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Quattro braccianti afgani bruciati vivi vicino Cosenza per pochi euro. Quanto siamo disposti davvero a guardare in faccia il sistema che li ha condotti lì?

da 3 Giugno 2026Agricoltura, Politica0 commenti

Lunedì 1 giugno, in una stazione di servizio della Statale 106 ad Amendolara, un minivan con cinque braccianti afgani è stato dato alle fiamme. Quattro non ce l’hanno fatta. Il superstite si è salvato rompendo un finestrino a testate. La Procura di Castrovillari ha fermato due cittadini pakistani, indiziati di omicidio plurimo: gli inquirenti seguono la pista dei caporali. Ma dietro questa tragedia c’è un sistema che riguarda tutti, e che il Sud, dove circa duecentomila persone sono sfruttate ogni giorno nei campi, conosce da troppo tempo.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo / che lavora nel fango / che non conosce pace / che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o per un no.” Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947


Amendolara, 1 giugno: cosa sappiamo, in modo sobrio e con dignità

Cominciamo dai fatti, perché in un caso come questo la sobrietà è la prima forma di rispetto dovuta alle vittime. Intorno alle ore tredici di lunedì 1 giugno 2026, all’altezza di una stazione di servizio sulla Statale 106 Jonica, ad Amendolara, in provincia di Cosenza, un minivan con a bordo cinque braccianti agricoli di origine afgana è stato dato alle fiamme. Quattro uomini sono morti carbonizzati all’interno del veicolo. Il quinto, Taj Mohammad, è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino a colpi di testa e fuggendo. È lui, in un italiano stentato e visibilmente provato, il testimone chiave che ha permesso agli inquirenti di ricostruire la dinamica e di identificare due indiziati. Ai microfoni della Tgr Calabria ha riassunto in tre parole ciò che ha visto: “Benzina, accendino e poi boom”.

La Procura della Repubblica di Castrovillari, guidata dal procuratore Alessandro D’Alessio, ha disposto il fermo di indiziato di delitto nei confronti di due cittadini pakistani, rintracciati a Villapiana e portati negli uffici della Squadra Mobile di Cosenza. Le accuse contestate sono di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla crudeltà. Le immagini di una telecamera di videosorveglianza dell’area di servizio, secondo quanto riportato dalla stampa, mostrano i due sospettati che bloccano dall’esterno le portiere del minivan, versano della benzina dal portellone posteriore, e appiccano l’incendio. È bene ricordare, con altrettanta fermezza, ciò che proprio oggi su queste pagine abbiamo scritto nella nostra rubrica costituzionale a proposito dell’articolo 27 della nostra Carta: anche per gli atti più gravi, fino a sentenza definitiva di condanna nessuno è colpevole. Ogni indagato, qualunque sia l’orrore di cui è indiziato, ha diritto a un processo equo e alla presunzione di innocenza. Saranno i giudici, e non i tribunali del web, a stabilire le responsabilità. Compito di un’informazione seria è raccontare ciò che è accaduto e ciò che si sa, non emettere sentenze.

Quello che si può dire, perché lo dicono il superstite, i quotidiani che hanno raccolto le sue parole (Il Fatto Quotidiano, Quotidiano Nazionale, il Post, Vatican News fra i tanti) e gli inquirenti che parlano apertamente di pista del caporalato, è il movente che oggi appare più probabile. Le vittime, secondo il racconto del sopravvissuto, avrebbero rifiutato di pagare ai due fermati il cosiddetto “pizzo sul viaggio”, la somma di denaro che i caporali pretendono per accompagnare ogni giorno i braccianti nei campi, e avrebbero chiesto contratti di lavoro regolari. È, se confermato dal processo, un movente che racconta una storia molto più grande di una singola lite. È la storia del caporalato italiano, settant’anni dopo la sua nascita.

