La salute è un diritto fondamentale: ma in Italia dipende ancora troppo da dove sei nato e da quanto guadagni?
Il trentaduesimo articolo della Costituzione, il Servizio Sanitario Nazionale come promessa di uguaglianza, e la distanza crescente tra il diritto sulla carta e la cura nella realtà
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«La salute non è un privilegio di chi può pagare. È un diritto di tutti i cittadini, senza distinzione di reddito, di condizione sociale, di residenza.» — Tina Anselmi, prima ministra della Salute della Repubblica italiana, 1978
L’articolo che riguarda tutti, ogni giorno
Ci sono articoli della Costituzione che toccano situazioni eccezionali: l’arresto, il processo, l’esilio. E poi c’è l’articolo 32, che riguarda ogni persona, ogni giorno, dalla nascita alla morte. Perché la salute non è una circostanza straordinaria della vita: è la sua condizione ordinaria, il presupposto di tutto il resto. Senza salute non c’è lavoro, non c’è istruzione, non c’è partecipazione democratica, non c’è esercizio di nessun altro diritto.
«La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.»
Due commi che racchiudono una visione complessa e ambiziosa. Il primo stabilisce che la salute è insieme diritto individuale e interesse collettivo, e che per chi non ha i mezzi le cure devono essere gratuite. Il secondo tutela l’autonomia della persona: nessun trattamento sanitario può essere imposto senza una legge che lo preveda, e quella legge non può mai calpestare la dignità umana.
La storia: la malattia come privilegio di classe
Per capire l’articolo 32 bisogna ricordare l’Italia sanitaria del dopoguerra. Non esisteva un sistema sanitario nazionale: esisteva una giungla di casse mutue, assicurazioni, enti mutualistici che coprivano categorie specifiche di lavoratori, lasciando fuori i non occupati, i contadini, i braccianti, le donne che non lavoravano formalmente, i bambini non coperti dalla mutua dei genitori.
Chi aveva la mutua riceveva le cure, con qualità variabile a seconda della cassa di appartenenza. Chi non ce l’aveva si rivolgeva alla “condotta” del medico condotto del comune, un servizio spesso inadeguato, o agli ospedali di carità gestiti dalle Chiese, o semplicemente non si curava. La malattia grave significava rovina economica per le famiglie: le spese ospedaliere potevano distruggere i risparmi di una vita.
Nel Mezzogiorno la situazione era ancora più drammatica. Carlo Levi, confinato in Lucania negli anni Trenta, aveva raccontato territori dove la malaria era endemica, dove i bambini morivano di malattie prevenibili, dove il medico condotto era l’unico presidio sanitario per decine di migliaia di persone sparse su un territorio vasto e privo di infrastrutture.
I costituenti che scrissero l’articolo 32 avevano questa realtà davanti agli occhi. La formula “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” non era retorica: era la scelta di rompere con un sistema in cui la cura era mercificata, in cui la salute dipendeva dal reddito, in cui la malattia era una disgrazia individuale invece che un problema collettivo.
Tina Anselmi e il Servizio Sanitario Nazionale
L’articolo 32 rimase in larga parte inapplicato per trent’anni. Il sistema mutualistico continuò a funzionare, con tutte le sue diseguaglianze e frammentazioni, fino al 1978. Fu in quell’anno che la legge n. 833, proposta dalla ministra della Salute Tina Anselmi, istituì il Servizio Sanitario Nazionale: un sistema universale, gratuito al momento della fruizione, finanziato dalla fiscalità generale, organizzato su base territoriale.
Era la traduzione finalmente compiuta dell’articolo 32 in struttura istituzionale: non più la mutua per chi lavorava e la carità per gli altri, ma il diritto alla salute per tutti i cittadini, senza distinzione. Il SSN italiano fu uno dei primi sistemi sanitari universali del mondo, insieme a quello britannico istituito nel 1948 e a quello svedese. Era un atto di civiltà che rendeva l’Italia all’avanguardia nel riconoscimento del diritto alla salute.
Trent’anni erano stati necessari per applicare ciò che la Costituzione dichiarava dal 1948. E quei trent’anni avevano lasciato milioni di persone, soprattutto al Sud, senza accesso equo alle cure.
Il diritto alla salute oggi: il divario che non si chiude
Quarantotto anni dopo la nascita del SSN, il diritto alla salute garantito dall’articolo 32 è ancora profondamente diseguale nella sua applicazione pratica. Non perché il sistema non esista: il SSN esiste, funziona, è riconosciuto tra i migliori sistemi sanitari del mondo per qualità delle cure nelle strutture di eccellenza. Ma l’accesso a quelle cure dipende ancora troppo da dove si vive e da quanto si guadagna.
