Schuman 1950 e Moro 1978: l’Europa che abbiamo costruito è quella che entrambi avevano in mente?
Il 9 maggio è insieme la Giornata dell’Europa e la Giornata della Memoria delle vittime del terrorismo. Una coincidenza che merita di essere riletta.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Esige, infine, che ogni cittadino abbia la sua esistenza protetta dalla violenza e dal terrorismo.” — Sandro Pertini, discorso di giuramento, 9 luglio 1978, due mesi dopo la morte di Aldo Moro.
Una data, due lutti, una stessa Europa
Oggi il presidente Mattarella, a Palazzo Madama, presiede la Cerimonia del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Nello stesso momento, da Bruxelles a Roma, le istituzioni europee celebrano la Festa dell’Europa, settantaseiesimo anniversario della Dichiarazione Schuman. Due cerimonie, lo stesso giorno, lo stesso Paese. Per molti italiani sembrano due binari che corrono paralleli senza incontrarsi mai. In realtà, è esattamente il contrario.
Il 9 maggio 1950, a Parigi, il ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunciò la dichiarazione che proponeva di mettere in comune carbone e acciaio tra Francia e Germania, gettando le fondamenta di quella che sarebbe diventata l’Unione Europea. Il 9 maggio 1978, a Roma, in una Renault rossa parcheggiata in via Caetani, fu fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro, dopo cinquantacinque giorni di prigionia delle Brigate Rosse. Due 9 maggio. Due fondatori. Una stessa idea di Europa.
Schuman: l’Europa nata per non morire più di guerra
Schuman era nato nel 1886 in Lussemburgo, cresciuto in una Lorena passata di mano tre volte tra Francia e Germania nel giro di una vita. Aveva conosciuto due guerre mondiali. La sua proposta del 1950 non era un esercizio diplomatico: era un atto di sopravvivenza. Mettere in comune le risorse strategiche delle nazioni europee — carbone e acciaio, cioè ciò che alimentava le guerre — significava rendere materialmente impossibile un nuovo conflitto fra europei.
L’Italia di De Gasperi aderì subito. Era un’Italia uscita dal fascismo e dalla Resistenza, che aveva bisogno di un orizzonte più grande dei propri confini. L’europeismo italiano nacque allora, e non fu mai un calcolo: fu una scelta civile.
Moro: l’europeismo italiano della “volontà popolare”
Aldo Moro fu Ministro degli Esteri dal 1969 al 1972 e dal 1973 al 1974, e Presidente del Consiglio per cinque mandati. È stato uno dei principali artefici del processo di integrazione europea dal versante italiano. Sostenne l’ingresso del Regno Unito, della Danimarca e dell’Irlanda nella Comunità europea. Guidò la presidenza italiana del Consiglio europeo nel secondo semestre 1975, durante la quale, al vertice di Roma del 1-2 dicembre, ottenne la decisione storica di eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale diretto: una conquista democratica che oggi diamo per scontata.
Diceva Moro: “Se non si avvicina il Parlamento europeo, con i suoi poteri e con le sue decisioni, alla volontà popolare, l’Europa non potrà mai decollare in maniera compiuta e totale.” Il suo europeismo non era tecnocratico, era democratico. Voleva un’Europa che fosse dei popoli, non solo dei governi. Di lì a poco, nel 1979, si tennero le prime elezioni dirette del Parlamento europeo. Moro non le vide mai. Era stato ucciso un anno prima.
L’Italia che ha raddoppiato la memoria del 9 maggio
C’è un dettaglio che la cronaca politica italiana ha rimosso, ma che vale la pena ricordare. Nel 1985, sette anni dopo la morte di Moro, fu proprio l’Italia, durante la propria presidenza di turno della Comunità Europea, al Vertice di Milano, a ottenere che il 9 maggio venisse adottato come Giornata dell’Europa dai Dodici. Una scelta che non poteva essere casuale. L’Italia consacrava la stessa data che le aveva strappato il suo più importante statista europeista.
