Futurismo e fascismo: due parole che non sono sinonimi, e la storia lo dimostra
Il trentatreesimo articolo della Costituzione, la libertà della scienza e dell’arte che nessun potere può imbrigliare, e un cortocircuito semantico che merita finalmente una risposta documentata
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«La libertà dell’arte e della scienza non è un privilegio degli artisti e degli scienziati. È la condizione di civiltà di una società intera. Dove la mente non è libera, non è libero niente.» — Piero Calamandrei, discorso all’Assemblea Costituente, 1947
L’articolo che protegge il pensiero libero
Dopo gli articoli sulla famiglia, sui figli, sulla salute, sulla famiglia come cellula primaria della società, la Costituzione arriva a qualcosa di diverso: la dimensione intellettuale della vita umana. Non solo i bisogni materiali, non solo le relazioni affettive, ma il pensiero. La ricerca. La creazione. La libertà di esplorare il mondo con la mente e di condividere quello che si trova.
«L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.»
Un articolo ricco e articolato, che copre in sei commi la libertà intellettuale, il sistema scolastico, il rapporto tra scuole pubbliche e private, gli esami di Stato, l’autonomia universitaria. Oggi mi concentro sul primo comma, quello che più direttamente mi riguarda: l’arte e la scienza sono libere, e libero ne è l’insegnamento.
Quella libertà è il fondamento di ogni ricerca intellettuale autentica. È anche il criterio con cui si smonta un’accusa che mi viene rivolta da anni con insistenza, e che merita finalmente una risposta precisa invece del silenzio a cui ho finora scelto di rispondere.
La storia: la libertà intellettuale che il fascismo distrusse
Per capire il primo comma dell’articolo 33 bisogna ricordare cosa il fascismo fece all’arte e alla scienza italiane. Non fu una soppressione totale: fu qualcosa di più sofisticato e per certi versi più devastante. Fu la piega, l’addomesticamento, la trasformazione della cultura da spazio libero a strumento di potere.
Nel 1931 il regime impose a tutti i professori universitari italiani il giuramento di fedeltà al fascismo. Su milleduecento professori, solo dodici rifiutarono e furono rimossi. Gli altri firmarono, salvando il posto e rinunciando alla libertà intellettuale che il loro ruolo avrebbe richiesto. Benedetto Croce, il filosofo più autorevole d’Italia, non era un professore universitario e non dovette firmare: ma la sua influenza fu sistematicamente marginalizzata.
L’arte fu egualmente piegata. Non con un’estetica unica e rigida come in Unione Sovietica: il fascismo italiano fu più eclettico, alternò il classicismo mussoliniano all’avanguardia razionalista, permise correnti diverse purché non si opponessero al regime. Ma il criterio non era la qualità o la libertà: era l’utilità politica. L’arte al servizio della nazione, la scienza al servizio dello Stato, il pensiero al servizio del potere.
I costituenti che scrissero “l’arte e la scienza sono libere” sapevano cosa significava quella libertà negata. Molti di loro l’avevano vista distruggere. Alcuni avevano pagato il prezzo del rifiuto di piegarsi. Scrivere quella frase nella Costituzione era restituire alla cultura italiana la dignità che il ventennio le aveva tolto.
Il cortocircuito semantico che mi riguarda
Mi definisco “net.futurista”. Lo faccio da anni, coerentemente, con una precisione intellettuale che merita di essere spiegata invece di essere lasciata in balia di chi preferisce fraintendere.
L’accusa che mi viene rivolta funziona attraverso un cortocircuito semantico in tre passaggi:
Primo: Francesco dice “futurista”. Secondo: chi accusa pensa “futurismo italiano degli anni Venti”. Terzo: chi accusa associa quel futurismo al fascismo, e conclude che Francesco è fascista.
È un ragionamento che ha tre errori consecutivi, ciascuno dei quali smonta il successivo. Vediamoli uno per uno.
Il futurismo marinettiano e il fascismo: la storia vera
Il futurismo italiano nacque il 20 febbraio 1909, quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il Manifesto del Futurismo su Le Figaro di Parigi. Era un movimento di rottura radicale con la tradizione: celebrava la velocità, la macchina, la violenza dinamica, il rifiuto del passato. Aveva tratti ambigui, esteticamente affascinanti e politicamente problematici, che lo avrebbero portato a intersezioni dolorose con il fascismo nascente.
Nel 1919 il Partito Politico Futurista si associò ai Fasci italiani di combattimento. Sembrava una convergenza naturale: entrambi i movimenti venivano dalla cultura della rottura, dell’interventismo nella Prima Guerra Mondiale, del rifiuto dell’Italia liberale borghese.
Ma già nel 1920 la convergenza si ruppe. Al congresso fascista di quell’anno, Marinetti si dimise e dichiarò: “Noi veniamo dal Carso. Ma non andremo verso la Reazione!” La ragione era precisa: il fascismo stava diventando il movimento dei proprietari terrieri agrari, dei conservatori, di chi voleva ripristinare la gerarchia invece di sovvertirla. Era la negazione di ciò che il futurismo era stato.
