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A novantatré giorni dalla scadenza, del PNRR non si parla quasi più. È davvero il “primato europeo” che ci viene raccontato — o sta succedendo qualcos’altro?

da 29 Maggio 2026Politica0 commenti

L’Italia ha incassato 153 miliardi sui 191,5 del Piano, ha raggiunto il 64% dei target e si vanta del miglior tasso di attuazione fra gli Stati membri UE. Ma una parte importante di quei fondi non si è ancora trasformata in spesa effettiva sul territorio, e il vincolo del 40% destinato al Mezzogiorno — verificato sulla carta — resta lontano dalla realtà dei cantieri aperti. Il PNRR si gioca tutto nei prossimi tre mesi. E il Sud rischia, ancora una volta, di pagarne il conto più alto.

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


“La questione meridionale non è un problema del Sud. È la più grande questione nazionale italiana, e potrà essere risolta solo da un Paese che la riconosca come tale.” — Pasquale Saraceno, economista, padre della SVIMEZ e fondatore della politica di sviluppo meridionale italiana (1903-1991)


Novantatré giorni alla scadenza, e il PNRR è sparito dai radar. Riparliamone

Tra esattamente novantatré giorni — il 31 agosto 2026 — scade il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. È la data ultima entro cui l’Italia deve aver completato tutti i traguardi e gli obiettivi (target e milestone) previsti dal Piano, pena la perdita delle rate non ancora erogate. La Commissione europea, attraverso una comunicazione formale del giugno 2025, ha escluso categoricamente qualsiasi proroga: “in linea con le scadenze legali e la natura temporanea dello strumento, gli Stati membri devono raggiungere tutte le tappe e gli obiettivi entro il 31 agosto 2026 e la Commissione deve effettuare i pagamenti finali entro il 31 dicembre 2026”. Tradotto: chi non arriva in tempo, perde i fondi. Definitivamente. È, sotto ogni profilo — finanziario, infrastrutturale, sociale — la scadenza più importante degli ultimi cinquant’anni della Repubblica.

Eppure, e qui sta il primo paradosso, del PNRR ormai non si parla quasi più. È un tema che fino al 2023 occupava ogni giorno le prime pagine dei giornali italiani, presidiato da inchieste, polemiche, dibattiti accesi, ed è progressivamente scivolato in fondo all’agenda pubblica. Esce ogni tanto, in occasione di una rata, di una rimodulazione, di una dichiarazione del Ministro Tommaso Foti — Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione dopo l’uscita di Raffaele Fitto verso la Commissione UE — che annuncia il “primato europeo” italiano. Ma è scomparso dal racconto quotidiano. È proprio nei tre mesi finali, quando l’esito sarà determinato in modo irreversibile, che il dibattito pubblico avrebbe più bisogno di accendersi. E invece tace. Questo silenzio non è innocente: è il sintomo di un disagio politico più ampio, di una difficoltà — di tutti, maggioranza e opposizione — a raccontare con onestà cosa stia succedendo davvero. Vale la pena, allora, riparlarne con la massima precisione possibile.

Tre numeri da non confondere: target raggiunti, rate incassate, spesa effettiva

La prima operazione necessaria, per capire dove siamo, è distinguere con rigore tre piani che la comunicazione politica troppo spesso confonde ad arte. Sono tre numeri diversi, che misurano cose diverse, e che possono raccontare storie molto differenti sullo stesso Piano.

Il primo piano è quello dei target e milestone: gli obiettivi formali — riforme legislative, attivazione di bandi, firma di contratti, raggiungimento di soglie tecniche — la cui realizzazione viene verificata dalla Commissione europea per autorizzare il pagamento delle rate. Su questo terreno l’Italia è effettivamente in posizione di vantaggio rispetto agli altri Stati membri. Al 28 maggio 2026, su 575 obiettivi complessivi (come modificati dalla sesta rimodulazione del 27 novembre 2025), ne sono stati raggiunti 366 — circa il 64%. La media europea, calcolata da Moody’s, si attesta intorno al 38%. È vero che, secondo questa metrica, l’Italia è in vetta alla classifica. Foti ha pienamente ragione, sotto questo profilo, a rivendicare un “primato europeo”.

