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Nel Regno Unito si parla di “generazione perduta”. In Italia abbiamo numeri peggiori, ma quasi nessuno ne parla. Perché?

da 4 Giugno 2026Sociologia0 commenti

Il Rapporto Annuale ISTAT 2026, presentato a maggio, stima al 13,3% i giovani italiani fra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano. Ma nel Mezzogiorno la quota sale al 23,3%, più del doppio del Centro-Nord. Le ragazze del Sud pagano il prezzo più alto. L’Italia resta il secondo Paese UE per incidenza dei NEET dopo la Romania. Mentre Londra apre il dibattito sulla lost generation, da noi il fenomeno passa quasi sotto silenzio. È ora di chiamarlo per nome.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“Sognate, ragazzi, sognate. Sognate sempre, sognate per voi stessi e per chi vi sta accanto. Sognate il mondo, sognatelo migliore. Sognate sempre.” Aldo Moro, statista e padre costituente, docente di Diritto Penale all’Università. Nato a Maglie (Lecce) il 23 settembre 1916, ucciso dalle Brigate Rosse a Roma il 9 maggio 1978.


Una “generazione perduta”? Quello che dice il Regno Unito, e quello che tace l’Italia

Oggi, giovedì 4 giugno 2026, aprendo le rassegne stampa internazionali, ci si imbatte in un’espressione che merita di essere ascoltata con attenzione: lost generation, “generazione perduta”. A usarla apertamente, nel dibattito pubblico, sono il Regno Unito e i suoi principali quotidiani. Secondo i dati più recenti, oltre un milione di giovani britannici fra i 16 e i 24 anni si trovano oggi al di fuori di ogni percorso di istruzione, lavoro e formazione. La cifra ha scosso talmente l’opinione pubblica d’Oltremanica da imporsi all’attenzione di Westminster, dei talk show, delle università, dei centri di ricerca. Si parla di un problema sistemico, di un rischio per la coesione sociale, di un’emergenza generazionale che impone risposte nazionali.

A leggere quei dati, e a confrontarli con i nostri, si resta spiazzati. Perché in Italia, in proporzione, i numeri sono peggiori. Eppure il dibattito pubblico, le prime pagine, i talk show, le interrogazioni parlamentari, le mobilitazioni accademiche su questo specifico tema sono, da anni, sotto la soglia di attenzione che il fenomeno meriterebbe. Se ne parla ciclicamente, quando esce un rapporto. Poi si torna ad altro. È una delle abitudini più dolorose del nostro Paese: registrare il proprio declino come se fosse un dato meteorologico, accettare cifre che, altrove, farebbero scattare allarmi rossi. Eppure dovrebbero farli scattare anche qui. Forse, soprattutto qui.

I numeri ISTAT 2026: 13,3% NEET, 23,3% nel Mezzogiorno, più del doppio

Vale la pena partire dai dati ufficiali, perché solo a partire da quelli si può capire la portata reale del fenomeno. Il Rapporto Annuale dell’ISTAT 2026, presentato lo scorso 21 maggio alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il centenario dell’Istituto, fissa al 13,3% la quota di giovani fra i 15 e i 29 anni che oggi in Italia non studiano, non lavorano e non si formano. Si tratta dei cosiddetti NEET, acronimo dell’inglese Not in Education, Employment or Training. È un dato in miglioramento rispetto agli ultimi anni: era il 19% nel 2022, il 16,1% nel 2023, il 15,2% nel 2024 secondo Eurostat. Il trend è quindi positivo, va riconosciuto. Ma la fotografia complessiva resta una delle più dure d’Europa. L’Italia, con questi numeri, è il secondo Paese dell’Unione Europea per incidenza dei NEET, subito dopo la Romania (19,4%), e davanti a Lituania, Grecia, Spagna. L’obiettivo che l’Unione si è data per il 2030 è di scendere sotto il 9%. Siamo, in altre parole, ancora a una distanza enorme da quella soglia, e la traiettoria attuale, pur in miglioramento, non garantisce affatto che la raggiungeremo in tempo.

Il dato medio nazionale, però, racconta solo una parte della storia. Quando si scompone per ripartizioni geografiche, emerge l’Italia spaccata in due che ormai conosciamo a memoria. Nel Centro-Nord la quota di NEET è del 10,7%, in linea con la media europea. Nel Mezzogiorno è del 23,3%, più del doppio. La regione peggiore d’Europa, in termini di NEET, secondo gli ultimi dati Eurostat è la Sicilia. Subito dopo, Campania e Calabria. I capoluoghi del Sud, da Catania a Palermo a Napoli, sono fra le città europee con il maggior numero di giovani fuori da qualsiasi percorso. Tradotto in numeri reali, parliamo di oltre due milioni di giovani italiani che oggi vivono in una sorta di sospensione esistenziale, e di una loro concentrazione drammatica proprio in quelle aree del Paese che, per tassi di natalità in calo, emigrazione, invecchiamento, avrebbero più bisogno di trattenere e valorizzare i propri ragazzi e le proprie ragazze. È un cortocircuito che, esattamente come quello sull’astensionismo elettorale di cui abbiamo scritto pochi giorni fa, riguarda direttamente il futuro stesso del Mezzogiorno come parte attiva della Repubblica.