Le differenze strutturali tra futurismo e fascismo erano profonde. Il futurismo sosteneva la parità di genere: il fascismo fondava la propria identità sulla gerarchia sessuale e sul ruolo materno della donna. Il futurismo era anticlerical e voleva lo Stato laico: il fascismo firmò i Patti Lateranensi nel 1929 e fece del cattolicesimo la religione di Stato. Il futurismo voleva l’abolizione dei diritti ereditari: il fascismo proteggeva la proprietà e la trasmissione patrimoniale.
Marinetti poi si riavvicinò a Mussolini, e vi rimase fedele fino alla morte nel 1944. La sua storia personale è contraddittoria e non lo assolve da responsabilità storiche reali. Ma la storia del futurismo come movimento non si esaurisce in Marinetti, e soprattutto non si esaurisce nel futurismo italiano degli anni Venti.
Il futurismo tecnologico: la tradizione in cui mi riconosco
Esiste una tradizione intellettuale che usa la parola “futurismo” in un senso completamente diverso da quello marinettiano, e che con Marinetti non ha alcun rapporto di filiazione ideologica.
Nel 1970 Alvin Toffler pubblicò “Future Shock”, il libro che fondò il futurismo come disciplina intellettuale contemporanea: lo studio sistematico dei cambiamenti tecnologici e sociali per anticiparne le conseguenze e orientarne la direzione. Da Toffler in poi si sviluppò una tradizione anglosassone e globale di pensiero prospettico che attraversa Buckminster Fuller, la tradizione californiana degli anni Novanta, il cyberpunk come letteratura speculativa, il transumanism, il net.futurism come visione delle possibilità della rete.
Questa tradizione non ha nulla a che fare con le camicie nere, con l’esaltazione della violenza politica, con il nazionalismo aggressivo. Ha a che fare con la capacità di immaginare il futuro, di pensare il cambiamento tecnologico come elemento trasformativo della società, di esplorare le conseguenze dell’innovazione per le comunità umane.
È la tradizione in cui mi riconosco quando mi definisco “net.futurista”. Non nostalgia di un’avanguardia degli anni Venti: visione prospettica del territorio e delle sue possibilità nell’era digitale.
La prova istituzionale che nessuno cita: i 20 centesimi di euro
C’è un argomento che non ho mai visto citare in questa discussione, e che ha una forza logica definitiva.
Sul retro della moneta italiana da 20 centesimi di euro, in circolazione dal 1 gennaio 2002, è raffigurata “Forme uniche della continuità nello spazio” (1913) di Umberto Boccioni. È un’opera simbolo del Futurismo italiano, scelta da una commissione tecnico-artistica nazionale e poi votata dai cittadini in una trasmissione RAI. È l’unica moneta italiana a raffigurare un’opera d’arte contemporanea di avanguardia.
Il sillogismo è inattaccabile. La Repubblica Italiana ha scelto il futurismo come simbolo della propria identità in Europa, sulle monete, dal 2002. Lo ha scelto attraverso una commissione istituzionale e il voto popolare. Se il futurismo fosse equiparabile al fascismo, la Repubblica non lo avrebbe mai fatto. Quindi chi dice che definirsi futurista significa essere fascista sta accusando implicitamente anche la Repubblica Italiana e i cittadini che votarono quella scelta.
Non lo dico io. Lo dice la Zecca dello Stato.
La prova accademica: Rodopi/Brill 2009
Nel 2009 l’editore accademico internazionale Rodopi/Brill, con sede ad Amsterdam e New York, pubblicò il volume “Futurism and Technological Imagination”, curato da Günter Berghaus, nella collana Avant-Garde Critical Studies, volume 24. Il volume analizza il futurismo come strumento di immaginazione tecnologica del futuro, come categoria intellettuale per pensare il rapporto tra innovazione e società.
In quel volume sono citato.
Rodopi/Brill non è un editore che pubblica propaganda fascista. È uno dei maggiori editori accademici del mondo nelle scienze umane e sociali. La collana Avant-Garde Critical Studies è una delle più autorevoli nel campo degli studi sulle avanguardie artistiche e intellettuali. Essere citati in quel contesto non è un atto politico: è un riconoscimento accademico che il futurismo come tradizione intellettuale ha una dimensione di analisi dell’innovazione tecnologica che va ben oltre le vicende politiche di Marinetti negli anni Venti.
Questo è il futurismo di cui parlo quando mi definisco “net.futurista”. Un editore accademico internazionale lo ha riconosciuto e documentato. Non è un’opinione: è un fatto pubblicato.
Il paradosso finale: chi accusa dimostra di non conoscere né l’uno né l’altro
Il paradosso di questa accusa è completo. Chi mi accusa di fascismo perché mi definisco futurista dimostra simultaneamente di non conoscere il fascismo e di non conoscere il futurismo.
Non conosce il futurismo perché lo riduce alla sola tradizione marinettiana, ignorando decenni di pensiero prospettico anglosassone che usa quella parola in senso completamente diverso.
