L’Italia ha incassato l’85% dei fondi del PNRR. Ma quanti cantieri sono davvero finiti al Sud?
La nona rata da 12,8 miliardi è un buon risultato. I dati della Corte dei Conti raccontano però una storia più complessa: la spesa reale è ferma a metà, il Mezzogiorno è sotto il 40%, e 24 miliardi slitteranno oltre il 2026. Il Piano nato per chiudere il divario rischia di allargarlo
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«Conoscere per deliberare.» Luigi Einaudi, Prediche inutili, 1959
Un numero che suona come un trionfo
Il 4 giugno 2026 la Commissione europea ha erogato all’Italia la nona e penultima rata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: 12,8 miliardi di euro. Con questo versamento, ha annunciato il vicepresidente esecutivo della Commissione con delega alla Coesione e alle Riforme, l’Italia raggiunge l’85 per cento delle risorse complessive previste dal Piano, 166 miliardi su 194,4. Un risultato presentato, comprensibilmente, come una conferma del primato italiano nell’attuazione del PNRR in Europa.
Ottantacinque per cento. È un numero che suona come un trionfo. E in effetti, sul piano del rapporto formale tra l’Italia e l’Unione Europea, lo è: significa che il nostro Paese ha raggiunto la stragrande maggioranza degli obiettivi concordati con Bruxelles e ha ricevuto quasi tutti i fondi previsti.
Ma Luigi Einaudi, primo presidente eletto della Repubblica ed economista tra i più rigorosi che l’Italia abbia avuto, ci ha lasciato un monito che vale più che mai in questi casi: conoscere per deliberare. Prima di celebrare o di criticare, bisogna guardare i numeri veri. E i numeri veri, in questo caso, non li fornisce la comunicazione politica. Li fornisce la Corte dei Conti, che il 27 maggio 2026 ha approvato la sua Relazione semestrale sullo stato di attuazione del Piano. È a quel documento che conviene guardare.
La differenza tra incassare e spendere
Qui sta il punto che la maggior parte dei titoli ha trascurato. Incassare le rate del PNRR e spendere effettivamente i soldi sul territorio sono due cose diverse.
Le rate europee vengono erogate quando l’Italia raggiunge una serie di obiettivi concordati, le cosiddette milestone e target: spesso si tratta di riforme approvate, leggi varate, procedure attivate. Sono traguardi importanti, ma in larga parte formali e normativi. La spesa effettiva, cioè i soldi che si trasformano in asili nido costruiti, scuole ristrutturate, case di comunità aperte, treni messi sui binari, è un’altra cosa. E procede a un ritmo molto più lento.
I dati della Corte dei Conti sono eloquenti. A fronte di un avanzamento complessivo del Piano del 72 per cento, con le riforme all’85 per cento, gli investimenti reali si fermano al 67 per cento. Ma soprattutto: i pagamenti effettivi, cioè la spesa davvero realizzata, erano fermi al 55,5 per cento del totale, circa 93 miliardi di euro, a fine febbraio 2026. Poco più della metà. E la stessa Corte stima che circa 24,2 miliardi di euro, riferiti a 66 misure, slitteranno oltre la scadenza del 2026, quasi il 40 per cento della dotazione di quelle misure.
In altre parole: l’Italia ha incassato l’85 per cento dei fondi, ma ne ha spesi effettivamente poco più della metà. La differenza non è un dettaglio contabile. È la differenza tra un Paese che ha ottenuto i soldi e un Paese che ha realizzato le opere.
Il divario che dovrebbe far discutere
C’è poi un secondo dato, ancora più rilevante per chi vive e fa politica nel Mezzogiorno. La spesa del PNRR non è omogenea sul territorio nazionale. Anzi, è profondamente diseguale.
Secondo la Corte dei Conti, il Centro-Nord ha rendicontato il 52,7 per cento delle spese previste, mentre il Mezzogiorno si ferma al 39,5 per cento. Se si guarda ai pagamenti regione per regione, il quadro è netto: in testa ci sono il Veneto con il 54,5 per cento, il Friuli-Venezia Giulia con il 53,3, il Trentino-Alto Adige con il 52,9. In fondo si collocano le regioni meridionali: la Calabria al 29 per cento, la Campania al 30,7, la Sicilia al 32,1, la Sardegna al 34,5, la Basilicata al 35,9. La Puglia è al 36,9 per cento.
