Il PNRR scade tra cinque mesi: l’Italia è in grado di chiudere in tempo?
194 miliardi, sei revisioni, e un meccanismo per spendere oltre la scadenza senza dirlo. A che punto siamo davvero?
“Segui il denaro e troverai la mafia.” — Giovanni Falcone Non parliamo di mafia. Ma il metodo resta valido: per capire un sistema, bisogna seguire i soldi.
di Francesco Giannetta — novita.inonda.tv
Il 31 agosto 2026 è la scadenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non una scadenza simbolica, ma il termine oltre il quale nessuna azione intrapresa dagli Stati membri potrà essere conteggiata dalla Commissione europea. Lo ha ribadito Bruxelles con una comunicazione del giugno 2025, chiudendo ogni ipotesi di proroga: lo strumento è temporaneo per natura, la data è inderogabile.
Restano cinque mesi. E restano numeri che meritano di essere letti con attenzione.
Il quadro finanziario: cosa è stato speso e cosa no
All’Italia sono stati assegnati 194,4 miliardi di euro dal dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza — a cui si aggiungono 30,6 miliardi del Fondo Complementare nazionale, per un totale che supera i 225 miliardi. Le prime otto rate, per un totale di 153,2 miliardi, sono state erogate dalla Commissione europea. A fine dicembre 2025 è stata trasmessa la richiesta per la nona rata, da 12,8 miliardi, legata a 50 obiettivi da raggiungere entro dicembre 2025.
Fin qui, il percorso sembra regolare. Ma quanto di quei fondi è stato effettivamente speso?
Secondo i dati aggiornati al 26 febbraio 2026, la spesa dichiarata dalle amministrazioni titolari ammonta a circa 104,6 miliardi. I pagamenti effettivi — ovvero le spese realmente sostenute dai soggetti attuatori — si fermano però a 98,76 miliardi. C’è una differenza: la spesa dichiarata registra l’avanzamento finanziario aggregato; i pagamenti rappresentano ciò che è stato concretamente erogato sul territorio. Il rapporto tra spesa e dotazione complessiva si attesta intorno al 52%.
In altre parole: a cinque mesi dalla chiusura del Piano, metà delle risorse è ancora da spendere.
Sei revisioni in tre anni: un piano che cambia mentre corre
Tra il 2023 e il 2025 l’Italia ha presentato alla Commissione europea sei richieste di modifica del proprio PNRR. Nessun altro Stato membro ha raggiunto questo numero. La sesta e ultima revisione, approvata dal Consiglio UE nel novembre 2025, ha modificato 173 misure tra riforme e investimenti, riallocando circa 13,4 miliardi di euro.
Le scadenze complessive del Piano — i cosiddetti milestone e target — sono passate da 614 nella versione originaria a 575 dopo l’ultima revisione. Una riduzione dovuta ad accorpamenti, semplificazioni e, in alcuni casi, ridimensionamento degli obiettivi. Le scadenze ancora da conseguire a inizio 2026 erano 209.
Ma è sull’ultima rata che si concentra la vera sfida. La maxirata finale — quella che chiude il Piano — vale 28,4 miliardi ed è collegata a 159 obiettivi. In termini numerici, a giugno 2026 dovranno essere completati più traguardi e obiettivi che in qualsiasi altro semestre dall’inizio del Piano. Il numero di scadenze concentrate nell’ultimo semestre è aumentato di 57 unità rispetto alla programmazione originaria: non sono state ridotte, sono state spostate lì.
Gli strumenti finanziari: spendere dopo la scadenza senza chiamarla proroga
C’è un meccanismo che merita attenzione particolare. Con le revisioni successive, il governo ha progressivamente ampliato il ricorso ai cosiddetti “strumenti finanziari” — in gergo tecnico, facility. Si tratta di veicoli finanziari gestiti da soggetti terzi come Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia, a cui vengono trasferite risorse del PNRR.
Il funzionamento è questo: entro il 31 agosto 2026, è sufficiente che il trasferimento dei fondi al gestore finanziario sia avvenuto, che la policy di investimento sia definita e che la concessione dei contributi ai beneficiari finali sia firmata. La realizzazione concreta delle opere e l’erogazione della spesa corrispondente possono avvenire successivamente — secondo alcune analisi, fino a tre anni dopo la scadenza formale del Piano.
Secondo Openpolis, le risorse gestite tramite questi strumenti ammontano a circa 23,5 miliardi di euro. Le facility più rilevanti riguardano i contratti di filiera agricola (4 miliardi), le catene di approvvigionamento strategiche (3,2 miliardi), l’housing universitario, le infrastrutture idriche, l’agri-solare e la connettività digitale.
A febbraio 2026, un decreto-legge ha prorogato le strutture di missione PNRR fino al 31 dicembre 2029 — tre anni oltre la scadenza formale del Piano. Il segnale è chiaro: la macchina non si ferma ad agosto.
