L’Italia spaccata in due: quattro chilometri di frana e vent’anni di prevenzione mancata?
La più grande frana d’Europa si risveglia in Molise, isola la Puglia dal resto del Paese e mette a nudo il cortocircuito tra fondi stanziati e opere mai realizzate. La domanda non è se poteva accadere, ma perché non è stato impedito?
di Francesco Giannetta — Aprile 2026
Mentre scriviamo, la Puglia è isolata.
La frana di Petacciato, riattivata la mattina del 7 aprile dopo giorni di piogge intense, ha interrotto contemporaneamente l’autostrada A14 tra Montenero di Bisaccia e Termoli, la linea ferroviaria adriatica tra Vasto e Termoli, e la Strada Statale 16, già compromessa dal crollo di un viadotto. Tre arterie vitali spezzate in un colpo solo. L’Italia è tagliata in due lungo l’Adriatico.
Non si tratta di uno smottamento localizzato. La frana di Petacciato è classificata come una delle più estese d’Europa: un corpo franoso che interessa un ampio versante affacciato sull’Adriatico, con un fronte lungo oltre quattro chilometri, attivo da più di un secolo. I terreni coinvolti, costituiti in larga parte da argille grigio-azzurre, perdono resistenza quando si saturano d’acqua, diventando un vero piano di scivolo per il versante.
Questo fenomeno è noto. Studiato. Documentato. Non è una sorpresa.
I numeri della paralisi
Sono 37 i treni Alta Velocità e Intercity cancellati. Tutti i Frecciarossa dalla Puglia verso Milano sono stati soppressi. Migliaia di pugliesi pronti al rientro verso il Nord sono rimasti bloccati, senza alternative per gli spostamenti.
Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha parlato di rischio isolamento alla vigilia della stagione turistica, in un contesto già aggravato dal rincaro dei carburanti. La Protezione Civile ha avviato un piano d’emergenza che prevede il dirottamento dei treni di lunga percorrenza sulla tratta Foggia-Caserta.
Ma quanto durerà? Il capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha dichiarato che se ci si aspetta un ripristino in cinque-sette giorni si è fuori strada, e che si parla piuttosto di settimane, forse mesi.
Non settimane per un imprevisto. Settimane per una frana che era prevista.
Quaranta milioni stanziati. Zero cantieri aperti.
Ecco il punto. E qui i numeri diventano implacabili.
Già nel 2021 la Regione Molise annunciava l’avvio della gara di progettazione per il consolidamento idrogeologico del versante di Petacciato, con un impegno economico di oltre 40 milioni di euro — uno degli investimenti più ingenti mai stanziati in Italia per la mitigazione del dissesto.
Risultato? Il bando per l’affidamento congiunto di progettazione esecutiva e lavori è stato pubblicato solo a dicembre 2025. Quattro anni per arrivare a un bando. Nessun cantiere aperto quando la frana si è risvegliata.
La Corte dei Conti certifica che in Italia servono mediamente cinque anni dalla progettazione alla completa realizzazione delle opere di messa in sicurezza. Cinque anni. Che si sommano ai quattro già persi. E intanto la montagna scivola.
Le risorse attualmente stanziate — 27 milioni per il progetto più recente — coprono solo una parte del versante, a fronte di un fabbisogno tecnico stimato in circa 90 milioni. Anche a lavori conclusi, la frana non scomparirà: sarà resa più controllabile, ma continuerà a richiedere interventi e manutenzione per decenni.
Come ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: «Il dramma di una politica concentrata sui risultati immediati rende necessario produrre crescita a breve termine. I governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano mettere a rischio investimenti».
Un Paese che frana: i dati ISPRA
Petacciato non è un’eccezione. È la regola.
La superficie del territorio italiano a pericolosità per frane è aumentata del 15% tra il 2021 e il 2024, passando da 55.400 a 69.500 chilometri quadrati — il 23% del territorio nazionale. Nel 2024, il 94,5% dei comuni italiani risulta a rischio frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. L’Italia si conferma tra i Paesi europei più esposti, con oltre 636.000 fenomeni franosi censiti.
E la Puglia? Secondo i dati ISPRA, 230 comuni pugliesi su 257 — l’89% — presentano livelli elevati di rischio idrogeologico: il 100% nella BAT, il 95% nelle province di Brindisi e Foggia, il 90% a Bari e l’81% a Lecce.
In venticinque anni sono stati censiti quasi 26.000 interventi di difesa del suolo, per un finanziamento complessivo di 19,2 miliardi di euro. Diciannove miliardi. La frana di Petacciato — nota, studiata, finanziata — non è stata fermata. Quanto di quei 19 miliardi è diventato territorio sicuro, e quanto è rimasto carta?
Il sindaco di Petacciato: “Nessun intervento strutturale dal 2015”
Il sindaco di Petacciato ha confermato che dall’ultimo importante movimento franoso del 2015 ad oggi sono stati fatti interventi solo a livello progettuale — rilievi e sonde di monitoraggio — ma nessun intervento strutturale.
