo, avrà dimostrato che la fusione è fisicamente fattibile su scala industriale.
Il cantiere ha subito rallentamenti. Nel luglio 2024, ITER ha pubblicato un nuovo calendario: il primo plasma è atteso nel 2033-2034, le operazioni con deuterio-deuterio inizieranno nel 2035, quelle con deuterio-trizio nel 2039. Rispetto alle previsioni originali è uno slittamento significativo — il primo plasma era atteso nel 2025. Ma i progressi concreti ci sono: ad aprile-maggio 2025 è iniziata l’installazione dei primi due moduli dell’enorme camera da vuoto, e oggi il solenoide centrale è completato.
L’Italia dentro ITER — e nessuno lo racconta
C’è un fatto che il dibattito pubblico italiano ignora sistematicamente: ITER ha un cuore tricolore. Cinque settori del Vacuum Vessel come pure i grandi magneti per il confinamento magnetico del plasma sono realizzati da aziende italiane che hanno raggiunto livelli di eccellenza per qualità e capacità di innovazione.
Il contributo italiano più importante è quello del Consorzio RFX di Padova, che ospita la Neutral Beam Test Facility: il laboratorio dove si testano i potenti sistemi di riscaldamento a fascio neutro destinati a ITER. Non è un ruolo marginale. È la tecnologia che scalda il plasma fino alle temperature operative — un componente senza il quale ITER non funzionerebbe.
L’industria italiana della fusione esiste, lavora, esporta competenze. Non ne sappiamo quasi niente.
Frascati: il reattore 100% italiano
Ma c’è di più. Mentre ITER è un progetto internazionale, a Frascati — nei laboratori ENEA alle porte di Roma — si sta costruendo qualcosa di completamente italiano.
Si chiama DTT — Divertor Tokamak Test — ed è un’infrastruttura unica nel suo genere, sostenuta da un investimento di 650 milioni di euro, di cui il 40% già impegnato in contratti, che prevede la realizzazione di 150.000 metri cubi di nuovi edifici. Il consorzio che lo costruisce coinvolge ENEA, ENI, il Consorzio RFX di Padova, e le università di Roma Tor Vergata, Tuscia, Milano Bicocca e il Politecnico di Torino. Nel secondo semestre del 2026 partiranno le opere civili per la costruzione della macchina vera e propria.
Il DTT ha un obiettivo specifico e cruciale: risolvere il problema del divertore, il componente che deve gestire i flussi di calore in eccesso dal plasma — una delle sfide ingegneristiche più difficili dell’intera filiera della fusione. Senza una soluzione al problema del divertore, non si può costruire DEMO, il primo reattore dimostrativo europeo che seguirà ITER. E senza DEMO, non si costruiscono le centrali del futuro.
I progressi sono concreti e recenti. A febbraio 2026, il primo dei 16 generatori di onde elettromagnetiche — i Gyrotron — che serviranno a riscaldare il plasma nel DTT ha superato i test. Gli alimentatori delle bobine sono stati completati nel 2025. Il laboratorio per il collaudo dei magneti superconduttori — la Frascati Coil Cold Test Facility — è operativo.
La fusione non è il nucleare dei referendum
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché la confusione è diffusa: la fusione nucleare è fisicamente diversa dalla fissione nucleare usata nelle centrali tradizionali.
La fissione — quella che i referendum italiani del 1987 e del 2011 hanno respinto — spezza atomi pesanti come l’uranio, producendo energia ma anche scorie radioattive con tempi di decadimento che si misurano in migliaia di anni, e comportando rischi di incidente con conseguenze potenzialmente catastrofiche come dimostrato da Chernobyl e Fukushima.
La fusione fa il contrario: unisce atomi leggeri. A differenza della fissione nucleare, la fusione non produce scorie radioattive a lunga durata e non emette gas serra. I materiali attivati dai neutroni durante il funzionamento decadono in decenni, non in millenni. Un incidente non può innescare una reazione a catena incontrollabile: se mancano le condizioni operative precise, la reazione semplicemente si spegne. Non è il nucleare che abbiamo conosciuto. È qualcosa di diverso — e per molti fisici e ambientalisti, è la risposta che la transizione energetica cerca.
Quello che la Regione Puglia potrebbe intercettare
La filiera industriale della fusione nucleare non si costruisce solo nei laboratori. Richiede manifattura di altissima precisione, materiali avanzati, ingegneria dei superconduttori, sistemi criogenici, diagnostica del plasma. È una filiera che cerca fornitori qualificati in tutta Europa, e che nell’ultimo decennio ha distribuito contratti — come quelli ottenuti dalle aziende italiane per ITER — anche al di fuori dei grandi poli industriali tradizionali.
La Puglia ha università di ingegneria, ha un Distretto Tecnologico Aerospaziale che lavora su materiali avanzati e sistemi complessi, ha relazioni con il CNR e con l’ecosistema della ricerca europea. Ha, soprattutto, una posizione geografica che la colloca naturalmente nell’asse Mediterraneo-Europa meridionale dove si concentra buona parte della ricerca sulla fusione continentale — da Cadarache, a quattro ore di aereo, a Frascati, a tre ore di treno.
Non si chiede alla Regione di costruire un reattore a fusione. Si chiede di mappare sistematicamente le opportunità industriali e formative che questa filiera offre, di connettere le proprie università con i consorzi di ricerca già attivi, di inserire la fusione nucleare nella propria strategia di specializzazione intelligente come settore emergente da presidiare con anticipo. Le posizioni si costruiscono quando i contratti non sono ancora assegnati — non quando sono già stati firmati.
Enrico Mattei lo sapeva. Cercava di affrancare l’Italia dalla dipendenza energetica fossile con gli strumenti che aveva. Lo uccisero prima di riuscirci. La fusione nucleare è, settant’anni dopo, un’altra possibilità di quella stessa liberazione. Questa volta, forse, nessuno può fermarla.
Il Salento sotto le stelle che accendiamo
Salento Dinamico ha sempre guardato avanti — verso le tecnologie che ancora non si vedono ma che si possono leggere nei dati, nei cantieri, nelle pubblicazioni scientifiche. La fusione nucleare non è un sogno: è un cantiere aperto da settant’anni che oggi, per la prima volta, sta mostrando di poter davvero finire.
Stamattina, il solenoide centrale di ITER è stato completato. È una notizia piccola nei titoli. È enorme nella storia.
Fonti: TecnoAndroid, 10 maggio 2026 (solenoide centrale ITER completato); ENEA Media, febbraio 2026 (DTT Gyrotron); ENEA Media, 2025 (alimentatori bobine DTT, FCCTF); EduNews24, febbraio 2026 (opere civili DTT); Geopop, settembre 2025 (stato ITER); Industria Italiana, luglio 2025 (tokamak ITER); Wikipedia ITER (aggiornato maggio 2026); Commissione Europea – In Focus Fusion Power; Termotrade, ottobre 2025; Consorzio RFX.















0 commenti