Non è una proroga — formalmente. È un modo per rispettare la lettera della scadenza spostando la spesa effettiva oltre il termine. Uno strumento suggerito dalla stessa Commissione europea per evitare che gli Stati perdessero i fondi assegnati. Ma resta la domanda: se quasi 24 miliardi su 194 non verranno spesi entro agosto 2026, cosa significa per le opere che dovevano trasformare i territori?
Il dato più significativo: investimenti al 12%
C’è un numero che colpisce più di ogni altro. A fine 2025, il tasso di completamento delle riforme previste dal PNRR — ovvero l’approvazione di leggi, regolamenti e atti amministrativi — era al 65%. Il tasso di completamento degli investimenti — le opere fisiche, i cantieri, le infrastrutture — era al 12%.
Significa che il Piano ha prodotto molta carta e poca realtà sul territorio. Le riforme, per loro natura, si misurano con l’approvazione di un atto. Gli investimenti si misurano con un asilo nido che apre, una ferrovia che funziona, un acquedotto che non perde più il 40% dell’acqua. Il divario tra questi due numeri racconta la differenza tra il PNRR sulla carta e il PNRR vissuto dai cittadini.
E nel Mezzogiorno il quadro è ancora più marcato: il tasso di realizzazione delle opere pubbliche al Sud si ferma al 64%, contro l’82,3% del Centro-Nord.
L’aritmetica della corsa finale
La settima relazione del governo al Parlamento, pubblicata a gennaio 2026, presenta i numeri dell’avanzamento ministeriale calcolando la spesa “al netto degli strumenti finanziari” e depurando la dotazione complessiva dalle risorse destinate a misure che non saranno completate quest’anno. Con questo metodo, la quota di spesa già sostenuta arriva al 58,4%.
Ma come ha rilevato l’analisi della CGIL sui dati aggiornati al febbraio 2026, l’incremento della spesa degli ultimi mesi è in gran parte determinato dal passaggio di risorse verso i “progetti in essere” — opere già finanziate con risorse del bilancio dello Stato prima del PNRR, successivamente inserite nel Piano per gonfiare i numeri di avanzamento. Lo stesso rapporto parla di “artifici contabili” che hanno consentito, tra l’altro, di dare copertura alla Legge di Bilancio.
Intanto, il governo rivendica risultati. Il ministro Foti ha dichiarato che gli obiettivi sono tutti raggiungibili e che l’Italia è tra i paesi più avanti nell’attuazione del proprio Piano — dato confermato dal 54% di target completati, contro una media europea del 38%. La premier Meloni ha affermato di aver “rinegoziato due volte il PNRR, liberando decine di miliardi”. Sono rivendicazioni che trovano riscontro parziale nei numeri: l’Italia ha effettivamente incassato più di quasi tutti gli altri Stati membri. Ma incassare e spendere sono verbi diversi. E spendere e trasformare un territorio lo sono ancora di più.
Una domanda che apre la prossima
Cinque mesi alla scadenza, 209 obiettivi ancora da raggiungere, 159 concentrati nell’ultima rata, quasi 24 miliardi spostati su strumenti finanziari che permettono di spendere dopo il termine. Un Piano rimodulato sei volte, con numeri di spesa calcolati al netto di ciò che non funziona. E strutture di missione già prorogate di tre anni oltre la chiusura.
“Il denaro deve servire e non governare”, ha scritto Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium. È una frase che vale per i bilanci familiari come per 194 miliardi di fondi pubblici europei. La domanda è se questi soldi stanno servendo i territori a cui erano destinati — o se stanno governando un sistema che li gestisce nell’interesse di chi li amministra.
E allora è legittimo chiedersi: in quale contesto normativo sta avvenendo questa corsa finale? Mentre i fondi pubblici corrono, le regole che governano la gestione di quei fondi come sono cambiate? Ne parleremo nel prossimo articolo.
Fonti: Commissione europea, Comunicazione “NextGenerationEU – La strada verso il 2026” (COM 2025/310, 4 giugno 2025); Settima Relazione del Governo al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR (gennaio 2026); DL 19/2026 (decreto PNRR, 19 febbraio 2026); Dati ReGiS al 26 febbraio 2026; Openpolis; Camera dei Deputati — Documentazione parlamentare; Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2025; Il Fatto Quotidiano, 26 gennaio 2026; CGIL, marzo 2026; Ufficio Parlamentare di Bilancio.

[Precedenti: Art. 1 — PNRR: i numeri dicono che funziona. I territori dicono un’altra cosa? | Art. 2 — Salento scollegato: il diritto alla mobilità che non esiste | Art. 3 — 183 milioni per la costa: il Salento sa dove stanno andando? | Art. 4 — 7 miliardi di fondi europei cambiano destinazione: il Mezzogiorno sa cosa sta perdendo? | Art. 5 — La sabbia pubblica che diventa privata: cosa sta succedendo a Lido Pizzo? | Art. 6 — Mentre quattro astronauti volano verso la Luna, qualcuno sa che li tiene in vita la tecnologia italiana?]








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