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Il governo ha ritirato la riforma dei medici di famiglia. Più di mille Case di Comunità apriranno tra venti giorni. Rischiano di essere scatole vuote, soprattutto al Sud?

da 11 Giugno 2026Sanità e Salute0 commenti

Mercoledì sera il Ministero della Salute ha comunicato alle Regioni il ritiro del decreto legge che doveva inserire i medici di base nelle Case di Comunità previste dal PNRR. Le Regioni erano d’accordo all’unanimità. Una parte della maggioranza di governo no. Il risultato: oltre mille strutture pronte ad aprire entro giugno rischiano di funzionare a metà. E nel Mezzogiorno, dove oltre cinque milioni di cittadini sono già oggi senza medico di famiglia, il danno è proporzionalmente più grave. Mentre il governo cambia idea in pochi giorni, il diritto alla salute resta una promessa diseguale.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Costituzione della Repubblica italiana, articolo 32, comma 1. Approvato dall’Assemblea Costituente il 24 aprile 1947.


Mercoledì sera, una marcia indietro a sorpresa: cosa è successo davvero

Mercoledì 10 giugno 2026, in tarda serata, in una sala del Ministero della Salute, il capo di gabinetto Marco Mattei ha comunicato agli assessori regionali alla sanità una decisione che, fino a poche ore prima, sembrava esclusa: il decreto legge sulla riforma della medicina territoriale, atteso da settimane e definito uno dei provvedimenti più attesi della legislatura, è stato ritirato. Non rinviato, non emendato: ritirato. La notizia, diffusa subito dall’ANSA e poi rilanciata dai principali quotidiani nazionali (Repubblica apre la sua prima pagina di oggi con il titolo Salta la riforma dei medici di famiglia, Quotidiano Nazionale, Sole 24 Ore, Il Mattino, Today, Sky TG24), ha trovato una conferma molto netta nelle ore successive: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo settimane in cui aveva spinto il ministro Orazio Schillaci ad andare avanti se ci fosse stato l’accordo delle Regioni, ha fatto un passo indietro. L’accordo delle Regioni c’era. Ma all’interno della maggioranza, prima Forza Italia, poi Fratelli d’Italia, infine la Lega, hanno fatto sapere di non condividere il provvedimento. E così è saltato tutto.

L’incontro di mercoledì si è chiuso, secondo quanto riportato da molteplici fonti regionali, con un episodio che merita di essere registrato. Guido Bertolaso, assessore alla sanità della Lombardia (Forza Italia), ex Capo della Protezione Civile, che era stato fra i principali sostenitori della riforma e che aveva trovato la quadra con il Ministero, si è alzato dal tavolo, ha annunciato la propria intenzione di dimettersi dall’incarico di vicecoordinatore degli assessori regionali e ha lasciato la sala. Un altro fatto vale la pena segnalare: il testo del decreto, presentato dal Ministro Schillaci alla Conferenza delle Regioni e poi da queste rielaborato, non era mai stato presentato formalmente al Parlamento. Le opposizioni hanno denunciato esattamente questo: una materia di tale importanza, che riguarda la vita quotidiana di milioni di italiani, è stata gestita per settimane fuori dalle aule del Parlamento, fra tavoli tecnici e conferenze stato-regioni, per essere infine ritirata altrettanto fuori dal Parlamento.

Il paradosso: le Regioni erano d’accordo all’unanimità. Cosa ha fatto cambiare idea al governo?