Duecentomila braccianti sfruttati: il sistema dietro la strage

Per capire dove siamo, bisogna fare un passo indietro dai fatti di Amendolara e guardare ai numeri di un fenomeno che da decenni accompagna l’agricoltura italiana, e che riguarda, in modo particolarmente acuto, il Sud. Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’Osservatorio Placido Rizzotto della CGIL, intitolato Agromafie e caporalato, che porta il nome di un sindacalista contadino siciliano ucciso dalla mafia nel 1948 mentre conduceva i braccianti all’occupazione delle terre, nei campi italiani sono attualmente sfruttate circa duecentomila persone. È circa un bracciante su quattro del totale degli addetti del settore agricolo. Vengono pagati in media venti euro per giornate che vanno dalle dieci alle quattordici ore di lavoro: meno di due euro l’ora. Vivono spesso in casolari fatiscenti, baracche, container, accanto ai campi, isolati da ogni servizio. Molti hanno debiti con i caporali, che riscuotono, quando serve, con la violenza.

Il caporalato non è una novità calabrese, né tantomeno un problema legato a una specifica comunità di migranti. È un sistema antico, italiano, profondamente radicato in tutto il Sud agricolo, dal Tavoliere pugliese alle pianure di Foggia, dalla Piana del Sele nel Salernitano alla Sibaritide cosentina di cui parliamo oggi, dalla Conca d’Oro siciliana alle campagne dell’Agro Pontino. Cambia la composizione etnica e nazionale dei suoi protagonisti (ieri italiani, polacchi, rumeni; oggi sempre più spesso africani, asiatici, mediorientali), ma resta identico il meccanismo: un intermediario, il “caporale”, ingaggia i lavoratori, organizza il loro trasporto nei campi, contratta con il datore di lavoro, trattiene una parte del salario, mantiene il controllo del gruppo con una combinazione di promesse, ricatti, isolamento e, quando serve, violenza. Nella Sibaritide, come in molte altre zone, i caporali sono a loro volta migranti, e tra le reti che si contendono il controllo del reclutamento i contrasti sono frequenti, talvolta sanguinosi. È una delle tante distorsioni di un sistema che ha bisogno di manodopera invisibile e a basso costo, e che ottiene esattamente ciò di cui chiede: invisibilità e basso costo, anche al prezzo di vite umane.

La legge contro il caporalato c’è dal 2016. Perché non è bastata?

Non è vero che lo Stato italiano non abbia mai affrontato il problema. La Legge 29 ottobre 2016 numero 199, conosciuta come “legge contro il caporalato”, approvata sotto il governo Renzi su iniziativa dell’allora Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, è uno degli strumenti normativi più avanzati d’Europa in materia. Ha riformulato l’articolo 603-bis del codice penale, introducendo il reato specifico di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, con pene severe (fino a otto anni di reclusione, dodici in presenza di violenza). Ha previsto la confisca obbligatoria dei beni nel caso di condanna. Ha esteso la responsabilità penale ai datori di lavoro che si avvalgono consapevolmente di lavoratori reclutati attraverso caporali. Ha istituito la Rete del lavoro agricolo di qualità, che certifica le aziende virtuose. Ha previsto strumenti per indennizzare le vittime e per riutilizzare i beni confiscati ai caporali a fini sociali.

E però, come si vede, non è bastata. Non perché la legge sia sbagliata, ma perché tra l’avere una legge e farla funzionare nei campi di Amendolara passano gli ispettori del lavoro che mancano, le forze dell’ordine impegnate in mille altre emergenze, i magistrati di procure piccole e oberate, le amministrazioni comunali che spesso non hanno la forza politica per controllare grandi proprietari terrieri locali, le filiere della grande distribuzione che impongono prezzi all’ingrosso così bassi da rendere, di fatto, il caporalato l’unico modo per chiudere i conti di una stagione agricola. La legge 199 ha portato a centinaia di operazioni e a numerosi arresti, ha colpito reti importanti, ha cambiato la consapevolezza pubblica del fenomeno. Ma il caporalato, come tutti i fenomeni economici radicati, non si elimina con la sola repressione: si elimina togliendogli ossigeno economico. E l’ossigeno del caporalato è il sistema dei prezzi al ribasso. È il pomodoro pagato al produttore otto centesimi al chilo e venduto al consumatore due euro. È il chilo di arance ritirato dal campo a meno del costo della raccolta. È il prezzo all’ingrosso che chiude in perdita ogni filiera onesta, e che apre, automaticamente, lo spazio per quella disonesta.

