Inferno dei Boards of Canada: tredici anni dopo, la macchina della memoria torna a interrogare il presente
Il duo scozzese rompe il silenzio più lungo della propria carriera con un quinto album che guarda dritto al nostro tempo. Un ritorno che, per chi è cresciuto dentro quel suono, è anche un fatto privato.
C’è un certo tipo di ascoltatore che, sentendo nominare i Boards of Canada, non pensa a un genere musicale ma a una temperatura. Al ronzio caldo di un sintetizzatore scordato di mezzo semitono. Al fruscio del nastro magnetico usato non come difetto ma come materiale. Alla voce di un bambino registrata da un documentario educativo degli anni Settanta, ripiegata e rallentata finché non diventa malinconia pura. Io appartengo a quel tipo di ascoltatore. E per anni — più di quanti ne voglia ammettere — quel suono è stato la grammatica con cui ho imparato ad ascoltare e, poi, a produrre.
Per questo l’uscita di Inferno, il 29 maggio 2026 per la Warp Records, non è soltanto una notizia. È il ritorno di qualcosa che credevo essersi spento.

Il silenzio più lungo
Facciamo prima i conti con i fatti, perché la cronaca qui conta. Inferno è il quinto album in studio di Michael Sandison e Marcus Eoin, ed esce a tredici anni esatti dal precedente Tomorrow’s Harvest (2013): il distacco più ampio mai registrato fra due loro dischi. Diciotto tracce, circa settanta minuti, struttura da doppio album. Per un progetto che ha sempre lavorato per sottrazione e per indizi, è una mole quasi sfacciata.
Il modo in cui è stato annunciato, però, è perfettamente in carattere. Niente comunicato, niente singolo spinto dagli algoritmi. A partire dai primi di aprile, alcuni fan hanno cominciato a ricevere per posta delle videocassette VHS senza mittente chiaro, marchiate con il logo dell’esagono-sole che accompagna il duo da sempre, spedite attraverso i canali della Warp. Dentro: immagini volutamente degradate, simboli religiosi, frammenti d’archivio, un’estetica da segnale televisivo intercettato per sbaglio. Poi i poster comparsi in diverse città, sempre con lo stesso logo. Poi, il 16 aprile, il primo frammento di musica inedita in tredici anni. L’annuncio ufficiale dell’album è arrivato solo il 22 aprile, a campagna ormai avviata, con un trailer di pochi secondi.
È il marketing come alternate reality game, certo. Ma è anche, e soprattutto, coerenza poetica: i Boards of Canada hanno sempre trattato i media obsoleti — il nastro, la VHS, il vinile flessibile allegato alle riviste — non come nostalgia decorativa ma come dispositivi della memoria. Far arrivare un album dentro una cassetta anonima nel 2026 significa dire, prima ancora della prima nota, di cosa parleremo.
C’è poi un dettaglio che i fan più attenti hanno subito sottolineato, e che dà al disco un’aura di compimento: Inferno sarebbe il quinto e ultimo titolo del contratto a cinque album che il duo firmò con la Warp nel 1998, alla vigilia del debutto Music Has the Right to Children. Vero o leggenda che sia, è un’ombra che pesa sull’ascolto: si entra in questo disco con il sospetto di essere arrivati a una fine.
Quello che Geogaddi mi ha insegnato
Qui devo fare una deviazione personale, perché senza di essa questo pezzo sarebbe disonesto.
Il disco che mi ha segnato non è il loro più amato in assoluto, Music Has the Right to Children, ma il successivo, Geogaddi (2002): quello più cupo, più claustrofobico, attraversato da numerologia, suggestioni occulte e un senso di disagio che non si scioglie mai del tutto.
Quello che Geogaddi mi ha insegnato, da chi poi ha iniziato a mettere le mani su sintetizzatori e schede audio, è una cosa precisa: l’imperfezione è uno strumento espressivo. L’intonazione che oscilla, il filtro che respira, il sample che porta con sé il rumore della sua sorgente, il riverbero che sa di stanza vera e non di plug-in. È una lezione tecnica e insieme filosofica. In un mondo di produzione sempre più pulita, quantizzata, “corretta”, i Boards di Canada hanno difeso l’idea che il calore nasca proprio da ciò che non torna del tutto. Chiunque abbia lavorato con macchine analogiche — un oscillatore che deriva, un VCO che va riaccordato, un nastro che modula da solo l’altezza — riconosce in quel suono non un effetto da imitare ma un modo di pensare il suono.
