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Lo Stato deve mantenere i cittadini che non possono mantenersi: ma questa promessa regge ancora, o stiamo smontando il welfare pezzo per pezzo?

da 7 Giugno 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare0 commenti

Il trentunesimo articolo della Costituzione, il dovere della Repubblica verso i più vulnerabili, e la distanza crescente tra quello che la Carta garantisce e quello che il sistema eroga

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Una società si giudica da come tratta i più deboli. Non dai palazzi che costruisce, non dalla ricchezza che produce: da come si prende cura di chi non riesce a prendersi cura di sé.» — Sandro Pertini, discorso alla nazione, 1983


Il welfare costituzionale

Dopo gli articoli sulla famiglia e sui figli, la Costituzione allarga lo sguardo: non solo la famiglia come cellula primaria di cura, ma la Repubblica come rete di protezione collettiva per chi la famiglia non ce la fa ad aiutare, o non ce l’ha, o si trova in una situazione che supera le possibilità di qualsiasi rete familiare.

«La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.»

Due commi che insieme costruiscono il fondamento costituzionale del welfare familiare italiano: il sostegno alle famiglie nell’adempimento dei propri compiti, e la protezione specifica delle fasce più vulnerabili della popolazione (le madri, i bambini, i giovani) attraverso istituti dedicati.

Non è carità: è obbligo costituzionale. La Repubblica non fa un favore alle famiglie numerose quando le aiuta economicamente. La Repubblica non è generosa quando protegge la maternità. Adempie a un dovere che la Costituzione le ha assegnato.

La storia: la famiglia come problema sociale

Per capire l’articolo 31 bisogna ricordare l’Italia del dopoguerra. Un paese devastato dalla guerra, con milioni di sfollati, con famiglie smembrate, con una natalità che stava esplodendo mentre le risorse per mantenere i figli erano drammaticamente scarse. Le famiglie numerose, particolarmente diffuse nel Mezzogiorno, erano spesso famiglie povere: avere molti figli significava distribuire risorse già scarse su molte bocche.

I costituenti che scrissero l’articolo 31 erano consapevoli di questa realtà. Il “particolare riguardo alle famiglie numerose” non era retorica natalista: era il riconoscimento che le famiglie con molti figli portavano un peso sproporzionato rispetto alle loro risorse, e che la Repubblica doveva aiutarle a sostenerlo.

La protezione della maternità aveva una dimensione ancora più urgente. Le donne che lavoravano (e erano molte, anche se spesso in condizioni di grande sfruttamento) non avevano alcuna tutela durante la gravidanza e dopo il parto: potevano essere licenziate, perdevano il salario, non avevano assistenza sanitaria garantita. Il secondo comma dell’articolo 31 impose alla Repubblica di costruire il sistema di protezione della maternità che oggi, settantotto anni dopo, diamo per scontato.

Il primo comma: agevolare la famiglia

“La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi”: è una formula ampia che copre un territorio vastissimo di interventi pubblici.

Le misure economiche sono quelle dirette: gli assegni familiari (oggi diventati l’assegno unico universale), le detrazioni fiscali per i figli a carico, il bonus bebè, i contributi per le spese scolastiche, i sussidi alle famiglie in difficoltà economica. Sono strumenti che redistribuiscono risorse dalla collettività verso le famiglie, riconoscendo che crescere figli è un’attività di interesse pubblico e non solo privato.

Le “altre provvidenze” sono quelle indirette ma fondamentali: gli asili nido, le scuole dell’infanzia, i consultori familiari, i servizi di mediazione familiare, le strutture di supporto alle famiglie in crisi. Sono le infrastrutture sociali che permettono alle famiglie di adempiere ai propri compiti senza essere lasciate sole.

In Italia questo sistema esiste, ma è distribuito in modo profondamente ineguale. Le regioni del Nord hanno livelli di copertura dei servizi per l’infanzia molto superiori a quelli del Sud. La percentuale di bambini sotto i tre anni che ha accesso a un asilo nido è circa il 27 per cento a livello nazionale, con punte superiori al 40 per cento in alcune regioni settentrionali e percentuali inferiori al 15 per cento in molte province meridionali.