Il divario Nord-Sud nella sanità è documentato da ogni indicatore disponibile. La speranza di vita alla nascita varia fino a cinque anni tra le regioni più ricche del Nord e quelle più povere del Sud: cinque anni di vita in più o in meno per la casualità geografica della nascita, in un paese che la Costituzione dichiara uguale per tutti. I tassi di mortalità evitabile, quelli per cause che una buona assistenza sanitaria potrebbe prevenire, sono sistematicamente più alti nel Mezzogiorno. Le liste d’attesa per visite specialistiche e interventi chirurgici sono mediamente più lunghe al Sud, spingendo milioni di pazienti meridionali a spostarsi nelle strutture del Nord per ricevere cure che dovrebbero essere disponibili a casa propria.
Questo fenomeno, la “mobilità sanitaria”, costa alle regioni meridionali miliardi di euro ogni anno: le regioni di provenienza pagano le cure erogate da altre regioni, impoverendo ulteriormente i propri sistemi sanitari in un circolo vizioso che si autoalimenta. La Puglia perde ogni anno centinaia di milioni di euro in mobilità sanitaria passiva, risorse che potrebbero finanziare le strutture locali e ridurre le liste d’attesa che spingono i pazienti ad andarsene.
Il sottofinanziamento: la violazione silenziosa
L’articolo 32 impone alla Repubblica di tutelare la salute come diritto fondamentale. Una Repubblica che sistematicamente sottofinanzia il sistema sanitario non sta adempiendo a quell’obbligo.
L’Italia destina alla sanità pubblica circa il 6,2 per cento del PIL, contro una media europea del 7,5 per cento. Tradotto in numeri concreti: circa venti miliardi di euro in meno all’anno rispetto alla media europea, denaro che manca per assumere medici e infermieri, per aggiornare le attrezzature, per ridurre le liste d’attesa, per mantenere aperto il pronto soccorso di un ospedale periferico.
La carenza di personale è il sintomo più visibile di questo sottofinanziamento. All’Italia mancano decine di migliaia di medici e un numero ancora maggiore di infermieri. I pronto soccorso sono intasati non perché i pazienti usino male il servizio, ma perché la medicina territoriale (i medici di base, i poliambulatori, i consultori) è così depotenziata che i pazienti non trovano risposta altrove. Le guardie mediche notturne e nei fine settimana sono ridotte al minimo. I piccoli ospedali periferici vengono chiusi o ridimensionati in nome dell’efficienza, lasciando intere aree senza presidi sanitari di prossimità.
Quattro milioni di italiani hanno rinunciato a cure necessarie nel 2024, secondo i dati ISTAT: non perché non volessero curarsi, ma perché le liste d’attesa erano troppo lunghe, perché il costo del privato era insostenibile, perché il presidio sanitario più vicino era troppo lontano. Quattro milioni di violazioni concrete del diritto garantito dall’articolo 32.
Il secondo comma: il trattamento sanitario obbligatorio
Il secondo comma dell’articolo 32 ha acquisito una visibilità straordinaria durante la pandemia di Covid-19, quando il dibattito sull’obbligo vaccinale ha portato quella norma al centro del confronto pubblico.
“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”: questa frase ha due letture opposte che entrambe sono corrette. La prima: nessuno può essere obbligato a nessun trattamento senza una legge che lo preveda (il che esclude obblighi imposti per via amministrativa o regolamentare). La seconda: se esiste una legge, l’obbligo è ammissibile.
La Corte Costituzionale ha chiarito nel tempo i criteri che una legge di obbligo sanitario deve rispettare per essere compatibile con l’articolo 32: deve mirare alla tutela della salute della collettività, non solo dell’individuo; non deve mettere a rischio la salute del singolo in modo sproporzionato; deve prevedere un indennizzo per i danni eventualmente derivanti dall’obbligo. Il vaccino antipolio è obbligatorio da decenni in applicazione di questi criteri: protegge la collettività, il rischio individuale è minimale, e l’obbligo è previsto per legge.
Il caso del vaccino Covid ha mostrato la difficoltà di applicare questi criteri in condizioni di emergenza e di incertezza scientifica rapida. Non è una questione risolta: è una tensione permanente tra il diritto individuale a non subire trattamenti non voluti e l’interesse collettivo alla protezione della comunità. L’articolo 32 non la risolve con una formula semplice: la gestisce attraverso i limiti del rispetto della persona umana, che fungono da argine contro qualsiasi obbligo sanitario che umilisca la dignità del paziente.
La salute mentale: il grande dimenticato
C’è una dimensione del diritto alla salute che l’articolo 32 garantisce ma che il sistema sanitario italiano tutela in modo particolarmente insufficiente: la salute mentale.
La legge 180 del 1978, la cosiddetta legge Basaglia, fu una rivoluzione mondiale: chiuse i manicomi, affermò che le persone con disturbi psichiatrici hanno gli stessi diritti di tutti, spostò la cura dal ricovero permanente ai servizi territoriali. Fu una delle leggi più avanzate del mondo nel suo momento storico.
