Il turismo è la più grande ricchezza della Puglia. L’overtourism può esserne la rovina
L’Europa è in rivolta contro il turismo di massa che svuota i centri storici e rende le case inaccessibili ai residenti. Un nuovo regolamento UE e una legge regionale provano a governare il fenomeno. La posta in gioco, per il Salento, è la propria identità
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli.» Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950
L’estate in cui l’Europa si è ribellata ai propri turisti
C’è un’immagine che ha segnato l’estate europea del 2025 e che vale la pena tenere a mente ora che la stagione 2026 entra nel vivo: cittadini che, nelle vie dei centri storici, manomettevano le cassette per le chiavi degli affitti brevi. È successo a Barcellona il 15 giugno 2025, e poi in molte città italiane: Venezia, Roma, Firenze, Napoli, Milano. In Francia a Marsiglia, Nizza, Parigi. Un gesto simbolico per denunciare una cosa precisa: la mancanza di alloggi a prezzi accessibili per chi in quelle città ci vive, o vorrebbe continuare a viverci.
Non era una rivolta contro i turisti come persone. Era una protesta contro un modello. Il modello di un turismo che cresce senza limiti fino a espellere i residenti dai luoghi che il turismo stesso viene a cercare. Il fenomeno ha un nome ormai entrato nel linguaggio comune: overtourism. E nel 2026 è diventato uno dei terreni su cui si misura la capacità delle istituzioni europee, nazionali e locali di governare i processi invece di subirli.
I numeri spiegano la pressione. Nel 2025 l’Europa ha registrato 793 milioni di arrivi internazionali, e l’Unione Europea circa 3,1 miliardi di notti turistiche, di cui quasi un miliardo in alloggi affittati per brevi periodi tramite piattaforme online. È un volume senza precedenti, concentrato peraltro in poche settimane dell’anno e in poche decine di destinazioni.
Il vero nodo non è la folla: è la casa
Sarebbe un errore ridurre l’overtourism al fastidio delle strade affollate. Il problema più profondo, quello che ha spinto migliaia di persone a protestare, è un altro: l’accesso alla casa.
Il caso di Lisbona è il più eloquente. Nella capitale portoghese si stima vi siano circa 20.000 appartamenti dedicati agli affitti brevi. Il risultato sul mercato abitativo è stato devastante: se nel giugno 2015 l’affitto medio a Lisbona era di 6,7 euro al metro quadro, nel giugno 2025 era salito a 20,3 euro, con un incremento del 203 per cento in un decennio. Lo scorso dicembre l’assemblea municipale ha approvato lo svolgimento di un referendum che, se supererà i vagli di costituzionalità, potrebbe portare all’abolizione degli affitti turistici negli appartamenti residenziali.
Quando un appartamento rende molto di più affittato per tre giorni a un turista che per un anno a una famiglia, il mercato fa la sua scelta. E quella scelta, moltiplicata per migliaia di immobili, svuota i centri storici dei loro abitanti. Restano i visitatori, i bed and breakfast, i ristoranti per turisti. Spariscono le botteghe, le scuole, gli ambulatori, le persone che fanno di un luogo una comunità viva e non un fondale.
Come ha osservato un’analisi recente, dove ci sono state politiche abitative serie, come in alcuni paesi del Nord Europa, le proteste non sono esplose. In Italia, Spagna e Portogallo, dove per anni le esigenze di chi non può permettersi di comprare casa sono state trascurate, il turismo è diventato la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno. Pavese lo aveva scritto in altri tempi e per altre ragioni: un paese ci vuole, vuol dire non essere soli, sapere che in un luogo c’è qualcosa di tuo. Quando un centro storico perde i suoi residenti, perde esattamente questo: la possibilità di essere un paese, e non solo una destinazione.
Le città reagiscono, ognuna a modo suo
Di fronte alla pressione, le città europee hanno cominciato a muoversi, ciascuna con strumenti diversi. Venezia, simbolo globale del fenomeno, ha introdotto un contributo di accesso per i visitatori giornalieri: dai 5 ai 10 euro, applicato per 60 giornate tra aprile e luglio nella fascia oraria diurna. Barcellona ha annunciato la misura più drastica: la mancata proroga di oltre 10.000 licenze di appartamenti turistici entro novembre 2028, di fatto un loro azzeramento. Amsterdam ha bloccato la costruzione di nuovi hotel in centro e limitato gli affitti brevi. Atene discute limiti nelle aree sature. Praga interviene sulla pressione notturna.
Sono approcci diversi, non tutti trasferibili e non tutti efficaci allo stesso modo. Ma raccontano un cambiamento di fase: dall’allarme generico si è passati alla gestione concreta. Le città hanno smesso di limitarsi a misurare il problema e hanno cominciato a ridisegnare l’accesso alla casa, la crescita degli alberghi, i permessi per gli appartamenti turistici.