Il secondo piano è quello delle rate incassate dalla Commissione: la quantità di denaro effettivamente trasferita dalle casse europee al Tesoro italiano in conseguenza del raggiungimento dei target. Anche qui i numeri sono importanti: circa 153,2 miliardi di euro su una dotazione complessiva di 191,5 miliardi, pari a circa il 79%. Mancano ancora due rate (la nona e la decima) per chiudere il Piano. Sotto questo profilo, l’Italia è effettivamente uno degli Stati membri più “performanti”.

Il terzo piano, però — ed è il piano che conta davvero per i cittadini, per le imprese, per i territori — è quello della spesa effettiva: quanto di quei 153 miliardi incassati si è davvero trasformato in cantieri aperti, opere completate, infrastrutture in funzione, formazione realmente erogata, posti di lavoro effettivamente creati. Qui i numeri raccontano una storia molto diversa. Secondo le ricostruzioni più aggiornate, riportate fra gli altri dal Fatto Quotidiano e basate sul catalogo Open Data del governo, a fine 2025 risultava utilizzato meno della metà dei fondi effettivamente erogati. Ricordiamolo: l’Italia ha incassato 153 miliardi, ma li ha spesi per meno di metà. E ricordiamolo ancora più chiaramente: la spesa effettiva nel cantiere è ciò che — alla fine — sposta davvero un Paese verso un’infrastruttura nuova, un ponte, una scuola, un ospedale. Un target firmato, senza una corrispondente opera realizzata, è un atto amministrativo che soddisfa Bruxelles ma non cambia la vita di nessuno.

Il vincolo del 40% al Sud: vero sulla carta, lontano dai cantieri

C’è un secondo gap, ancora più importante per chi legge queste pagine, che riguarda la distribuzione territoriale del PNRR. Il Piano italiano prevede, fin dalla sua formulazione originaria approvata dal governo Conte II nel 2020 e poi rifinita dal governo Draghi nel 2021, un vincolo molto preciso: almeno il 40% delle risorse territorializzabili deve essere destinato al Mezzogiorno. Non è un suggerimento, è un obbligo. È, dal punto di vista politico, la garanzia che il più grande piano di investimenti pubblici della storia repubblicana servisse anche, e soprattutto, a ridurre il divario Nord-Sud che da settant’anni rappresenta la principale ferita italiana.

Sulla rendicontazione formale, il vincolo del 40% è sostanzialmente rispettato: i progetti formalmente assegnati al Sud raggiungono — secondo i dati del governo — la soglia di legge. Ma quando si scende al livello della spesa effettiva, della capacità di trasformare quei progetti in opere reali, il divario riemerge con tutta la sua forza. Le analisi di Openpolis e di altri osservatori indipendenti hanno documentato come, in numerose missioni del Piano — dalla cultura, dove al 30 novembre 2025 era stato speso solo il 27,4% delle risorse, all’edilizia scolastica, al welfare locale, alle infrastrutture digitali — la spesa concretamente erogata al Sud resti significativamente al di sotto della soglia di legge. La ragione è strutturale, e va detta con franchezza: i comuni piccoli e medi del Sud, le amministrazioni territoriali con meno personale e meno capacità tecnica, le imprese del Mezzogiorno con meno strutture di progettazione, hanno fatto e fanno molta più fatica a trasformare i bandi in cantieri rispetto ai loro omologhi del Centro-Nord. È una vecchia storia, che però il PNRR — che doveva proprio servire a colmare quel divario — sta rischiando, paradossalmente, di amplificare.