È una genealogia che, nel mio piccolo, mi porto dietro ogni volta che preferisco un timbro vivo e instabile a uno perfetto e morto. E ascoltare Inferno è stato, prima di tutto, verificare se quella lezione fosse sopravvissuta agli anni e alla tecnologia.
Com’è, davvero
La risposta è sì, ma con uno spostamento. Inferno è il disco prodotto in modo più nitido della loro discografia: lucido, ampio, profondo. E qui c’è un piccolo paradosso che vale la pena cogliere — la patina lo-fi che molti imitatori hanno trasformato in maniera, loro la abbandonano in parte, senza per questo “retroficizzare” artificialmente il suono. La nostalgia, stavolta, non è nella grana: è nei contenuti.
L’album si apre con la coppia “Introit” / “Prophecy At 1420 MHz” come un’unica suite. Il secondo brano, in particolare, è una dichiarazione d’intenti: break ritmici ruvidi e quasi aggressivi, una chitarra che taglia, un sample vocale che incombe. Non è il tappeto ambient che certi fan si aspettano dall’apertura: è una porta che si spalanca su qualcosa di inquieto.
Da lì il disco lavora, come spesso accade da loro, alternando episodi grandi ed episodi minuti — una struttura che riporta la mente proprio a Geogaddi. “Hydrogen Helium Lithium Leviathan” recupera l’ariosità rarefatta di Tomorrow’s Harvest, con timbri che chiunque conosca il loro catalogo riconoscerà come “di famiglia”. “Naraka” parte da una semplicità quasi giocosa — un tamburello — per poi aprirsi, nella seconda metà, su un canto di matrice induista che la trasforma in una piccola apparizione di paradiso. “Into The Magic Land” riprende il versante chitarristico di The Campfire Headphase e lo immerge nell’oscurità generale del disco, con un’aria da western desertico, da miraggio entrato in una sala da saloon a mezza luce. “Acts Of Magic” cuce insieme più pattern di sintetizzatore lasciandoli ossidare, tra ronzii d’insetto e voci indistinte. “Memory Death” porta la dismaterializzazione delle voci fino al limite del fantasma. “Blood In The Labyrinth” sorprende con un sitar che accende improvvisamente la trama.
E poi la chiusura, “I Saw Through Platonia”: un finale rarefatto, qualcosa come un battito che ritorna sullo sfondo mentre i pad salgono e scendono come oggetti alla deriva nello spazio profondo. È il punto in cui l’aria di “ultimo disco” si fa più densa — e, insieme, dove viene smentita.
Dietro le quinte: ascoltare da chi produce
Qui voglio togliermi il cappello dell’ascoltatore e indossare quello di chi, in studio, certi gesti li compie tutti i giorni. Perché Inferno, più dei dischi precedenti, è una lezione di firma sonora — e una firma sonora non è un suono, è un insieme di scelte ripetute con ostinazione.
La prima è la più riconoscibile: il detuning. Quel galleggiare appena scordato che dà ai loro pad un’aria di sogno febbrile non è un caso, è un metodo. Lo si ottiene impilando oscillatori intonati di pochi cent l’uno dall’altro, oppure lasciando che a sbandare sia il pitch stesso del campione. Chi ha sotto le dita un Korg MS2000 sa di cosa parlo: basta aprire il detune fra le voci e quel calore arriva da solo. Su un semimodulare analogico come il Behringer Neutron il fenomeno è ancora più crudo e vivo — i VCO derivano, vanno riaccordati, e proprio quella instabilità è il punto. I Boards of Canada hanno costruito mezza carriera su ciò che un manuale ti dice di correggere.
La seconda firma è il nastro: wow & flutter, quella micro-oscillazione di intonazione che dà l’impressione che la musica venga da una memoria e non da un file. È replicabile — un’emulazione di tape sull’Apollo Twin, un LFO lentissimo e irregolare sul pitch, e il gioco è quasi fatto — ma quello che il software non ti regala è la decisione di volerla. Loro la vogliono sempre.
La terza è il campione come materiale grezzo: voci d’archivio, sigle, documentari, ridotti a impasto attraverso filtri che respirano e riverberi che sanno di stanza. È il territorio dove un ibrido come l’Arturia MicroFreak dà il meglio — oscillatori digitali sporcati da un filtro analogico, esattamente quel tipo di timbro “ossidato” che attraversa “Acts Of Magic”.