La risposta europea: trasparenza e dati
A livello europeo, la risposta è arrivata con uno strumento apparentemente tecnico ma potenzialmente decisivo. Il Regolamento UE 2024/1028 sugli affitti brevi è entrato in piena applicabilità il 20 maggio 2026. Stabilisce un quadro normativo uniforme in tutti gli Stati membri per la raccolta e lo scambio dei dati sulle locazioni di breve durata.
Il cambiamento è sostanziale. Fino a ieri, le piattaforme come Airbnb e Booking raccoglievano informazioni dettagliatissime su ogni prenotazione ma non le condividevano con nessuno. I Comuni non sapevano quante case fossero davvero destinate agli affitti brevi sul proprio territorio, il fisco non riusciva a incrociare i dati delle prenotazioni con le dichiarazioni dei redditi, e chi operava in modo irregolare lo faceva quasi senza rischi. Dal 20 maggio 2026 le piattaforme non sono più semplici vetrine: diventano garanti della legalità degli annunci. Devono verificare che ogni inserzione riporti un codice identificativo valido, rimuovere gli annunci non conformi, e trasmettere ogni mese alle autorità i dati su soggiorni, ospiti, indirizzo dell’immobile e link dell’annuncio.
In Italia uno strumento simile esiste già: è il Codice Identificativo Nazionale, operativo dal 1° gennaio 2025. Il regolamento europeo non lo sostituisce, ma lo inserisce in un quadro continentale standardizzato. Non è una misura che limita il turismo: è una misura che lo rende trasparente e governabile. E senza dati trasparenti, qualsiasi politica di gestione dei flussi è cieca.
La Puglia: una ricchezza da non svendere
Veniamo a casa nostra, perché qui il tema è tutt’altro che astratto. La Puglia ha chiuso il 2025 con 6,7 milioni di arrivi, un risultato che corona oltre quindici anni di lavoro sulla propria immagine: i borghi, le masserie, la Valle d’Itria, il Salento, a partire da quella prima Notte della Taranta di Melpignano del 1998 che proiettò la cultura popolare salentina sulla scena nazionale. La Puglia ha vinto la scommessa dell’attrattività. La partita di oggi è un’altra: gestire questa ricchezza senza svenderla.
I numeri della pressione ci sono già. Nella banca dati regionale risultano attivi 44.883 immobili destinati alle locazioni turistiche. Nel 2025 questa forma di ospitalità ha intercettato il 18,7 per cento degli arrivi e il 17,1 per cento delle presenze complessive, con un tasso di crescita vicino al 28 per cento rispetto all’anno precedente. Una crescita verticale, esponenziale.
Per questo la Giunta regionale ha approvato, il 19 maggio 2026, il disegno di legge “Disposizioni in materia di locazioni turistiche”, che modifica la legge regionale del 2017 e dà ai Comuni la facoltà di individuare aree specifiche e fissare tetti numerici massimi all’apertura di nuove attività di affitto breve. Il presidente della Regione Antonio Decaro ha chiarito che il provvedimento non ha finalità punitive verso il turismo, risorsa che resta fondamentale, ma punta a preservare l’identità del territorio. La ratio è semplice e la condivido: se gli abitanti vengono progressivamente espulsi dai centri urbani per fare spazio solo ai visitatori temporanei, quella stessa identità che attrae i visitatori finisce per dissolversi.
I Comuni salentini più esposti sono noti: Lecce e il suo centro storico, Gallipoli, Otranto, Porto Cesareo, e più a nord Polignano a Mare, Ostuni, Alberobello. Sono i luoghi che ogni estate vivono la doppia faccia del turismo: la linfa economica e, insieme, il rischio di trasformarsi in fondali svuotati di vita propria.
Il paradosso dell’autenticità
C’è un paradosso che il Salento deve guardare in faccia. Il turismo viene qui in cerca di autenticità: la cultura popolare, le comunità, la vita dei borghi, il rapporto tra le persone e i luoghi. Ma se quel turismo cresce senza misura, distrugge esattamente ciò che era venuto a cercare. Un centro storico dove non vive più nessuno, dove ogni portone è un affitto breve e ogni bottega è un negozio di souvenir, non è più autentico: è la scenografia di se stesso.
Difendere la residenzialità non è quindi un atto contro il turismo. È la condizione perché il turismo continui a esistere come esperienza di valore, e non come consumo di un luogo fino al suo esaurimento. Le altre regioni italiane si muovono nella stessa direzione: la Toscana ha già una disciplina confermata dalla Corte Costituzionale, l’Emilia-Romagna ne ha approvata una ancora più incisiva. La Puglia si inserisce in un movimento nazionale ed europeo, non in una battaglia isolata.