Le ragazze del Sud: l’intersezione più dolorosa

C’è un livello ulteriore di dettaglio che non va perso, perché racconta un’ingiustizia nell’ingiustizia. Quando si scompongono i dati per genere, scopriamo che le ragazze sono più colpite dei ragazzi dal fenomeno NEET: la quota femminile nazionale è del 16,6%, quella maschile del 13,8%, secondo l’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat. Una differenza che, in apparenza, può sembrare contenuta, ma che esplode quando si combina con la geografia. Nelle regioni meridionali, dove il tasso medio di NEET è già più che doppio rispetto al Centro-Nord, l’incidenza fra le giovani donne è particolarmente acuta. Sono giovani donne che, in un territorio dove l’offerta formativa qualificata è meno presente, dove il mercato del lavoro è più asfittico, dove la cultura familiare e sociale resta spesso più tradizionale, si trovano intrappolate in un circolo vizioso: mancano le opportunità di formazione di qualità, e quindi mancano le occasioni di lavoro qualificato, e quindi spesso ci si rassegna a una vita di sostegno familiare invisibile, fuori da ogni statistica retribuita.

Questo è un dato che va detto con franchezza, perché tocca uno dei nodi più profondi della società meridionale contemporanea. Non si tratta soltanto di un problema economico. È un problema di libertà, di emancipazione, di pieno esercizio della cittadinanza. Una repubblica democratica fondata sul lavoro, come recita il primo articolo della nostra Costituzione, non può rassegnarsi all’idea che una parte significativa delle proprie ragazze del Sud sia, già a venticinque anni, fuori dal lavoro, fuori dalla formazione, fuori dal futuro. È un fallimento collettivo. Ed è uno di quei fallimenti, va detto, su cui troppo spesso si proiettano stereotipi e cliché (“non hanno voglia di lavorare”, “preferiscono restare in famiglia”, “non si impegnano abbastanza”) che hanno il solo effetto di colpevolizzare le vittime di un sistema, anziché smontarne i meccanismi reali.

Non è una scelta dei giovani: è uno scenario in cui sono spinti

Vale la pena soffermarsi proprio su questo, perché è il punto più importante di tutto il ragionamento. Essere NEET non è quasi mai una “scelta di vita” del giovane o della giovane in questione. È molto più spesso una conseguenza, sommata e cristallizzata, di una serie di fattori strutturali che lo Stato e la società non sono stati capaci di rimuovere. Vediamoli, uno per uno, perché solo nominandoli si può cominciare ad affrontarli.

Il primo fattore è la qualità del mercato del lavoro al Sud. Secondo i dati Eurostat, il tasso di occupazione dei giovani fra i 25 e i 29 anni è del 72,7% nel Nord-Ovest e crolla al 51% nel Mezzogiorno. Significa che, semplificando, al Sud un giovane su due in quella fascia d’età non lavora. Non perché non voglia, ma perché un’offerta sufficiente di lavoro qualificato e degnamente retribuito non c’è. Il secondo fattore è la sovraistruzione: l’ISTAT 2026 ci dice che quasi un quarto dei laureati italiani fra i 25 e i 34 anni svolge professioni a media o bassa qualificazione. È il fenomeno per cui un giovane consegue una laurea, anche con buoni risultati, e poi finisce a fare un lavoro per il quale quella laurea non gli serve, e che non valorizza le competenze acquisite. È una delle forme più sottili e dolorose di umiliazione collettiva del talento. Il terzo fattore è l’emigrazione: come abbiamo documentato in un pezzo pubblicato il 20 maggio scorso, il Mezzogiorno ha perso in vent’anni oltre 350.000 laureati, partiti per il Centro-Nord o per l’estero. Chi può, se ne va. Chi non può, resta. E nei “resti” si concentra la quota più alta di NEET.

Il quarto fattore, infine, è quello dei servizi: scuole sottodimensionate, trasporti pubblici inadeguati, asili nido che mancano (è uno dei target del PNRR ancora non pienamente raggiunto, come abbiamo scritto il 29 maggio), centri per l’impiego con organici insufficienti, scarsa connessione con le imprese del territorio. Strumenti come il Programma Garanzia Occupabilità dei Lavoratori (GOL), finanziato dal PNRR, e la Garanzia Giovani hanno provato, negli ultimi anni, a colmare alcune di queste lacune. I risultati ci sono, e vanno riconosciuti: una parte del miglioramento del dato NEET dipende esattamente da queste politiche. Ma sono interventi di tampone, non di sistema. Per cambiare davvero la situazione serve un piano strutturale, di lungo periodo, che leghi formazione, infrastrutture, politiche industriali, fiscalità di vantaggio per chi assume i giovani al Sud, edilizia scolastica, trasporti, cultura.