Ciò che colpisce di questa vicenda, prima ancora del suo esito, è proprio il modo in cui si è arrivati al passo indietro. Nella storia recente delle politiche sanitarie italiane, raramente è capitato che le Regioni, organo notoriamente diviso fra orientamenti politici molto diversi, trovassero un accordo unanime su una riforma strutturale. Questa volta era accaduto. Tutte le Regioni, di centrodestra e di centrosinistra, di Nord, Centro e Sud, avevano dato il proprio assenso alla proposta del Ministro Schillaci, che prevedeva due elementi chiave: l’inserimento sistematico dei medici di medicina generale dentro le nuove Case di Comunità, e l’apertura, per una parte limitata di loro, di un canale residuale di assunzione come dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (oggi sono tutti liberi professionisti convenzionati). Non era una rivoluzione: era un compromesso ragionevole, costruito per mesi, che cercava di tenere insieme la libertà professionale dei medici e l’esigenza di personale stabile per le nuove strutture territoriali.

A bloccarlo non sono state, in prima battuta, le Regioni. Sono state alcune forze politiche della maggioranza di governo, mosse anche dalla forte pressione dei principali sindacati dei medici di medicina generale, in particolare la FIMMG, che aveva minacciato lo stato di agitazione e lo sciopero. Forza Italia, da sempre più tiepida verso l’ipotesi della dipendenza, è stata la prima a frenare. Si sono aggiunti Fratelli d’Italia e la Lega. Il dossier è arrivato sul tavolo della premier, che ha scelto la marcia indietro. Schillaci, in queste ore, ha provato a smussare: “Io sono convinto che troveremo una quadra. La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini. Io difendo solo la salute pubblica e le persone più deboli e più fragili”. Ma il piano B, oggi all’orizzonte, è molto meno ambizioso: si tratta di puntare sulla nuova convenzione triennale della medicina generale (2025-2027), prevedendo un “debito orario” di almeno sei ore settimanali che i medici dovranno trascorrere dentro le Case di Comunità, con uno stanziamento di poco meno di 300 milioni di euro per il 2026 a titolo di incentivo. È, sostanzialmente, una formula contrattuale che lascia ai medici la libertà professionale piena ma chiede loro un impegno orario nelle nuove strutture. Una scelta più morbida, più conflittuale meno, ma probabilmente anche meno efficace.

Le Case di Comunità apriranno tra venti giorni. Senza medici dentro, sono scatole vuote

Il punto critico è temporale, ed è il motivo per cui questa vicenda riguarda direttamente, da subito, milioni di cittadini italiani. Le Case di Comunità sono il fulcro della Missione 6 del PNRR, dedicata alla sanità territoriale. Sono strutture multifunzionali, distribuite capillarmente sul territorio nazionale, pensate per offrire ai cittadini, in un unico luogo fisico e a portata di casa, un’ampia gamma di servizi sanitari: medico di medicina generale, infermiere di famiglia, specialisti ambulatoriali (cardiologo, diabetologo, geriatra), prelievi, vaccinazioni, screening, attività di prevenzione. L’idea, scientificamente sostenuta da tempo, è che spostare la sanità “fuori dall’ospedale” e “dentro la comunità” riduce gli accessi impropri al pronto soccorso, intercetta precocemente le patologie croniche, garantisce continuità assistenziale, e migliora la qualità della vita soprattutto degli anziani e dei pazienti fragili. Su questa idea il PNRR italiano ha investito miliardi di euro, e ha fissato un target preciso: oltre 1.000 Case di Comunità in tutta Italia operative entro la metà del 2026.

Quel target, come abbiamo scritto su queste pagine nell’articolo dell’8 giugno sul PNRR (“L’Italia ha incassato l’85% dei fondi del PNRR. Ma quanti cantieri sono davvero finiti al Sud?”), sta per essere formalmente raggiunto: le Case di Comunità apriranno entro fine giugno, con un’ondata di inaugurazioni in tutta Italia. Ma il punto, già sollevato in quell’articolo a proposito del divario fra rendicontazione formale e spesa effettiva, qui si manifesta in tutta la sua durezza. Una Casa di Comunità senza un medico di famiglia dentro non è una Casa di Comunità. È un edificio. Bello, magari nuovo, magari ben attrezzato, ma vuoto delle figure professionali che dovrebbero abitarla quotidianamente. Si tratta esattamente del rischio che avevamo descritto in termini astratti tre giorni fa, e che oggi assume un volto concretissimo: il PNRR rischia di “chiudere” formalmente con target raggiunti e strutture costruite, ma senza che quelle strutture funzionino davvero come dovrebbero. È il paradosso italiano per eccellenza: opere costruite, persone mancanti.