Questo dato va letto insieme a un altro, che ne amplifica la gravità. Nel Mezzogiorno si concentra oltre il 40 per cento delle risorse del PNRR destinate agli enti territoriali, in alcune categorie addirittura il 43,5 per cento. Era l’obiettivo esplicito del Piano: usare i fondi europei per ridurre il divario storico tra Nord e Sud, per riequilibrare un Paese che marcia da sempre a due velocità.
Ed ecco il paradosso che dovrebbe stare al centro del dibattito pubblico, e che invece resta ai margini: il Piano nato per chiudere il divario Nord-Sud rischia, se le cose non cambiano negli ultimi mesi, di allargarlo. Perché se il Nord spende ciò che ha ricevuto e il Sud no, alla fine del PNRR il Settentrione avrà i suoi asili, le sue scuole, le sue infrastrutture realizzate, mentre il Meridione si ritroverà con i progetti finanziati ma non completati, e con la prospettiva di perdere i fondi non spesi.
Perché il Sud fatica: non è una colpa, è una ferita
A questo punto la domanda è inevitabile: perché il Mezzogiorno spende meno e più lentamente? E qui bisogna essere onesti e precisi, perché la risposta facile, quella dell’inefficienza meridionale, è sbagliata e ingiusta.
La Corte dei Conti indica con chiarezza la causa: la maggiore fragilità strutturale degli enti attuatori, soprattutto dei Comuni medio-piccoli, dove pesano carenze di personale tecnico e difficoltà di rendicontazione. Tradotto: un piccolo Comune del Salento o della Lucania, con pochi dipendenti, magari senza un solo ingegnere o un esperto di appalti pubblici in pianta stabile, non ha la capacità materiale di gestire bandi europei complessi, progettazioni esecutive, gare, direzione dei lavori, rendicontazione. Non perché manchi la volontà, ma perché mancano le persone.
E mancano per una ragione precisa, che questa rubrica ha già raccontato parlando della fuga dei cervelli. Decenni di blocco del turnover nella pubblica amministrazione, di tagli agli enti locali, di emigrazione dei giovani laureati verso il Nord e l’estero hanno svuotato i Comuni meridionali proprio delle competenze tecniche che oggi servirebbero per spendere i fondi del PNRR. I tecnici che dovrebbero gestire i cantieri se ne sono andati anni fa. Il Sud paga oggi, sulla spesa europea, il conto di una ferita amministrativa che si è aperta molto prima del PNRR.
Non è una colpa congiunturale di questo o quel sindaco, di questa o quella giunta regionale. È un problema strutturale, che nessun annuncio di una rata incassata può nascondere.
Il dato che ribalta il pregiudizio
Eppure, e qui i numeri impongono onestà intellettuale anche nella direzione opposta, c’è un dato che smentisce il luogo comune del Sud irrecuperabile. Lo SVIMEZ ha stimato che l’effetto del PNRR abbia ridotto i tempi amministrativi del 55,1 per cento nel Mezzogiorno, contro il 40,5 per cento del Centro e il 32,2 per cento del Nord. E alcune rilevazioni della Corte segnalano che, nella fase finale, i progetti procedono più rapidamente nel Mezzogiorno rispetto alla media nazionale.
Cosa significa? Che quando il Sud riceve obiettivi chiari, risorse e strumenti, accelera più degli altri. L’efficienza, dice la Corte, è in anticipo. È la spesa a essere in ritardo. La differenza sta tutta nella dotazione di partenza: dai a un Comune i tecnici e gli strumenti, e quel Comune corre. Il problema non è la capacità delle persone del Sud. È la struttura amministrativa che decenni di disinvestimento hanno indebolito.
Questa non è una buona notizia consolatoria. È un’indicazione di policy precisa: il modo per far spendere il Sud non è commissariarlo o diffidarne, ma rafforzarne la capacità amministrativa.