Undici anni di rilevamenti. Zero opere. Un progetto da 40 milioni fermo nella burocrazia. E una frana che, puntualmente, si è ripresentata.
Intanto, i sindaci di quattro piccoli comuni molisani — Guglionesi, Palata, Montecilfone e Mafalda — sono scesi in strada a dirigere il traffico, con le loro strade secondarie completamente congestionate da auto e TIR in cerca di percorsi alternativi.
Anche in Puglia, pochi giorni prima, un altro segnale. A Roseto Valfortore, nel Foggiano, la strada provinciale SP 130 è crollata isolando completamente il borgo dei Monti Dauni. La sindaca ha denunciato preoccupazione per la situazione sanitaria della popolazione, le derrate alimentari che iniziavano a scarseggiare, e l’economia di un paese che proprio nel periodo pasquale avrebbe atteso un maggiore afflusso di visitatori.
Il cortocircuito italiano: fondi, burocrazia, emergenza
C’è un modello che si ripete sempre uguale in Italia. Lo conosciamo bene anche nel Salento.
Fase uno: si identifica un rischio. Fase due: si stanzia un finanziamento. Fase tre: si avvia una progettazione che richiede anni. Fase quattro: si pubblica un bando. Fase cinque: arriva l’emergenza. Fase sei: si dichiara lo stato di emergenza e si stanziano nuovi fondi. Il ciclo ricomincia.
La Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA) ha denunciato che il sistema amministrativo e le procedure di pianificazione risultano incapaci di sostenere la rapidità con cui si manifestano i disastri, lasciando le regioni vulnerabili esposte a lunghi periodi di isolamento e crisi economica. Lo scenario — dice la SIGEA — impone un cambio culturale nella gestione del territorio: una programmazione efficace e rapida, capace di rispondere alle sfide di un Paese geologicamente fragile.
È lo stesso cortocircuito che raccontiamo da settimane in questa serie di articoli. I 183 milioni del CIS che non si vedono. I 7 miliardi di fondi coesione reindirizzati. Il raccordo ferroviario di Brindisi che ha impiegato decenni per ripartire. Il cambio del quadro normativo — abolizione dell’abuso d’ufficio, nuovo codice appalti, riforma della Corte dei Conti — che dovrebbe velocizzare tutto e intanto rallenta le responsabilità.
Il problema non sono mai i soldi. Quaranta milioni c’erano per Petacciato. Miliardi ci sono per il PNRR. Il problema è la distanza tra la firma su un decreto e la prima pietra di un cantiere. È il tempo. E il tempo, in un Paese che frana, è la risorsa che non abbiamo.
Una lezione per il Salento
La Puglia oggi scopre di essere fragile non solo sul proprio suolo, ma per quello che accade nei territori confinanti. Una frana in Molise isola quattro milioni di pugliesi. Un viadotto che crolla sulla Statale 16 taglia i collegamenti adriatici. Non esiste autonomia infrastrutturale.
Come scriveva Piero Calamandrei: «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare».
La stessa cosa vale per le infrastrutture. Ce ne accorgiamo quando crollano.
Chi ha letto i primi articoli di questa serie sa che Salento Dinamico — progetto concepito tra il 2000 e il 2005, scritto nel 2009 — poneva al centro esattamente questo: un territorio che non può dipendere da un’unica arteria per collegarsi al resto del Paese. Che ha bisogno di ridondanza, di alternative, di una rete. Vent’anni dopo, un fronte franoso di quattro chilometri dimostra che quella visione non era utopia. Era prevenzione. E la prevenzione, in Italia, resta l’unica voce che nessuno vuole ascoltare.
Fonti: Protezione Civile nazionale (comitato operativo 7-8/04/2026), ANSA Puglia (7-8/04/2026), Il Fatto Quotidiano (8/04/2026), Quotidiano di Puglia (8/04/2026), BariToday (8/04/2026), SIGEA — dichiarazione presidente Fiore (8/04/2026), ISPRA — Rapporto dissesto idrogeologico ed. 2024, Coldiretti Puglia su dati ISPRA, Ordine dei Geologi Puglia, ReNDiS/ISPRA, Telenorba (3/04/2026, Roseto Valfortore), Comune di Petacciato.
[Precedenti: Art. 1 — PNRR: i numeri dicono che funziona. I territori dicono un’altra cosa? | Art. 2 — Salento scollegato: il diritto alla mobilità che non esiste | Art. 3 — 183 milioni per la costa: il Salento sa dove stanno andando? | Art. 4 — 7 miliardi di fondi europei cambiano destinazione: il Mezzogiorno sa cosa sta perdendo? | Art. 5 — Un senatore, una spiaggia e un camion di sabbia: cosa è successo a Lido Pizzo? | Art. 6 — Mentre quattro astronauti volano verso la Luna, qualcuno sa che li tiene in vita la tecnologia italiana? | Art. 7 — PNRR: agosto 2026 è domani. Il Mezzogiorno è pronto?]









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