Ventidue anni dopo, nel 2007, il Parlamento italiano approvò la legge 4 maggio 2007 n. 56, che istituisce per il 9 maggio la Giornata della Memoria dedicata alle vittime del terrorismo. Stesso giorno, ancora. La Repubblica italiana ha così sovrapposto, con un atto consapevole, le proprie due ferite e le proprie due speranze: la nascita dell’Europa e la perdita di Moro, l’idea di pace fra le nazioni e la difesa della democrazia contro la violenza interna. È una doppia memoria, ma è una sola visione.
Settantasei anni dopo: cosa direbbero Schuman e Moro guardando l’Europa di oggi?
L’ultimo Eurobarometro Standard 105, pubblicato proprio in occasione della Festa dell’Europa, indica che il 73% dei cittadini europei considera l’Unione una forza stabilizzatrice in un mondo incerto, e che l’81% sostiene una politica comune di difesa e sicurezza, il livello più alto degli ultimi vent’anni. Sono numeri che, sul piano del consenso popolare, parlerebbero il linguaggio di Schuman e di Moro insieme: l’Europa come scelta di pace, che oggi i cittadini chiedono di rafforzare.
Sul piano delle scelte politiche, però, la fotografia è meno rassicurante. La proposta di Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, attualmente in discussione, ridisegna profondamente il bilancio europeo: più risorse per la difesa, meno per la coesione e il sociale. È una scelta che riflette la pressione dei tempi, ma che apre una domanda legittima: l’Europa che Schuman aveva immaginato come strumento di solidarietà tra territori — quella che ha permesso al Sud Italia di essere parte attiva del progetto comune attraverso i fondi di coesione — può sopravvivere a un riequilibrio così marcato verso la spesa militare? E la “volontà popolare” di cui parlava Moro è davvero al centro di questa nuova fase, o è ancora una volta delegata ai tavoli intergovernativi?
Sono domande aperte, non accuse. Ma sono le domande che, in un giorno come oggi, vanno fatte ad alta voce.
L’Europa dei territori: dove Schuman e Moro continuano a parlare
C’è un punto su cui Schuman e Moro convergevano profondamente: l’Europa non si costruisce solo nei trattati, ma nella vita concreta dei territori. Era questa la visione che teneva insieme il cattolico lorenese e il cattolico pugliese: un’Europa fatta di comunità, non di astrazioni.
È in questa stessa intuizione che, già negli anni 2000-2005, e poi in forma più strutturata dal 2009, si radica la mia esperienza di Salento Dinamico: pensare lo sviluppo del territorio non come somma di interventi calati dall’alto, ma come progetto integrato che mette in rete patrimonio, persone, conoscenza, infrastrutture, transizione ecologica e digitale. Una logica che, anni dopo, ritroveremo per molti versi nel PNRR e nelle politiche di coesione europea. Onorare Schuman e Moro, oggi, non significa solo accendere candele il 9 maggio. Significa continuare a costruire, dal basso, l’Europa concreta che entrambi avevano in mente: dei popoli, dei territori, della pace come opera quotidiana.
Settantasei anni dopo Schuman, quarantotto dopo Moro, il 9 maggio italiano resta una data unica al mondo. Onorarla davvero significa non separare mai più ciò che la storia ha unito: la difesa della democrazia dentro i nostri confini e il progetto di pace oltre i nostri confini. Sono la stessa cosa. Lo erano per Schuman, lo erano per Moro. Tocca a noi non dimenticarlo.
Fonti: Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950; Ministero degli Affari Esteri – biografia istituzionale di Aldo Moro; Dizionario dell’Integrazione Europea 1950-2017, voce “Moro, Aldo”; Aldo Moro, intervento alla Commissione Esteri della Camera; Vertice di Milano del Consiglio europeo, giugno 1985; legge 4 maggio 2007 n. 56, “Istituzione del 9 maggio quale «Giorno della memoria», dedicato alle vittime del terrorismo, delle stragi di tale matrice e dei loro familiari”; ANSA, “Accadeoggi”, 8 maggio 2026; Sandro Pertini, discorso di giuramento alla Presidenza della Repubblica, 9 luglio 1978; Commissione europea – Eurobarometro Standard 105, maggio 2026; Consiglio europeo – proposta di Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034.














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