Ed è qui che Inferno fa la sua mossa più interessante, e che da producer ho trovato spiazzante. La catena di segnale è la più pulita e ampia di sempre: niente più lo-fi indossato come costume. Eppure il DNA resta intatto. È la prova che il loro suono non era mai stato la grana del nastro o la compressione spinta — quelli erano effetti collaterali. Il suono era, ed è, il gesto: scordare, far derivare, degradare la fonte, lasciare respirare i filtri. Cambiata la risoluzione, il gesto sopravvive. Per chiunque produca, è la lezione più difficile da accettare: che lo strumento conta meno della scelta, e che il timbro più tuo è quello che decidi di non correggere.
Perché si chiama Inferno
Il titolo non è un vezzo. È il riferimento più esplicito al sacro e all’occulto dai tempi di Geogaddi e dell’EP In a Beautiful Place Out in the Country (2000), e i titoli dei brani pescano a piene mani tanto dalla religione quanto dalla cosmologia e dalla fisica: un introito di messa accanto all’idrogeno e al litio, il Naraka buddhista accanto al “tempo profondo” della geologia.
Ma la lettura più convincente, e quella che rende Inferno un disco del 2026 e non un esercizio di nostalgia, è un’altra. Dietro la patina mistica c’è una diagnosi del presente: la frammentazione e l’erosione della memoria, la performatività dell’essere umano ridotto a immagine di sé, il simulacro come pura distrazione. Le numerose voci campionate — molte di matrice religiosa, americana, esaltata, convinte di un’imminente rivelazione — disegnano l’immagine di un culto che non vive più appartato in campagna, come suggeriva ironicamente In a Beautiful Place, ma che ha preso il controllo del mondo.
Se Tomorrow’s Harvest indossava apertamente l’angoscia del collasso ecologico, Inferno allarga lo sguardo a tutto ciò che è successo da allora: una pandemia, il degrado ambientale che continua, e soprattutto la proliferazione dell’intelligenza artificiale. Non è musica d’attivismo, e sarebbe sbagliato leggerla come pamphlet. Ma suona inequivocabilmente come un disco registrato in risposta a questo momento — una colonna sonora per l’apocalisse, doom e salvezza in parti uguali.
C’è una coerenza profonda in tutto questo. I Boards of Canada hanno sempre fatto della nostalgia uno strumento critico, non consolatorio: il passato evocato non per rifugiarsi, ma per misurare la distanza fra ciò che ci era stato promesso e ciò che è diventato. L’estetica dei filmati educativi, delle sigle televisive che si scolorano al sole, dei sussidiari illustrati, qui diventa il rovescio di un presente che ha tradito quelle immagini. È hauntology nel senso più pieno: il fantasma di futuri mai avvenuti.
Il tempo, e il fatto di averlo
C’è una parola, nel titolo dell’ultima traccia, che apre l’unico spiraglio: platonia. Rimanda alla teoria del fisico Julian Barbour, secondo cui il tempo non scorre in linea retta ma è un insieme di configurazioni possibili, uno spazio. Tradotto: la fine non è davvero una fine.
Ed è qui che il sospetto di “ultimo disco” si capovolge. Per quanto Inferno trasudi compimento — quinto album, contratto chiuso, cerchio che si chiude — termina, paradossalmente, su una nota di inizio. Non sappiamo se i Boards of Canada torneranno; storicamente, ogni previsione sui loro tempi si è rivelata inutile. Ma il disco si rifiuta di essere un epitaffio.
E forse la cosa più sovversiva di Inferno, nel 2026, è proprio questa: è un disco che chiede tempo. Settanta minuti che pretendono di essere ascoltati come un percorso, dall’inizio alla fine, fuori dal flusso, fuori dalla playlist. In un’epoca costruita per frammentarci l’attenzione, chiedere a chi ascolta di fermarsi e pensare è quasi un atto politico.
Tornare al punto di partenza
Ho riascoltato Geogaddi la sera prima di scrivere queste righe. Volevo capire se Inferno fosse all’altezza del ricordo, o se il ricordo, come spesso accade, fosse più grande di qualsiasi disco possibile.
La verità è una via di mezzo, ed è la verità migliore. Inferno non sostituisce Geogaddi nella mia geografia affettiva — nessun disco lo farà. Ma fa una cosa più rara: dimostra che quella lezione — l’imperfezione come calore, la memoria come materiale, la nostalgia come critica — non era un manierismo d’epoca. Era un metodo. E i Boards of Canada, dopo tredici anni di silenzio, sono ancora gli unici a saperlo usare così.
Per chi è cresciuto dentro quel suono, e per chi da quel suono ha imparato a costruire il proprio, è abbastanza. Anzi, è molto.
Boards of Canada — Inferno (Warp Records, 29 maggio 2026). Diciotto tracce, ~70 minuti.



















0 commenti