Migranti contro migranti, il filo con il Mercosur, il “prezzo basso”

Vale la pena soffermarsi su un dato che, ad Amendolara, è stato registrato con un certo imbarazzo: aggressori e vittime erano entrambi migranti. I quattro morti sono braccianti afgani, il superstite è afgano, i due indiziati sono pakistani. È un dettaglio importante, perché ci ricorda quanto sia inutile e fuorviante leggere fenomeni di questa natura attraverso la lente unica della nazionalità o dell’origine etnica. Il caporalato di oggi, esattamente come quello di sessant’anni fa quando i caporali erano italiani e i braccianti erano siciliani o pugliesi emigrati in Capitanata, mette gli ultimi gli uni contro gli altri. Crea una piramide al cui vertice ci sono i grandi proprietari e le grandi catene di distribuzione, e alla cui base, divisi e in competizione, ci sono i lavoratori. È una vecchissima legge del capitalismo selvaggio, e attribuirla a “una comunità”, qualunque essa sia, significa non capirla, e quindi non poterla combattere. Chi oggi, di fronte alla strage di Amendolara, alzerà la voce per chiedere “più controlli sui migranti” anziché “meno sfruttamento sui campi”, avrà semplicemente individuato il bersaglio sbagliato. Il problema non è chi tiene in mano il bastone in fondo alla filiera, è chi quel bastone lo mette in mano. È il sistema che lo richiede.

E qui, inevitabilmente, il filo si lega a temi di cui abbiamo già scritto su queste pagine nelle ultime settimane. Quando il 21 maggio scorso, all’indomani del grande evento Coldiretti a Brescia, abbiamo raccontato in modo dettagliato l’accordo UE-Mercosur e il voto italiano del 9 gennaio 2026 che ne ha permesso il passaggio, abbiamo segnalato un meccanismo preciso: aprire il mercato europeo a prodotti agricoli sudamericani realizzati a costi molto più bassi, senza imporre gli stessi standard sanitari, ambientali e sociali, significa innescare una concorrenza al ribasso sui prezzi all’ingrosso. E la concorrenza al ribasso sui prezzi, in un’agricoltura come la nostra, non si scarica sui margini delle grandi catene di distribuzione: si scarica, anello dopo anello, fino in fondo alla catena. Si scarica sul produttore, che riduce i margini. E poi si scarica sul bracciante, che vede i suoi venti euro al giorno diventare quindici, dieci, sette. Si scarica sul “pizzo del viaggio” preteso dai caporali. Si scarica, in casi estremi, sull’idea che un essere umano possa essere bruciato vivo in un minivan perché ha avuto l’audacia di chiedere un contratto regolare.

Non sto dicendo, ovviamente, che il Mercosur “ha ucciso” i quattro braccianti afgani di Amendolara. Sto dicendo che l’omicidio di Amendolara, come tutti gli omicidi di questo tipo che hanno costellato la storia agricola italiana degli ultimi decenni (da Jerry Essan Masslo, sudafricano ucciso a Villa Literno nel 1989, a Soumayla Sacko, maliano ucciso a San Calogero in Calabria nel 2018, alle innumerevoli morti silenziose per fatica, malnutrizione, incidenti sul lavoro), è il sintomo estremo di una catena che si regge sull’invisibilità dell’ultimo anello. E ogni scelta politica che aumenta la pressione su quella catena, dalla mancata redistribuzione del valore lungo la filiera alla concorrenza internazionale non regolata, finisce, prima o poi, per produrre vittime in fondo. Capirlo è il presupposto per provare a fermarlo.

Salento Dinamico: la dignità del lavoro è il primo investimento sullo sviluppo del Sud