La Regione Puglia, vale la pena dirlo, ha fatto e continua a fare la sua parte negli ambiti di propria competenza. Il problema, di nuovo, non è regionale: è nazionale e strutturale. È la capacità del sistema Paese — Ministeri, agenzie centrali, soggetti attuatori, ANAS, RFI, Anac, Corte dei Conti — di accompagnare i territori più fragili nell’attuazione di un piano di una complessità senza precedenti, costruito a Roma per essere realizzato da Bolzano a Pantelleria. Quando l’accompagnamento è insufficiente, la fragilità si traduce in spesa mancata. E la spesa mancata, nel Sud, significa servizi che non arrivano, infrastrutture che restano incompiute, occasioni storiche perse forse per sempre.

Le “facility”: ingegneria finanziaria seria, o cassetto per dopo il 2026?

Da qualche mese, in concomitanza con l’avvicinarsi della scadenza, è entrata nel lessico tecnico del PNRR italiano una parola che merita di essere capita: facility. Si tratta di strumenti finanziari — fondi rotativi, garanzie pubbliche, contratti di filiera — attraverso i quali una parte cospicua delle risorse del Piano, stimata intorno ai 24-25 miliardi di euro, sarà trasferita prima del 31 agosto 2026 a gestori finanziari specializzati (banche pubbliche, Cassa Depositi e Prestiti, fondi specifici), che poi avranno il compito di erogarla effettivamente alle imprese e ai territori negli anni successivi. Tradotto: entro la scadenza europea basta finalizzare il trasferimento al gestore, definire la policy di investimento e firmare la concessione del contributo. La spesa vera — quella che produce cantieri e occupazione — può proseguire dopo il 2026, anche per anni.

È un’ingegneria finanziaria legittima, prevista dai regolamenti europei e adottata in misura crescente da diversi Stati membri. Non è in sé né un imbroglio né uno scandalo. Trasforma, di fatto, una scadenza puntuale in una struttura di finanziamento di più lungo periodo, e può addirittura essere un’occasione: se quelle risorse vengono indirizzate verso strumenti che premiano la qualità progettuale e l’accessibilità per le piccole imprese del Sud, l’effetto territoriale può perfino estendersi positivamente oltre l’orizzonte ravvicinato del Piano. Ma è anche, va detto con altrettanta chiarezza, uno strumento di gestione contabile che permette di “chiudere la rendicontazione” prima ancora che la spesa vera sia stata realizzata. Significa che, il 31 agosto 2026, l’Italia potrà presentarsi a Bruxelles con un PNRR formalmente “completato al 100%” — e che il giudizio sulla qualità reale di quella attuazione sarà rinviato di anni, durante i quali il dibattito pubblico sarà ormai concentrato su altre emergenze.

È un punto che riguarda direttamente il Sud. Se quei 24-25 miliardi di facility verranno concentrati su strumenti tecnicamente sofisticati ma poco accessibili alle imprese meridionali — strumenti che richiedono capacità di progettazione, garanzie reali, cofinanziamenti privati che il tessuto produttivo del Sud spesso fa fatica a mettere a disposizione — il loro effetto territoriale si assottiglierà drammaticamente. Se invece i gestori finanziari sapranno costruire bandi e canali di accesso pensati anche per le PMI pugliesi, calabresi, campane, siciliane, allora il PNRR potrà continuare a lavorare sul divario Nord-Sud anche oltre il 2026. La differenza non è tecnica: è politica. E si gioca, di nuovo, nei prossimi mesi.

Salento Dinamico: il PNRR non si misura ad agosto. Si misura nei prossimi dieci anni

