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LA PUGLIA IN EMERGENZA: ARRIVANO I FONDI. MA I FONDI CHE C’ERANO PRIMA, DOVE SONO FINITI?

da 11 Aprile 2026Senza categoria0 commenti

Il Consiglio dei ministri ha stanziato 10 milioni per la Puglia dopo il maltempo del 30 marzo. Una risposta necessaria. Ma in venticinque anni di finanziamenti statali per il dissesto idrogeologico, quanto è diventato prevenzione reale e quanto è rimasto carta?


di Francesco Giannetta — Aprile 2026


«La casa comune viene devastata, maltrattata impunemente. È necessario un cambiamento di rotta.» — Papa Francesco, Laudato Sì, 2015


Giovedì 9 aprile, il Consiglio dei ministri ha approvato lo stato di emergenza per dodici mesi in Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia. Su proposta del ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, sono stati stanziati 50 milioni di euro dal Fondo per le emergenze nazionali. Alla Puglia ne spettano dieci.

La decisione è arrivata dopo il 30 marzo, quando una violenta ondata di maltempo ha colpito il Mezzogiorno, riaprendo una frana — quella di Petacciato — che non stupisce nessuno. Perché Petacciato era nota. Studiata. Documentata. Non era un’emergenza imprevedibile: era un’emergenza annunciata che il sistema di prevenzione non ha impedito.

Dieci milioni per la Puglia. La domanda non è se serviranno — serviranno, e sono necessari. La domanda è un’altra: questa è una risposta strutturale, o l’ennesimo cerotto su una ferita che non si cuce mai?


IL CICLO CHE CONOSCIAMO A MEMORIA

C’è un copione che si ripete, in Italia, con la precisione di un orologio mal regolato. E il Mezzogiorno lo conosce meglio di chiunque altro.

Fase uno: si identifica un rischio. Fase due: il governo centrale stanzia un finanziamento. Fase tre: si avvia una progettazione che richiede anni. Fase quattro: si pubblica un bando. Fase cinque: arriva l’emergenza. Fase sei: si dichiara lo stato di emergenza e si stanziano nuovi fondi straordinari. Il ciclo ricomincia.

In venticinque anni, in Italia, sono stati censiti quasi 26.000 interventi di difesa del suolo per un finanziamento complessivo di 19,2 miliardi di euro — risorse stanziate a livello nazionale, gestite con procedure nazionali. Eppure il 94,5% dei comuni italiani risulta ancora a rischio frana, alluvione o erosione costiera. E la Puglia? 230 comuni su 257 — l’89% del territorio regionale — presentano livelli elevati di rischio idrogeologico.

Non mancavano i fondi. Mancava la capacità dello Stato di trasformarli in opere.


DIECI MILIONI: UNA RISPOSTA, O UN ADDENDO?

I 10 milioni destinati alla Puglia sono stanziati, recita la nota del ministero, “per i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture”. Giusto. Necessario. Ma “primi interventi” significa, per definizione, che ci sarà bisogno d’altro. Significa che seguiranno ordinanze del Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Significa procedure derogatorie, affidamenti in regime di emergenza, tempi compressi.

Nel frattempo, a pochi giorni dalla frana di Petacciato, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini si è recato in sopralluogo a Montenero di Bisaccia. “Ci tengo a ringraziare tecnici, ingegneri, operai che hanno riattivato in tempi record strade statali, autostrada e ferrovia”, ha dichiarato.

Bene. Ma quanto sarebbe costato prevenire? E soprattutto: dove sono finiti i 19,2 miliardi stanziati per la difesa del suolo negli ultimi venticinque anni?


LA PUGLIA CHE CHIEDE, E LO STATO CHE RISPONDE IN RITARDO

A Roseto Valfortore, nel Foggiano, la strada provinciale SP 130 è crollata isolando un borgo dei Monti Dauni. La sindaca ha denunciato preoccupazione per la situazione sanitaria, per le derrate alimentari che scarseggiavano, per un’economia già fragile nel periodo pasquale. Non è il racconto di una regione sfortunata: è il racconto di un territorio che ha bisogno di prevenzione strutturale e riceve, invece, fondi di emergenza.