Salento Dinamico: restituire futuro ai giovani del Sud è il primo investimento serio

C’è una ragione personale e una ragione politica per cui voglio chiudere questo articolo con le parole di Aldo Moro citate in apertura. La ragione personale è semplice: Aldo Moro è nato a Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre 1916, a poco più di venti chilometri da Otranto, la cittadina dove vivo. È, insieme a Giuseppe Codacci-Pisanelli, il più grande statista che il Salento abbia espresso nella storia della Repubblica. Docente universitario di Diritto Penale, prima a Bari poi a Roma, padre costituente, ministro degli Esteri, della Pubblica Istruzione, della Giustizia, cinque volte Presidente del Consiglio. Quando ai suoi studenti, raccontano i suoi biografi, augurava di “sognare sempre, per sé stessi e per chi vi sta accanto, sognare il mondo migliore”, non lo faceva per retorica. Lo faceva perché credeva profondamente che la politica fosse esattamente questo: dare ai giovani le condizioni materiali perché i loro sogni potessero diventare progetti, e i loro progetti potessero diventare realtà.

La ragione politica è che da quel pensiero, che è patrimonio di tutti al di là delle appartenenze partitiche, viene un imperativo concreto e contemporaneo per chiunque si occupi della cosa pubblica nel Mezzogiorno. Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’idea centrale è sempre stata che lo sviluppo di un territorio del Sud non si misura dai cantieri pubblici aperti, ma dal numero di giovani che decidono di restare, o di tornare. Un territorio funziona se i suoi figli ci possono vivere bene, con dignità, con prospettive, con la possibilità di mettere su famiglia, comprare casa, crescere figli. Non se li deve esportare al Nord o all’estero per dargli un futuro. Ogni euro di investimento pubblico al Sud va misurato, in ultima analisi, con questo metro: ha reso più probabile che un giovane salentino, calabrese, siciliano, campano, lucano, decida di costruire qui la propria vita, oppure no?

Per arrivarci servono cose molto concrete, e poco spettacolari. Servono infrastrutture educative di qualità in tutti i comuni del Sud, non solo nei capoluoghi: scuole rinnovate, biblioteche aperte di sera, laboratori scientifici, palestre, spazi di studio. Serve un’alleanza vera fra università del Sud e imprese del territorio, perché il talento formato qui non sia costretto a emigrare per essere valorizzato. Serve un piano serio di trasporti pubblici che colleghi i comuni delle aree interne ai centri di studio e di lavoro, perché oggi un ragazzo di un piccolo comune del Salento o della Lucania spende mezza giornata per raggiungere l’università. Servono incentivi fiscali significativi e stabili per le imprese che assumono giovani al Sud, non con misure-tampone che cambiano ogni anno. Serve affittare la casa pubblica popolare a prezzi calmierati ai giovani che vogliono restare a vivere nei piccoli comuni del Mezzogiorno, perché lo spopolamento delle aree interne si combatte anche così. Servono politiche di parità di genere reali che permettano alle giovani donne del Sud di non scegliere fra carriera e famiglia. Serve, infine, un patto fra le istituzioni e le comunità locali per restituire fiducia: i nostri giovani non smetteranno di emigrare finché non sentiranno che restare è una scelta valorizzata, sostenuta, premiata, e non un atto di rassegnazione.

Aldo Moro ai suoi studenti diceva di sognare sempre. Non era un invito alla fuga dalla realtà: era un invito a non rassegnarsi a essa. Oggi, quando un giovane su quattro nel Mezzogiorno vive in una condizione di NEET, quel “sognate, ragazzi” non è una frase da consegnare all’iconografia commemorativa. È un compito che spetta a chi fa politica: rendere quei sogni possibili. Senza politiche serie di lungo periodo, il rischio è di ritrovarsi, fra dieci anni, a parlare anche noi, come fanno oggi i britannici, della “nostra” generazione perduta. Non possiamo permettercelo. E i giovani del Sud, prima di tutti gli altri, non se lo meritano.


Fonti: ISTAT, “Rapporto Annuale 2026. La situazione del Paese”, presentazione del 21 maggio 2026; ISTAT, “Noi Italia 2026. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”, capitolo Istruzione; Today.it, rassegna stampa Start, edizione del 4 giugno 2026; Openpolis e Fondazione “Con i Bambini”, “Calano i NEET, ma l’Italia resta il secondo Paese UE per incidenza”, luglio 2024; Openpolis e Fondazione “Con i Bambini”, “L’Italia resta il secondo Paese UE con più NEET”, luglio 2025; Eurostat, statistiche regionali su NEET fra i 15 e i 29 anni, edizione 2025; TgCom24, “Italia seconda in Europa per NEET”, novembre 2025; OrizzonteScuola, “NEET in Italia: oltre 2 milioni di giovani fuori da studio e lavoro, il Mezzogiorno paga il prezzo più alto”, giugno 2025; Il Sole 24 Ore, “Italia seconda in Europa per giovani NEET: analisi del fenomeno e divari territoriali”, febbraio 2026; Programma “Garanzia Occupabilità dei Lavoratori” (GOL), Missione 5 del PNRR; Programma europeo Garanzia Giovani; biografia di Aldo Moro, statista, padre costituente, nato a Maglie il 23 settembre 1916, ucciso dalle Brigate Rosse a Roma il 9 maggio 1978.


Generazione Perduta 2026

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