A pagare il prezzo di questa situazione saranno, ancora una volta, i cittadini del Sud. E qui i numeri parlano da soli.

Cinque milioni di italiani senza medico di famiglia. Il Sud paga di più

Secondo i dati più recenti pubblicati dalle organizzazioni della medicina generale, in Italia oltre cinque milioni di cittadini sono oggi senza medico di famiglia. Cinque milioni di persone. Non per scelta: per carenza di professionisti, per pensionamenti di massa non sostituiti, per riduzione degli accessi alla formazione specialistica negli anni precedenti, per fuga di giovani medici verso il privato o l’estero. Questa carenza non si distribuisce equamente sul territorio. Le regioni più colpite sono il Veneto (in particolare alcune aree montane), e poi, in modo strutturale e diffuso, tutto il Mezzogiorno: Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Basilicata. Nei piccoli comuni delle aree interne, in molti centri del Salento, della Lucania, della Sila, della Murgia, della Campania interna, ci sono ormai paesi dove il medico di base manca da anni, e dove gli abitanti, in larga parte anziani, devono percorrere decine di chilometri per la visita più semplice, o ripiegare sul pronto soccorso per il banale rinnovo di una ricetta.

È un’ingiustizia che riguarda direttamente l’articolo 32 della Costituzione, citato in epigrafe. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo: ma se quel diritto dipende, di fatto, dal codice di avviamento postale di nascita, allora la Repubblica non lo sta tutelando come dovrebbe. Lo abbiamo scritto lunedì, su queste pagine, commentando proprio l’articolo 32 nella nostra rubrica costituzionale: la salute in Italia dipende ancora troppo da dove sei nato e da quanto guadagni. La riforma Schillaci, con tutti i suoi limiti, era un tentativo di colmare almeno una parte di questo divario: riempire le Case di Comunità di medici stabili significava, soprattutto al Sud, dare finalmente un riferimento medico fisso a comunità che ne sono prive da anni. Rinviare quella riforma, fra l’altro proprio mentre le Case stanno per aprire, significa rinviare di fatto la chiusura di quel divario. Non per cattiveria, ma per oggettivo squilibrio fra cosa si annuncia e cosa si è capaci di realizzare.

E va detto un punto che riguarda direttamente il modo in cui questa vicenda è stata gestita. La Regione Puglia, come tutte le altre Regioni italiane, aveva dato il proprio assenso alla riforma. Aveva fatto, nel suo ambito di competenza, il proprio lavoro: definire la rete delle Case di Comunità sul territorio pugliese, individuare gli spazi, programmare il personale, costruire l’integrazione fra ospedali, distretti e cure primarie. La frenata di Roma non dipende dalla volontà delle Regioni, di nessun colore politico. Dipende da equilibri della maggioranza nazionale e da pressioni sindacali nazionali. È un problema di governance romana, non di amministrazione regionale. Riconoscerlo è importante, perché il rischio, in queste vicende, è sempre quello di scaricare sui territori la responsabilità di scelte prese altrove. Su una Casa di Comunità che apre senza medici in un piccolo comune del Salento o della Campania, la prima reazione del cittadino sarà spesso quella di prendersela con il sindaco o con la Regione: ma la responsabilità, in questo caso, è chiaramente nazionale.