Primo Levi, nella poesia che apre Se questo è un uomo, scriveva versi terribili sull’uomo “che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no”. Erano parole pensate per i deportati nei lager nazisti, e nessun parallelo storico è mai del tutto pertinente. Eppure quei versi, “che muore per un sì o per un no”, risuonano oggi, leggendo la storia di Amendolara, con una corrispondenza dolorosa. I quattro braccianti afgani sono morti per un sì o per un no: hanno detto di no a chi pretendeva da loro denaro, hanno chiesto un sì sui contratti regolari, e sono stati uccisi per questo. Levi, nella stessa poesia, chiudeva con un imperativo che vale anche per noi oggi: “Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore”. Meditare. Non commentare per qualche ora e poi dimenticare. Meditare significa chiedersi cosa, nella nostra vita quotidiana di cittadini e di consumatori, contribuisce a tenere in piedi quel sistema. Significa chiedersi quanto siamo disposti a pagare in più, al supermercato, perché chi ha raccolto quel pomodoro o quel chilo di olive sia stato pagato decentemente. Significa chiedersi, soprattutto, cosa pretendere dalla politica.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, fra le dimensioni costitutive di quella visione c’era, accanto a innovazione, energia, ambiente, mobilità, agricoltura, legalità economica, anche, e in modo non secondario, la dignità del lavoro. Non come slogan, ma come precondizione concreta dello sviluppo: nessun territorio del Sud cresce davvero se si regge sull’invisibilità e sullo sfruttamento di una parte della propria forza lavoro. Il primo investimento serio sullo sviluppo del Mezzogiorno non è un cantiere PNRR né un fondo europeo: è un sistema di filiera in cui ogni anello sia pagato per ciò che realmente vale, e in cui i braccianti afgani della Sibaritide, i raccoglitori africani della Capitanata, i marocchini delle serre della Piana del Sele non siano forza lavoro fantasma, ma cittadini lavoratori riconosciuti dalla legge e dalla società. Per arrivarci servono: applicazione effettiva della legge 199/2016, con più ispettori del lavoro nei campi del Sud; controlli reali e non simbolici sui prezzi all’ingrosso e sulle filiere della grande distribuzione; tracciabilità dell’origine del lavoro, oltre che del prodotto, lungo tutta la catena; regolarizzazione dei lavoratori migranti che già sono qui, perché un lavoratore con un contratto è più difficile da ricattare di un lavoratore irregolare; e, sì, politiche commerciali europee che non aprano a concorrenze al ribasso senza imporre lo stesso rispetto degli standard sociali e ambientali. È un programma serio, di lungo periodo, fatto di cose noiose e poco “spettacolari”. Ma è l’unica cosa che, sul serio, può evitare che la prossima Amendolara accada.

Quattro uomini sono morti lunedì in una stazione di servizio della Statale 106. Si chiamavano in modi che probabilmente non sapremo mai pronunciare bene, venivano da una terra di cui sappiamo troppo poco, raccoglievano olive e arance per riempire le tavole di tutti noi. Erano persone. Avevano famiglie, sogni, una vita davanti. Sono morti perché in fondo a una catena lunghissima, qualcuno ha deciso che la loro vita valeva meno di pochi euro. Meditare che questo è stato è il minimo dovere civile. Cambiare ciò che lo ha reso possibile, è il dovere politico che oggi spetta a tutti noi.


Fonti: Il Fatto Quotidiano, “Due persone fermate per l’omicidio dei 4 braccianti pachistani nel Cosentino”, 2 giugno 2026; Il Fatto Quotidiano, “Il superstite della strage di braccianti ad Amendolara: ‘Ho rotto il finestrino a testate. Volevano i soldi’”, 2 giugno 2026; Il Gazzettino, “Braccianti bruciati vivi in auto, fermati i due ‘caporali’. Il sopravvissuto: ‘Un orrore, ci minacciavano con le armi'”, 2 giugno 2026; Quotidiano Nazionale, “I braccianti bruciati vivi in auto dai caporali per 5 euro”, 2 giugno 2026; il Post, “Cosa sappiamo dei quattro braccianti bruciati vivi vicino a Cosenza”, 2 giugno 2026; Vatican News, “Italia, quattro migranti bruciati vivi a Cosenza. Arrestati i due aggressori”, 2 giugno 2026; La Repubblica, prima pagina del 3 giugno 2026 e inchiesta “Non chiamateli invisibili”; dichiarazioni del Procuratore della Repubblica di Castrovillari Alessandro D’Alessio; dichiarazioni di Mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano all’Ionio; Osservatorio “Placido Rizzotto”, CGIL/FLAI, rapporto Agromafie e caporalato, ultima edizione disponibile; Legge 29 ottobre 2016 n. 199, “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”; articolo 603-bis del codice penale; Primo Levi, “Se questo è un uomo”, Francesco De Silva, Torino, 1947.


Caporalato Braccianti 2026

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