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La Camera ha approvato il ritorno al nucleare. Ma gli italiani lo hanno bocciato due volte. Si può davvero fare senza un nuovo referendum?

da 5 Giugno 2026Ambiente, Politica0 commenti

Giovedì 4 giugno la Camera ha votato a favore della legge delega sul nucleare con 155 sì, 86 no, 8 astenuti. Il testo passa al Senato. Il Ministro Pichetto Fratin promette: “Primi reattori operativi nel 2034-2035”. Si torna a parlare di SMR, AMR, micro-reattori, fusione, depositi di scorie. Il punto cruciale, oggi, non è solo l’opportunità tecnologica: è democratico. Gli italiani hanno detto no al nucleare nei referendum del 1987 (circa 80%) e del 2011 (94%). Cambiare ora questa scelta senza tornare a sentire il popolo significa rispettare davvero quel voto?

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“Per democrazia si intende un insieme di regole (primarie o fondamentali) che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure.” Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984. Filosofo del diritto e della politica, antifascista, senatore a vita.


Cosa è stato davvero approvato giovedì alla Camera

Cominciamo dai fatti, perché su un tema così delicato la cosa più importante è capire esattamente cosa è successo e cosa no. Giovedì 4 giugno 2026, la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”, presentato dal Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin (Forza Italia). I voti favorevoli sono stati 155, i contrari 86, gli astenuti 8. Hanno votato a favore i partiti della maggioranza di governo (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) insieme ad Azione di Carlo Calenda. Si sono astenuti i deputati di Italia Viva. Hanno votato contro Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Il testo passa ora al Senato, dove l’esecutivo conta di ottenere il via libera definitivo prima della pausa estiva, per emanare i decreti delegati attuativi, sempre secondo l’annuncio del Ministro, “entro Natale”.

Ma cosa prevede, in concreto, il provvedimento? La legge delega, come tutte le leggi delega, non disciplina direttamente la materia: conferisce al governo l’autorità di farlo, attraverso una serie di decreti attuativi, entro un anno dall’entrata in vigore. I campi su cui il governo potrà legiferare sono molto ampi e includono: la disciplina per la costruzione e l’esercizio di nuovi impianti nucleari di nuova generazione, ovvero gli SMR (Small Modular Reactors, “piccoli reattori modulari”), gli AMR (Advanced Modular Reactors, “reattori modulari avanzati”) e i micro-reattori; la ricerca sulla fusione nucleare, alla quale l’Italia partecipa con un ruolo importante attraverso l’ENEA, il progetto ITER e il prototipo DTT (Divertor Tokamak Test) in costruzione a Frascati; la gestione dei rifiuti radioattivi, compresa l’individuazione del deposito nazionale di stoccaggio, finora più volte annunciato e mai realmente localizzato. Il Ministro Pichetto Fratin, in conferenza stampa subito dopo il voto, ha indicato come orizzonte temporale realistico per i “primi reattori operativi” il biennio 2034-2035, e ha confermato che il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima prevede una quota di nucleare compresa fra l’11% e il 22% del mix energetico italiano. Questo, in sostanza, è ciò che è stato approvato.

1987-2011: gli italiani hanno detto no due volte. Cosa significa, oggi

Per capire perché questo voto solleva una questione che va molto oltre il merito tecnico, bisogna ricordare la cronologia degli ultimi quarant’anni del rapporto fra l’Italia e l’energia atomica, perché è una cronologia in cui la sovranità popolare ha avuto un ruolo decisivo, e non in modo accidentale. Nel 1986, dopo l’incidente di Chernobyl, in Italia esplose un dibattito pubblico di proporzioni enormi. L’anno successivo, l’8 e il 9 novembre 1987, si tennero tre referendum abrogativi sulle norme che regolavano la produzione di energia nucleare. Tutti e tre i quesiti furono vinti dai favorevoli all’abolizione con percentuali nell’ordine del 70-80%, con un’affluenza altissima, intorno al 65%. Fu un voto storico, che portò alla chiusura progressiva delle centrali italiane allora in funzione (Latina, Garigliano, Trino, Caorso) e all’uscita di fatto del nostro Paese dal nucleare.