Questa disomogeneità non è un problema statistico: è una violazione dell’articolo 31, che affida alla Repubblica (non alle singole regioni, non ai singoli comuni) il compito di agevolare le famiglie. Una Repubblica che lascia che il diritto all’asilo nido dipenda dal codice postale non sta adempiendo al proprio obbligo costituzionale.

Il secondo comma: proteggere maternità, infanzia e gioventù

“Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”: tre categorie di protezione esplicita che costruiscono il sistema di welfare rivolto alle fasi più vulnerabili della vita.

La protezione della maternità si è concretizzata nel tempo in un sistema articolato: il congedo di maternità obbligatorio, il divieto di licenziamento delle lavoratrici madri, le tutele della salute durante la gravidanza, l’assistenza al parto. È un sistema che oggi diamo per scontato ma che è il risultato di decenni di lotta sindacale e di applicazione progressiva del secondo comma dell’articolo 31.

Rimangono però lacune significative. Il congedo di paternità in Italia è ancora tra i più brevi d’Europa: dieci giorni obbligatori contro le settimane previste in molti paesi nordici. Questo non è solo un problema di equità di genere: è un problema costituzionale, perché la protezione della famiglia nel suo insieme richiede che anche il padre possa partecipare pienamente alla cura dei figli nella fase iniziale.

La protezione dell’infanzia attraverso gli istituti necessari ha prodotto il sistema dei consultori, dei servizi sociali per i minori, delle strutture di accoglienza per bambini in difficoltà. Ma questo sistema è gravemente sottofinanziato: il numero di assistenti sociali per abitante in Italia è tra i più bassi d’Europa, e la carenza è particolarmente acuta al Sud, dove i bisogni sono spesso maggiori.

La protezione della gioventù è la più sfuggente delle tre. Cosa significa proteggere i giovani nel senso dell’articolo 31? Significa garantire loro accesso all’istruzione, all’occupazione, alla casa, alla possibilità concreta di costruirsi una vita indipendente. Il dato che fotografa meglio il fallimento di questa protezione è il tasso di emigrazione giovanile dal Mezzogiorno: ogni anno decine di migliaia di giovani lasciano il Sud non perché vogliano farlo, ma perché non trovano le condizioni per restare. È una forma di fallimento del secondo comma dell’articolo 31 che si rinnova ogni anno.

L’assegno unico universale: un passo nella direzione giusta

Nel 2022 l’Italia ha introdotto l’assegno unico universale per i figli, una delle riforme più significative del welfare familiare degli ultimi decenni. Ha sostituito una giungla di misure frammentate (assegni al nucleo familiare, detrazioni fiscali, bonus vari) con un sostegno unico, modulato in base al reddito, accessibile a tutti i nuclei familiari con figli fino a 21 anni.

È una misura che va nella direzione dell’articolo 31: universale (copre tutti, non solo i dipendenti), modulata (dà di più a chi ha meno), semplice (un unico strumento invece di decine). Ma il livello degli importi rimane insufficiente rispetto ai costi reali della crescita dei figli, e la copertura non compensa le carenze dei servizi diretti come gli asili nido.

Il confronto con altri paesi europei è impietoso: la Francia destina al welfare familiare circa il 2,8 per cento del PIL, la Germania il 3,2, la Svezia il 3,4. L’Italia si ferma intorno all’1,7 per cento. Non è una differenza di sensibilità: è una differenza di scelta politica, che si traduce in servizi più scarsi, famiglie meno supportate, giovani con meno opportunità.

Il welfare del Mezzogiorno: doppia vulnerabilità

Il Salento e più in generale il Mezzogiorno vivono una condizione di doppia vulnerabilità rispetto all’articolo 31. Da un lato i bisogni sono maggiori: le famiglie numerose sono più diffuse, le risorse economiche sono mediamente inferiori, la rete di servizi pubblici è più sottile. Dall’altro le risorse disponibili per finanziare il welfare locale sono inferiori: i comuni hanno meno entrate fiscali, le regioni hanno meno capacità di spesa, lo Stato centrale trasferisce risorse in modo che spesso non compensa i divari di partenza.