Ma la rete di servizi territoriali che avrebbe dovuto sostituire i manicomi non è mai stata costruita in modo adeguato. I Dipartimenti di Salute Mentale sono cronicamente sottofinanziati, con personale insufficiente e liste d’attesa che possono durare mesi. I posti letto psichiatrici nei reparti ospedalieri sono diminuiti senza che i servizi territoriali crescessero in proporzione. Il risultato è un sistema in cui le persone con disturbi psichiatrici gravi non ricevono la cura continua e integrata che la loro condizione richiederebbe, e in cui le famiglie si trovano a supplire a carenze istituzionali enormi.
Il diritto alla salute dell’articolo 32 non fa distinzioni tra salute fisica e salute mentale. Il sistema sanitario italiano quella distinzione la fa, nei fatti, ogni giorno.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 32 fosse il parametro reale delle politiche sanitarie italiane, il finanziamento del SSN raggiungerebbe almeno la media europea, colmando il divario strutturale che alimenta carenze di personale, liste d’attesa e chiusura di presidi periferici.
I livelli essenziali di assistenza, i cosiddetti LEA, sarebbero garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale: non sulla carta, come accade ora, ma nella realtà dei servizi erogati. La mobilità sanitaria dal Sud al Nord sarebbe un fenomeno residuale, non la norma per chi ha bisogno di cure specialistiche.
La salute mentale riceverebbe investimenti proporzionati al bisogno reale: non il 3,5 per cento della spesa sanitaria complessiva che riceve oggi, ma almeno il doppio, come indicano le organizzazioni internazionali per la salute. I piccoli ospedali periferici nelle aree interne e nelle province meridionali non sarebbero chiusi in nome dell’efficienza senza che nessuna alternativa di prossimità sia stata costruita in loro sostituzione.
Un’applicazione vissuta
Il Salento che racconto e che Salento Dinamico vuole trasformare è un territorio in cui le carenze sanitarie sono visibili ogni giorno. Le liste d’attesa per una visita specialistica possono durare mesi. Il Pronto Soccorso dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce è cronicamente sovraffollato, non per inefficienza ma per la mancanza di alternative territoriali. I piccoli presidi ospedalieri della provincia sono stati ridimensionati o chiusi. Chi ha bisogno di cure complesse spesso deve spostarsi a Bari, a Napoli, o più a Nord.
InOnda Network ha documentato queste realtà: le storie di pazienti che aspettano mesi per una visita urgente, le famiglie che affrontano spese enormi per curarsi nel privato perché il pubblico non riesce a rispondere in tempi accettabili, i giovani medici che partono per il Nord o per l’estero perché le condizioni di lavoro nelle strutture meridionali sono insostenibili.
VoloAlto APS guarda con attenzione ai bandi e alle risorse disponibili per la salute territoriale: i progetti di prevenzione, i servizi di prossimità, le iniziative che portano la cura vicino alle persone invece di costringerle a percorrere decine di chilometri per ricevere l’assistenza di base. Non come sostituto del sistema pubblico, ma come integrazione dove il sistema non arriva.
La ricerca scientifica in questo territorio ha punte di eccellenza che non vengono valorizzate abbastanza: il CNR-Nanotec di Lecce, con i suoi ricercatori che lavorano su materiali avanzati e tecnologie innovative, rappresenta un patrimonio intellettuale che potrebbe contribuire anche allo sviluppo di soluzioni sanitarie innovative, se il sistema sapesse valorizzarlo. Il legame tra ricerca scientifica e tutela della salute è esplicitamente nell’articolo 32: la Repubblica tutela la salute, e l’articolo 9 promuove la ricerca scientifica e tecnica. I due articoli si tengono per mano.
La stella polare di Salento Dinamico
Tina Anselmi sapeva quello che faceva quando nel 1978 costruì il SSN: sapeva che la salute è la condizione di tutto il resto, che un paese che lascia malare i poveri non è un paese civile, che la cura è un atto politico prima ancora che medico.
Salento Dinamico guarda alla salute come a una delle dimensioni fondamentali dello sviluppo territoriale: non un servizio aggiuntivo che arriva dopo che l’economia è cresciuta, ma una condizione dello sviluppo stesso. Un territorio in cui le persone si ammalano prima e muoiono prima, in cui la cura è difficile da ottenere e costosa da pagare, in cui i medici migliori partono perché non trovano condizioni adeguate, non è un territorio che cresce. È un territorio che si consuma.
L’articolo 32 garantisce il diritto alla salute. Noi chiediamo che sia garantito ovunque, con la stessa qualità, per tutti i cittadini. Non perché sia un obiettivo facile: perché è quello che la Costituzione esige da settantotto anni.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; legge n. 833/1978, istituzione del Servizio Sanitario Nazionale; Corte Costituzionale italiana, giurisprudenza sull’articolo 32 e i trattamenti sanitari obbligatori; ISTAT, rapporto sulla rinuncia alle cure in Italia 2024; Eurostat, spesa sanitaria pubblica nei paesi UE 2024; Ministero della Salute, rapporto sulla mobilità sanitaria 2024; Tina Anselmi, discorsi parlamentari 1976-1983; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 32; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.













0 commenti