Ventiquattro anni dopo, nel 2010, il governo Berlusconi tentò di rilanciare il nucleare con un programma di nuove centrali. L’anno successivo, il 12 e il 13 giugno 2011, dopo l’incidente di Fukushima Daiichi del marzo dello stesso anno, gli italiani furono richiamati alle urne per pronunciarsi nuovamente sull’opportunità di tornare all’atomo. Il risultato fu di una nettezza ancora più impressionante del 1987: il 94,05% dei votanti scelse di abolire le norme che consentivano il ritorno al nucleare, con una partecipazione del 54,8%, ben oltre il quorum del 50%. È, dal punto di vista numerico, una delle scelte popolari più nette mai pronunciate dal corpo elettorale italiano su un dossier specifico. In due referendum, distanti fra loro ventiquattro anni e collocati in momenti storici molto diversi, gli italiani hanno detto la stessa cosa con la stessa forza: no al nucleare in Italia.

Questo non significa che quella scelta sia irrevocabile e che le condizioni non possano cambiare. Significa, però, che esiste un mandato democratico esplicito, recente e largamente maggioritario su questa materia. E che ogni volta che un governo decide di intraprendere una direzione opposta a quel mandato, ha l’obbligo politico, prima ancora che giuridico, di tornare a chiedere il consenso dei cittadini. È esattamente questo il punto che è oggi sul tavolo.

Il punto democratico: si può tornare al nucleare senza un nuovo referendum?

Il Ministro Pichetto Fratin, interrogato in più occasioni in queste ore sulla questione referendaria, ha risposto in due modi che vale la pena registrare con precisione. Nella conferenza stampa subito dopo il voto della Camera, ha detto: “Non si fa quello che è popolare, ma ciò che è giusto per il Paese”. In una successiva intervista al Corriere della Sera, ha aggiunto: “Massimo rispetto per le scelte dei cittadini. Saremo in grado di spiegare che non c’è nulla da temere”. Sono due affermazioni molto diverse fra loro, e ciascuna pone problemi differenti. La prima sembra contrapporre frontalmente la volontà popolare al merito tecnico delle scelte, suggerendo che il consenso democratico possa essere visto come un ostacolo al “bene del Paese”. È una formulazione delicata, che merita di essere discussa seriamente. La seconda riconosce, almeno verbalmente, il valore delle scelte popolari, ma sposta la questione su un piano di pedagogia tecnica (“spiegheremo che non c’è nulla da temere”), come se il punto fosse soltanto convincere il cittadino della sicurezza di tecnologie che, a oggi, non esistono ancora sul mercato in forma commerciale matura.

Le opposizioni hanno reagito con durezza. Angelo Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra, co-portavoce di Europa Verde) ha parlato esplicitamente di “Meloni che calpesta la volontà popolare dei cittadini che con ben due referendum hanno detto no al nucleare”. Stefano Patuanelli, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, ex Ministro dello Sviluppo Economico, ha posto la domanda più concreta: “A parte le grafiche sui social in cui rilancia il nucleare, ci potrebbe dire dove intendete realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive?”. Chiara Braga, capogruppo del PD alla Camera, ha sintetizzato la perplessità di tutta l’opposizione: “Ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15-20 anni, mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina”. Va aggiunto, perché è un dato di metodo non trascurabile, che la maggioranza ha imposto la discussione del DDL alla Camera contro il parere delle opposizioni, modificando l’ordine dei lavori già concordato. È una forzatura procedurale che non è stata casuale e che racconta la fretta con cui il governo intende portare a casa il provvedimento.

Qui sta, a mio avviso, il vero nodo politico. Le norme costituzionali e le prassi consolidate consentono a un governo, formalmente, di approvare una legge delega che reintroduca il nucleare in Italia senza tornare a un referendum: il voto del 2011 era abrogativo di norme specifiche, non un divieto perpetuo per il legislatore di riaprire il dossier. Da questo punto di vista, Pichetto Fratin e la maggioranza hanno ragione quando dicono che possono procedere. Ma esiste una differenza, che Norberto Bobbio nel suo Il futuro della democrazia tracciava con grande chiarezza, fra ciò che si può fare e ciò che si deve fare in una democrazia matura. Una scelta che ribalta nella sostanza due pronunciamenti popolari recenti e largamente maggioritari, su una materia che riguarda la sicurezza, l’ambiente, il paesaggio e i bilanci pubblici per generazioni intere, dovrebbe, in tutta evidenza, tornare davanti al popolo che quei pronunciamenti li ha espressi. Non per debolezza politica, ma per forza democratica: per dare al ritorno al nucleare, se davvero gli italiani lo vorranno questa volta, una legittimazione piena, condivisa, capace di reggere alle resistenze prevedibili sui territori. Senza nuovo referendum, ogni centrale, ogni deposito di scorie, ogni nuovo impianto sorgerà sotto il sospetto perenne di essere stato imposto contro la volontà di chi vi vive accanto. Sarà un nucleare conflittuale, lento, costoso. Non sarà, semplicemente, possibile.