Pasquale Saraceno — l’economista che, nel dopoguerra, disegnò la Cassa per il Mezzogiorno e fondò la SVIMEZ — scriveva che la questione meridionale non è una questione del Sud: è la più grande questione nazionale italiana. È una frase di settantacinque anni fa, ma è ancora, parola per parola, la chiave di lettura più giusta per capire perché il PNRR riguarda tutti gli italiani, e perché — soprattutto — riguarda noi del Sud più di chiunque altro. Il PNRR non è un piano “per il Sud”: è un piano italiano che assegna al Sud una quota di risorse adeguata al divario storico che lo separa dal resto del Paese. Se quel piano fallisce nei territori dove era più necessario, fallisce per tutti — anche per chi sta meglio. Perché un Paese non funziona se metà del suo corpo arranca.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’idea di fondo è sempre stata che lo sviluppo di un territorio del Sud non si misura nel breve periodo, ma nei decenni. Non importa quanti bandi si vincono in un anno, importa quanti dei progetti vinti diventano davvero cantieri funzionanti, quante imprese si rafforzano davvero, quanti giovani decidono davvero di restare o tornare. Il PNRR, in questo senso, non si misurerà il 31 agosto 2026, quando Foti — chiunque sia, in quel momento, il Ministro competente — annuncerà il completamento formale del Piano. Si misurerà nei prossimi dieci anni, quando potremo dire se quei 191 miliardi hanno davvero cambiato l’Italia, e in particolare il suo Sud, o se sono stati uno dei tanti grandi appuntamenti mancati della nostra storia.

Per questo, oggi — a novantatré giorni dalla scadenza — vale la pena rimettere il PNRR al centro del dibattito pubblico. Non per fare polemica fine a sé stessa, ma per esigere quello che ogni Paese serio dovrebbe pretendere: trasparenza sui tre numeri (target, rate, spesa); verifica indipendente sul rispetto reale del vincolo del 40% al Sud; chiarezza sulle facility e su come i loro fondi raggiungeranno effettivamente le imprese e i territori meridionali; e — soprattutto — la promessa pubblica che dopo agosto 2026 non cali il silenzio, ma che si attivi un meccanismo permanente di monitoraggio sulla qualità della spesa, perché è lì che il PNRR si gioca davvero. La Repubblica italiana — concepita dai costituenti su un’idea precisa di unità nazionale e di solidarietà tra le sue parti — ha bisogno che il Mezzogiorno non resti un convitato di pietra dei propri grandi piani. Il PNRR è una prova decisiva. È la più grande, in tempo di pace, dell’ultimo mezzo secolo. Vale la pena affrontarla con gli occhi aperti, e con la lucidità di chi sa che, se la perdiamo, non avremo facilmente una seconda occasione.


Fonti: Commissione europea — Comunicazione sull’implementazione del Recovery and Resilience Facility, giugno 2025; ANSA, “Nessun rinvio sulla scadenza del Pnrr. Il termine resta agosto 2026”, 4 giugno 2025; Camera dei Deputati e Senato della Repubblica — Servizio Studi, “Il PNRR italiano. Un quadro di sintesi” (aggiornamento 2026); Italia Domani, catalogo Open Data PNRR (aggiornato a metà novembre 2025); Struttura di missione PNRR — comunicati ufficiali sulle rate erogate (otto rate complessive per circa 153,2 miliardi); Il Fatto Quotidiano, “PNRR in Italia: progressi e criticità nell’ultimo miglio”, 4 gennaio 2026; OpenPolis, analisi sulla spesa PNRR per missione e ripartizione territoriale, 2025-2026; OpenPNRR, monitoraggio scadenze e stato di attuazione; Moody’s, analisi comparativa sull’attuazione dei Piani Nazionali di Ripresa nell’Unione Europea; Sbircialanotizia.it, “PNRR oltre agosto 2026: 24-25 miliardi di facility”, aprile 2026; Finera.it, “PNRR in chiusura: scadenze critiche e opportunità ancora accessibili per le PMI”, marzo 2026; sesta rimodulazione del PNRR italiano approvata dal Consiglio UE il 27 novembre 2025; dichiarazioni del Ministro Tommaso Foti, 2025-2026; Decreto Legge 24 febbraio 2023 n. 13 e successive modifiche sulla governance del PNRR; Pasquale Saraceno, “Studi sulla questione meridionale” (1965) e “Il meridionalismo dopo la ricostruzione” (1959), Giuffrè.


PNRR Primato Europeo 2026

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