Il presidente Decaro aveva già parlato di rischio isolamento per la Puglia, in un contesto aggravato dalla fragilità infrastrutturale che questa serie di articoli documenta da settimane: la mobilità deficitaria, i fondi coesione rallentati, il CIS costiero che avanza a rilento. Non è una questione di competenza regionale: è il risultato di decenni di programmazione nazionale inefficace.

La Regione Puglia — con il Vicepresidente Cristian Casili e l’intera giunta — sta costruendo una visione diversa. Ma non può farlo da sola, e non può farlo con fondi d’emergenza.


CHI VIGILA SULLA SPESA STRAORDINARIA?

Lo stato di emergenza permette deroghe alle procedure ordinarie: è la sua ragione di esistere in situazioni di crisi acuta. Ma queste deroghe arrivano in un contesto normativo che il governo nazionale ha progressivamente allentato su più fronti.

Con la legge 114 del 2024, l’abuso d’ufficio è stato abolito. Il nuovo codice degli appalti ha ampliato le soglie per gli affidamenti diretti. La riforma della Corte dei Conti del 2026 ha ridotto i margini di controllo preventivo sulla spesa pubblica. Ce ne siamo già occupati in un articolo precedente: le regole sono cambiate, e cambiano il perimetro entro cui si muovono i fondi pubblici.

Tutte scelte del governo nazionale. Non della Regione.

La domanda è quindi legittima: se i fondi ordinari per la prevenzione non hanno prodotto risultati adeguati in venticinque anni, e se oggi i controlli sono più deboli di prima, chi garantisce che questi 10 milioni di fondi straordinari arriveranno davvero ai territori che ne hanno bisogno?


UNA VISIONE POSSIBILE

Quando ho elaborato il progetto Salento Dinamico, tra il 2000 e il 2005, uno dei principi fondanti era la valorizzazione del territorio come sistema integrato: infrastrutture, ambiente, comunità. Non come risposta all’emergenza, ma come prevenzione dell’abbandono.

Quello stesso principio vale oggi per tutta la Puglia. Non si esce dal ciclo dell’emergenza con altri fondi di emergenza. Si esce costruendo capacità amministrativa reale, trasparenza nelle procedure e una cultura della prevenzione che preceda il disastro invece di inseguirlo. Si esce pretendendo che lo Stato centrale faccia la sua parte — non solo nelle dichiarazioni di emergenza, ma nella programmazione ordinaria.

Come ha scritto Piero Calamandrei: «La democrazia è come la bicicletta: o la si pedala o si cade.» I 10 milioni sono necessari. Ma pedalarli nella direzione giusta richiede un sistema che funzioni — prima, durante e dopo l’emergenza.


Fonti: Delibera Consiglio dei Ministri 9 aprile 2026 — dichiarazione stato di emergenza Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia (comunicato Ministero Protezione Civile, 9 aprile 2026) | ISPRA — Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia, edizione 2024 | ISPRA — dati regionali Puglia: 230 comuni su 257 a rischio idrogeologico elevato | Ministero dell’Ambiente / ReNDiS — 26.000 interventi censiti, 19,2 miliardi stanziati in 25 anni | Dichiarazioni ministro Salvini a Montenero di Bisaccia, aprile 2026 | Legge 9 agosto 2024, n. 114 (abrogazione art. 323 c.p. — abuso d’ufficio) | D.Lgs. 31 marzo 2023, n. 36 (Codice dei contratti pubblici) | Legge 1/2026 (riforma Corte dei Conti — ddl Foti) | ANSA, 9 aprile 2026 — “Stato di emergenza per Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, stanziati 50 milioni” | SIGEA — Società Italiana di Geologia Ambientale, comunicati 2026

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