Le questioni concrete che il DDL non risolve: depositi, costi, tempi, sicurezza

Al di là della questione democratica, che è centrale, ci sono nodi tecnici e sostanziali che il dibattito di questi giorni ha trattato troppo poco. Il primo è il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. L’Italia produce scorie da decenni (sia da centrali ormai dismesse, sia da centri di ricerca, sia da uso sanitario) e non è mai riuscita a individuare un sito definitivo per il deposito a lungo termine. La proposta di Scanzano Jonico, in Basilicata, fu nel 2003 oggetto di una rivolta popolare di proporzioni storiche, che paralizzò la regione per settimane e portò il governo Berlusconi a fare marcia indietro. Da allora, nessuna nuova localizzazione è stata politicamente proponibile. La domanda di Patuanelli, “dove finiranno le scorie”, è dunque la più legittima e la più ineludibile: senza una risposta a questa domanda, riaprire al nucleare significa moltiplicare un problema già irrisolto da quarant’anni.

Il secondo nodo è quello tecnologico ed economico. Gli SMR e gli AMR di cui parla il DDL sono tecnologie ancora in fase di sviluppo. Sul mercato mondiale, allo stato attuale, non esiste un solo SMR commerciale in funzione su scala industriale. I prototipi più avanzati, da NuScale negli Stati Uniti a Rolls-Royce nel Regno Unito, sono ancora in fase di certificazione o di realizzazione iniziale. I costi reali per kilowattora installato di queste tecnologie, una volta che saranno realmente disponibili, sono oggetto di stime molto controverse: alcuni studi indipendenti suggeriscono che potrebbero essere significativamente più alti di quelli delle rinnovabili (fotovoltaico, eolico, biomassa) e degli accumuli a batteria, che sono invece tecnologie mature, scalabili, già installabili oggi nei nostri territori. Quando Pichetto Fratin parla di “2034-2035” per i primi reattori italiani, parla di un orizzonte di nove o dieci anni dall’oggi: nello stesso tempo, con un investimento equivalente, l’Italia potrebbe installare decine di gigawatt di rinnovabili e accumuli, riducendo da subito la propria dipendenza energetica dall’estero (quel “15-20%” che oggi importiamo prevalentemente dal nucleare francese, di cui parla il Ministro). La scelta del nucleare, in questa fase, è una scelta che rinvia il problema, non lo risolve.

Il terzo nodo è quello, sollevato da Alleanza Verdi e Sinistra, dell’uso militare. Un emendamento dell’AVS volto a escludere esplicitamente dalla legge delega ogni utilizzo del nucleare a fini militari è stato bocciato in Aula. Pichetto Fratin ha dichiarato che “il governo ha escluso categoricamente la ‘diversione’ di materiale, impianti e tecnologie per produrre armi nucleari”, ma ha aggiunto che “poi ci sono ricerche che possono essere collegate alla difesa, ma non in un’ottica” militare diretta. È una distinzione sottile che, alla luce del contesto geopolitico attuale, merita di essere chiarita in modo molto più esplicito dal Parlamento, e non lasciata alla discrezionalità di decreti governativi futuri.

Salento Dinamico: apertura alla ricerca, rispetto del popolo, urgenza delle rinnovabili

Vale la pena chiarire la mia posizione personale, perché su un tema così divisivo è giusto essere espliciti. Non sono ideologicamente contrario al nucleare in tutte le sue forme. Penso che la ricerca sulla fusione nucleare, alla quale l’Italia partecipa con risultati di eccellenza attraverso ENEA, il progetto internazionale ITER in Francia e il Divertor Tokamak Test in costruzione a Frascati, sia uno degli orizzonti scientifici più importanti del nostro tempo, e che vada finanziata generosamente: se la fusione diventerà nei prossimi decenni una realtà industriale, cambierà davvero le regole del gioco energetico mondiale, e l’Italia deve esserci. Penso che anche la ricerca sui reattori modulari avanzati e sulla loro sicurezza intrinseca meriti di essere proseguita, non per nostalgia atomica, ma per non perdere competenze scientifiche e industriali che potrebbero servirci. Da questo punto di vista, gli investimenti in ricerca previsti dal DDL non sono in sé sbagliati, ed è bene che il Parlamento ne discuta.