Non conosce il fascismo perché dimentica che il fascismo guardava indietro: a Roma imperiale, alla tradizione, alla gerarchia, alla famiglia patriarcale, al clericalismo di Stato. Il fascismo era profondamente conservatore nella sostanza, per quanto si ammantasse di retoriche moderniste nella forma. Era il contrario del pensiero orientato al futuro.
Se c’è qualcosa di incompatibile con il futurismo nel senso in cui lo intendo, è esattamente il fascismo. Non perché lo dica io: perché lo dice la storia, perché lo dice Marinetti stesso quando nel 1920 si dimette dal movimento fascista, perché lo dice la Zecca dello Stato quando mette Boccioni sui 20 centesimi, perché lo dice un editore accademico internazionale che pubblica un volume sul futurismo come immaginazione tecnologica senza che nessuno ci trovi nulla di problematico.
L’articolo 33 e la libertà intellettuale come pratica quotidiana
L’articolo 33 dice che l’arte e la scienza sono libere. Quella libertà non è un principio astratto: è la condizione che rende possibile ogni ricerca intellettuale autentica, inclusa quella che porta a definirsi “net.futurista” in un volume accademico internazionale invece di aderire a categorie politiche preconfezionate.
Il fascismo ha soppresso quella libertà in modo sistematico: ha imposto il giuramento di fedeltà ai professori universitari, ha piegato l’arte al servizio del regime, ha reso impossibile la ricerca intellettuale che contraddicesse le premesse ideologiche del potere. La libertà dell’articolo 33 è nata esattamente come risposta a quella soppressione.
Esercitare quella libertà significa pensare con la propria testa, seguire le proprie intuizioni intellettuali fino in fondo, accettare di essere fraintesi da chi preferisce le etichette alla comprensione. Ho costruito GiaNet Media, InOnda Network, Salento Dinamico con la stessa logica: non seguire il percorso segnato da altri, ma esplorare quello che sembra giusto e utile per questo territorio, in questa epoca, con gli strumenti che questa epoca mette a disposizione.
Quella è la pratica quotidiana dell’articolo 33. Non la libertà astratta: la libertà vissuta, nel lavoro di ogni giorno, nelle scelte che si fanno e in quelle che si rifiutano.
Un’applicazione vissuta
Mi definisco “net.futurista” dal 2009, quando la citazione nel volume Rodopi/Brill formalizzò qualcosa che stavo già praticando: la convinzione che la rete e le tecnologie digitali stessero trasformando il territorio e le sue possibilità in modo che richiedeva una visione prospettica, non conservatrice.
InOnda Network (avviata nel 2011 come InOnda WebTV), il Content Scheduler, il Trovido Network, MixEngine AI, Domini InOnda, tutti i progetti che ho costruito in questi anni: sono applicazioni pratiche di una visione futurista del territorio nel senso tecnologico del termine. Non nostalgia di ciò che era, non difesa di ciò che è, ma immaginazione di ciò che può essere. Strumenti digitali che abbattono barriere d’accesso, piattaforme che democratizzano competenze, infrastrutture che rendono possibile lavorare e creare in una periferia geografica senza doverla abbandonare.
Salento Dinamico, concepito nei primi anni Duemila e formalizzato nel 2009, è la visione futurista del Salento: un territorio che non aspetta di essere sviluppato dall’alto ma che si sviluppa dall’interno, usando le tecnologie disponibili per superare i limiti geografici, culturali e infrastrutturali che la storia ha sedimentato.
Questa è la mia risposta all’accusa di fascismo. Non una dichiarazione di innocenza: una biografia. E le biografie non si fabbricano.
La stella polare di Salento Dinamico
La libertà intellettuale dell’articolo 33 non è il lusso di pochi intellettuali: è la condizione dello sviluppo di qualsiasi territorio. Un Salento in cui le idee nuove vengono schiacciate dalle etichette, in cui chi pensa in modo diverso viene accusato invece di essere ascoltato, in cui la creatività intellettuale è subordinata alla conformità politica, è un Salento che non cresce.
Salento Dinamico è anche questo: uno spazio in cui la libertà intellettuale viene esercitata e difesa, in cui le idee si misurano con i fatti invece che con le convenienze, in cui essere futuristi nel senso autentico della parola (guardare avanti, immaginare il possibile, costruire invece di conservare) è un atto civile prima ancora che intellettuale.
Mi definisco futurista perché guardo avanti. Il fascismo guardava indietro. A Roma imperiale, alla tradizione, alla gerarchia. Se c’è qualcosa di incompatibile con il futurismo, è esattamente il fascismo.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; F.T. Marinetti, atti del congresso fascista 1920; Günter Berghaus (ed.), Futurism and Technological Imagination, Rodopi/Brill 2009, Avant-Garde Critical Studies vol. 24; Alvin Toffler, Future Shock, Random House 1970; Zecca dello Stato italiano, moneta da 20 centesimi di euro, 2002; Benedetto Croce, La Critica, 1921; Piero Calamandrei, interventi in Assemblea Costituente, 1947; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 33; InOnda Network, archivio 2011-2026; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.












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