Il risultato è un paradosso: chi ha più bisogno di protezione costituzionale riceve meno protezione concreta. Non è fatalità geografica: è il risultato di scelte di politica pubblica che l’articolo 31 condanna implicitamente, richiedendo alla Repubblica di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù ovunque nel territorio nazionale, non solo dove la ricchezza locale lo permette.

Questa è la ragione per cui la questione meridionale non è solo una questione di sviluppo economico: è una questione costituzionale. La Repubblica non adempie al proprio obbligo verso le famiglie del Mezzogiorno nella stessa misura in cui lo adempie verso le famiglie del Nord. E quella differenza non è accettabile alla luce dell’articolo 31 letto insieme all’articolo 3 sull’uguaglianza sostanziale.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 31 fosse il parametro reale delle politiche familiari italiane, la copertura degli asili nido sarebbe uniforme su tutto il territorio nazionale entro standard minimi garantiti dallo Stato, indipendentemente dalla capacità fiscale dei comuni. Il PNRR aveva destinato risorse significative alla costruzione di nuovi asili nido: l’esito di quegli investimenti, la loro effettiva realizzazione e distribuzione, sarà una cartina di tornasole importante sulla volontà politica di applicare davvero l’articolo 31.

Il congedo di paternità sarebbe esteso a settimane vere, non a giorni simbolici: perché la protezione della famiglia richiede che entrambi i genitori possano partecipare alla cura nella fase più delicata. Il numero di assistenti sociali per abitante raggiungerebbe gli standard europei, con particolare attenzione alle aree dove i bisogni sono maggiori.

La protezione della gioventù si tradurrebbe in politiche concrete per il diritto alla casa, all’occupazione stabile, alla mobilità sociale: non solo dichiarazioni di principio, ma strumenti che rendano possibile ai giovani meridionali di costruirsi una vita nel territorio in cui sono nati, se lo vogliono.

Un’applicazione vissuta

VoloAlto APS nasce anche come risposta all’articolo 31: un veicolo per intercettare risorse pubbliche destinate alla protezione dell’infanzia, della gioventù, delle famiglie in difficoltà nel territorio salentino. Non come sostituto delle istituzioni pubbliche, ma come integrazione dove le istituzioni non arrivano.

InOnda Network ha documentato nel tempo le carenze dei servizi per le famiglie nel Salento: la lista d’attesa per i consultori, la mancanza di asili nido nei comuni più piccoli, l’emigrazione dei giovani come misura del fallimento del secondo comma dell’articolo 31 in questo territorio. Non per rassegnarsi: per nominare il problema come condizione necessaria per risolverlo.

Salento Dinamico include nella propria visione di sviluppo la costruzione di un welfare locale adeguato: non come accessorio dello sviluppo economico, ma come sua condizione. Un territorio in cui le famiglie sono supportate, in cui i bambini hanno servizi adeguati, in cui i giovani trovano condizioni per restare è un territorio che cresce. Il contrario è un territorio che si svuota.

La stella polare di Salento Dinamico

Pertini lo disse con la forza di chi aveva vissuto la povertà e l’oppressione: una società si giudica da come tratta i più deboli. L’articolo 31 è la Costituzione che dice lo stesso in forma di obbligo giuridico.

Salento Dinamico guarda a quel principio come alla stella polare dello sviluppo: non lo sviluppo che cresce per chi è già forte e lascia indietro chi è già vulnerabile, ma lo sviluppo che parte dai più vulnerabili e costruisce le condizioni perché nessuno rimanga indietro.

Le famiglie numerose di Supersano o di Specchia che non trovano un asilo nido per i propri figli non stanno subendo un disagio gestionale: stanno subendo una violazione costituzionale. E Salento Dinamico esiste anche per dire questa cosa con chiarezza, ogni giorno, articolo per articolo.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; d.lgs. n. 230/2021, assegno unico universale; ISTAT, rapporto sul welfare familiare e i servizi per l’infanzia in Italia 2024; Eurostat, spesa pubblica per il welfare familiare nei paesi UE 2024; Sandro Pertini, discorsi alla nazione; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 31; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.


Costituzione Art31

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