Quello che invece non si può fare è confondere la ricerca di lungo periodo con la decisione politica di reintrodurre il nucleare commerciale nel mix energetico italiano, scavalcando due referendum popolari recenti e larghissimi senza un nuovo voto dei cittadini. E quello che non si può rinviare è l’urgenza delle rinnovabili. Mentre il governo discute di SMR che forse arriveranno fra dieci anni, il Mezzogiorno ha enormi opportunità di sviluppo nelle tecnologie già mature: l’agrivoltaico, che consente di produrre energia mantenendo la vocazione agricola dei terreni; il fotovoltaico integrato negli edifici, che non occupa nuovo suolo; le celle solari semitrasparenti a perovskite, la cui ricerca all’Università del Salento e al CNR-Nanotec di Lecce sta producendo risultati di rilevanza internazionale (ne ho scritto proprio ieri, su queste pagine, come tema di sovranità tecnologica europea); le comunità energetiche rinnovabili (CER), gli accumuli a batteria, l’idrogeno verde prodotto da rinnovabili. Sono tecnologie che funzionano oggi, che si possono installare nel Sud nei prossimi cinque anni, che creano lavoro nei nostri territori, che non hanno bisogno di depositi di scorie millenarie, che non chiedono ai cittadini di accettare per decreto una scelta su cui non sono mai stati richiamati a votare. Sono il vero “nucleare sostenibile” del nostro tempo, se vogliamo usare un’espressione del Ministro: pulito, sicuro, scalabile, democraticamente accettato.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’energia era già una delle dimensioni costitutive di quella visione. Non con uno slogan né con una bandiera ideologica, ma con un’idea precisa: il Salento e il Mezzogiorno hanno tutte le carte per essere protagonisti di una transizione energetica che premi il territorio, valorizzi la ricerca delle nostre università, rispetti il paesaggio costiero e collinare, e restituisca ai cittadini la possibilità di partecipare alle scelte. Tornare al nucleare con una legge delega che bypassa due referendum recenti va esattamente nella direzione opposta: rinvia le decisioni a tecnologie non ancora mature, sposta i problemi di una generazione, e soprattutto toglie ai cittadini la voce in capitolo su una materia che, costituzionalmente, non può essere decisa solo nei palazzi.

Norberto Bobbio scriveva, ne Il futuro della democrazia, che la democrazia è “un insieme di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure”. La procedura, in democrazia, non è un dettaglio formale: è la sostanza stessa del patto fra governanti e governati. Quando i cittadini si sono pronunciati due volte sulla stessa materia, in modo netto e in tempi diversi, cambiare la rotta senza tornare a sentirli non è solo politicamente discutibile: è democraticamente fragile. Il Senato ha ora la possibilità di emendare il testo introducendo l’obbligo esplicito di un nuovo referendum prima dell’attivazione di qualsiasi impianto commerciale. Sarebbe la scelta più seria, più rispettosa, e più capace di reggere alla prova del tempo. Speriamo che la colga.


Fonti: ANSA, “La Camera approva la legge delega sul nucleare, 155 i sì. Pichetto: ‘Primi reattori operativi nel 2034-2035′”, 4 giugno 2026; L’Espresso, “I mini-reattori, il problema delle scorie e il nodo dei referendum: cosa prevede il ddl nucleare approvato dalla Camera”, 4 giugno 2026; Il Fatto Quotidiano, “Nucleare, la Camera approva la legge delega. Pichetto: ‘Scelta di concretezza, non ideologica’. Piovono critiche dall’opposizione”, 4 giugno 2026; Quotidiano Nazionale, “Nucleare in Italia, via libera della Camera al ddl sui mini-reattori. Pichetto: ‘Non sarà utilizzato a fini militari’. Ira opposizioni, cartelli in Aula”, 4 giugno 2026; Fanpage, “Nucleare, l’Italia verso un nuovo referendum: Pichetto Fratin spiega come e perché”, 5 giugno 2026; La Repubblica, prima pagina del 5 giugno 2026; Sky TG24, intervista al Ministro Gilberto Pichetto Fratin sul ritorno al nucleare, 5 giugno 2026; risultati ufficiali dei referendum sul nucleare dell’8-9 novembre 1987 (tre quesiti abrogativi) e del 12-13 giugno 2011 (94,05% di voti favorevoli all’abrogazione, partecipazione 54,79%), Ministero dell’Interno; ENEA, programma di ricerca sulla fusione nucleare e Divertor Tokamak Test di Frascati; progetto internazionale ITER, Cadarache, Francia; dichiarazioni di Stefano Patuanelli (M5S), Angelo Bonelli (AVS), Chiara Braga (PD); Marco Mazzeo et al., ricerca sulle celle solari semitrasparenti a perovskite, Università del Salento e CNR-Nanotec Lecce, ACS Energy Letters 2024; Norberto Bobbio, “Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco”, Einaudi, Torino, 1984.


Italia Nucleare 2026

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