La via pugliese: destagionalizzare invece di concentrare
C’è una strada che la Puglia ha già imboccato e che merita di essere rafforzata: la destagionalizzazione. I dati raccontano una crescita del 30 per cento nei flussi di aprile e maggio, un’estate consolidata, e una sorpresa invernale, con dicembre 2025 che ha superato le 500.000 presenze, trainate da mercatini, eventi diffusi e destinazioni come Locorotondo e Alberobello.
È la risposta più intelligente all’overtourism: invece di concentrare milioni di persone nelle stesse settimane e negli stessi luoghi, distribuire i flussi nell’arco dell’anno e su tutto il territorio. Esiste, come ha detto lo stesso Decaro, una Puglia che comincia dove gli occhi dei viaggiatori non sono ancora arrivati: i cammini, i borghi interni, le aree dove il turismo può portare reddito senza saturare. Destagionalizzare significa anche dare stabilità al lavoro: trasformare l’occupazione stagionale precaria, fatta di pochi mesi intensi e poi del nulla, in un’economia turistica distribuita su più mesi, capace di offrire prospettive vere a chi ci lavora.
Perché c’è anche questo, sullo sfondo: il lavoro turistico nel Mezzogiorno è troppo spesso stagionale, sottopagato e senza tutele. E il caro-casa generato dagli affitti brevi colpisce in primo luogo i giovani, gli stessi che questa rubrica ha visto emigrare nell’articolo sulla fuga dei cervelli. Un ragazzo che non trova una casa in affitto a Lecce perché tutti gli appartamenti sono diventati bed and breakfast è un ragazzo che ha una ragione in più per andarsene. Tutto si tiene.
Quello che la Regione e i Comuni possono fare adesso
La Regione si sta muovendo, e va riconosciuto. Il disegno di legge è uno strumento utile, soprattutto perché restituisce ai Comuni la facoltà di decidere in base alle proprie specificità: la situazione di Otranto non è quella di un borgo dell’entroterra, e una regola unica per tutti non funzionerebbe. Ora la sfida è duplice. Da un lato approvare e applicare quella legge con equilibrio, senza penalizzare i piccoli proprietari che integrano il reddito con un affitto, ma ponendo limiti dove la pressione è insostenibile. Dall’altro accompagnarla con politiche abitative vere: incentivi all’affitto a lungo termine per residenti, recupero del patrimonio sfitto, edilizia accessibile per giovani e lavoratori.
E significa investire sulla destagionalizzazione non come slogan, ma come strategia strutturale: eventi diffusi tutto l’anno, valorizzazione dei borghi interni, cammini, turismo culturale e enogastronomico nelle stagioni intermedie. Significa, ancora una volta, scegliere la qualità contro la quantità, la durata contro l’intensità, l’identità contro la sua svendita.
Salento Dinamico e i luoghi che restano vivi
Pavese sapeva che un paese non è solo un insieme di case: è sapere che in un luogo c’è qualcosa di tuo, che ti aspetta anche quando non ci sei. È la definizione più bella di residenzialità che la letteratura italiana ci abbia lasciato. Ed è esattamente ciò che l’overtourism mette a rischio: la possibilità che i centri storici del Salento restino luoghi abitati, vivi, di qualcuno, e non solo destinazioni da consumare e abbandonare a fine stagione.
Salento Dinamico ha sempre creduto che il turismo sia una delle più grandi opportunità di questo territorio, ma anche che nessuna opportunità vada inseguita fino a divorare se stessa. Il mare, i borghi, la cultura popolare, l’accoglienza salentina sono una ricchezza. Difenderli significa anche difendere il diritto di chi qui vive a continuare a viverci. Perché un Salento bellissimo e disabitato, pieno di turisti e vuoto di salentini, non sarebbe una vittoria. Sarebbe la fine di ciò che ci ha resi attraenti.
Fonti: Euronews, 4 giugno 2026 (proteste overtourism e dati Spagna 2026); Sbircia la Notizia, 28 aprile 2026 (misure città europee, dati arrivi 2025); Renewable Matter, luglio 2025 (caso Lisbona, +203% affitti); Lodgify, maggio 2026 (Regolamento UE 2024/1028 e CIN); ANBBA, gennaio 2026 (regolamento affitti brevi); LeccePrima, maggio 2026 (DDL Puglia, dati 44.883 immobili); Valigiamo, 19 maggio 2026 (approvazione DDL regionale); Lifestyleblog, maggio 2026 (turismo Puglia 2026, dati Decaro e destagionalizzazione); Smartness, maggio 2026 (normative regionali, Comuni esposti, Toscana e Emilia-Romagna); Regolamento UE 2024/1028; Legge Regionale Puglia n. 49/2017














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