Cosa succede dopo il 2026, la vera partita
C’è infine una questione che riguarda il futuro immediato. Il PNRR chiude alla fine del 2026: tutti i traguardi vanno raggiunti entro agosto, le ultime richieste di pagamento entro settembre. Ma 24 miliardi di spesa, dice la Corte, slitteranno oltre quella data. Cosa ne sarà?
Qui entra in gioco proprio il terreno della coesione, le politiche e i fondi strutturali europei che accompagnano il Mezzogiorno da decenni e che rappresentano il dopo-PNRR. La Commissione ha già offerto la possibilità di trasferire progetti dal dispositivo della ripresa ai fondi di coesione, e di usare le revisioni previste dai regolamenti per riorganizzare la spesa. La continuità tra il PNRR che si chiude e la programmazione dei fondi di coesione 2021-2027, oltre 40 miliardi solo per le regioni del Sud, è la vera partita dei prossimi mesi. Ed è una partita che si gioca esattamente sul tavolo di chi, a Bruxelles, ha la delega alla coesione.
Per il Mezzogiorno, e per la Puglia, l’obiettivo non può essere solo incassare. Deve essere costruire la capacità di spendere bene, su opere che restano e che cambiano la vita delle persone.
Quello che si deve fare, e che la Regione può guidare
La soluzione esiste, ed è meno costosa del danno che si rischia. Rafforzare la capacità amministrativa dei Comuni del Mezzogiorno, in particolare di quelli medio-piccoli: assunzioni stabili di personale tecnico, ingegneri, esperti di appalti e di rendicontazione. Non consulenze esterne temporanee che se ne vanno a fine progetto, ma competenze interne che restano.
La Regione Puglia può fare da hub di supporto, mettendo a disposizione dei piccoli Comuni strutture tecniche regionali condivise, capaci di affiancarli nella progettazione e nella gestione delle opere. Alcune regioni lo hanno già sperimentato con risultati positivi. È il tipo di intervento che non fa notizia, non taglia nastri, non si presta agli annunci sui social, ma che decide la differenza tra un fondo europeo che diventa una scuola e un fondo europeo che torna indietro.
E significa, sul piano nazionale ed europeo, battersi perché il dopo-PNRR, la nuova stagione dei fondi di coesione, parta dalla consapevolezza di questa lezione: dare risorse al Sud senza dargli la capacità di spenderle non riduce il divario, lo certifica.
Salento Dinamico e i fondi che diventano futuro
Einaudi insegnava a conoscere prima di deliberare. I numeri che conosciamo dicono una cosa semplice: incassare i fondi non basta, bisogna saperli trasformare in opere, e il Mezzogiorno fatica a farlo non per colpa ma per debolezza strutturale. La differenza tra un Sud che spende bene e un Sud che perde i fondi non la fa la propaganda. La fanno i tecnici nei Comuni, le competenze, la capacità amministrativa.
Salento Dinamico ha sempre sostenuto che la questione meridionale del XXI secolo non è più solo una questione di risorse, ma di capacità di usarle. I soldi, per una volta nella storia del Sud, in buona parte ci sono. Quello che serve è la macchina per trasformarli in futuro. Costruire quella macchina, Comune per Comune, competenza per competenza, è il lavoro meno appariscente e più decisivo dei prossimi anni. Perché i fondi, prima o poi, finiscono. Le competenze, se le costruisci, restano.
Fonti: Corte dei Conti, Relazione semestrale sullo stato di attuazione del PNRR, approvata il 27 maggio 2026; ANSA, 4 giugno 2026 (erogazione nona rata, 12,8 miliardi); Eunews, 4 giugno 2026 (dichiarazione del vicepresidente della Commissione per la Coesione); Il Sole 24 Ore, 29 aprile 2026 (dati complessivi PNRR, 416 obiettivi, 166 miliardi); Il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2026 (divario territoriale, Centro-Nord 52,7% e Mezzogiorno 39,5%, dati SVIMEZ); LaC News24, 27 maggio 2026 (pagamenti per regione, Puglia 36,9%); Made in Pompei, 27 maggio 2026 (dati ReGiS al 13 febbraio 2026, concentrazione 43,5% risorse al Sud); piattaforma ReGiS; SVIMEZ (stime efficienza amministrativa Mezzogiorno)













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