Salento Dinamico: la salute territoriale è precondizione concreta di sviluppo del Sud

Tina Anselmi, partigiana ventunenne durante la Resistenza con il nome di battaglia “Gabriella”, prima donna ministra del Lavoro nella storia della Repubblica nel 1976, poi Ministra della Sanità nel 1978, fu colei che fece approvare la Legge 23 dicembre 1978 numero 833, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale. Quella legge segnò una rottura storica: per la prima volta, ogni cittadino italiano, indipendentemente dal censo, dalla regione di nascita, dal lavoro che svolgeva, aveva diritto all’assistenza sanitaria a carico dello Stato. Era la traduzione concreta dell’articolo 32 della Costituzione, che fino ad allora era stato un principio enunciato ma non realizzato. Tina Anselmi, che ha parlato fino alla fine della propria vita della democrazia come di una conquista da difendere ogni giorno, ha sempre considerato il SSN come una delle più grandi conquiste civili italiane del Novecento. Non un dono dall’alto: una battaglia vinta, faticosamente, contro chi pensava che la salute potesse continuare a essere un privilegio.

Quarantotto anni dopo quella legge, i cinque milioni di italiani senza medico di famiglia ci ricordano che le conquiste civili, se non sono difese, si erodono. Il Servizio Sanitario Nazionale resta in piedi, ma si è progressivamente impoverito: la spesa sanitaria italiana, in rapporto al PIL, è da anni al di sotto della media europea; il personale è in fuga verso il privato o l’estero; le liste d’attesa sono diventate, in molte regioni del Sud e non solo, di proporzioni che impongono ai cittadini di pagarsi le prestazioni privatamente o di rinunciare alle cure. La vicenda di questi giorni, con una riforma annunciata e poi ritirata a quaranta giorni dall’apertura delle Case di Comunità, è soltanto l’ultimo episodio di una storia più lunga. Una storia in cui la politica nazionale sembra non riuscire più a tenere il passo dell’urgenza sanitaria che il Paese, e in particolare il Mezzogiorno, sta vivendo.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, la sanità territoriale era una delle dimensioni costitutive di quella visione, accanto a innovazione, energia, ambiente, mobilità, agricoltura, legalità economica, dignità del lavoro. Non per nostalgia di un sistema universalistico in via di erosione, ma per la convinzione, anche stavolta concretissima e quasi contabile, che un territorio del Sud non si sviluppa se non garantisce ai propri cittadini il diritto fondamentale alla salute. Senza medici di famiglia nei piccoli comuni, gli anziani non restano, le famiglie giovani non scelgono di trasferirsi, i pensionati di ritorno dall’estero non tornano, la qualità della vita peggiora. Una buona sanità di prossimità è un investimento di sviluppo economico, prima ancora che un dovere morale: trattiene le persone, crea lavoro qualificato, riduce le diseguaglianze, sostiene le altre attività produttive del territorio.

Le Case di Comunità apriranno, comunque vada, entro fine giugno. La domanda, ora, è di che cosa saranno piene. Se saranno piene di medici, infermieri, specialisti, servizi reali, allora avremo fatto un passo avanti enorme. Se saranno piene di scaffali vuoti e di porte chiuse dopo le diciotto, allora avremo costruito un’altra cattedrale nel deserto, e i cinque milioni di italiani senza medico di base resteranno senza medico di base. Spetta al governo nazionale, in queste settimane decisive, dimostrare di saper fare la cosa più difficile: non annunciare, ma realizzare. E spetta a tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, tenere alta l’attenzione su un dossier che vale, letteralmente, la salute di milioni di persone. Sull’articolo 32 della Costituzione non si può scherzare. E non si può rinviare ogni mese.


Fonti: ANSA, “Salta la riforma dei medici di famiglia, stop al decreto legge”, 10-11 giugno 2026; Quotidiano Nazionale, “Medici di famiglia, salta la riforma della medicina territoriale. L’ira di Bertolaso”, 10 giugno 2026; Today.it, “È saltata la riforma dei medici di famiglia”, 10 giugno 2026; Il Mattino, “Medici di famiglia, salta la riforma. Ira Bertolaso, Pd: ‘Parlamento estromesso'”, 10 giugno 2026; Sky TG24, “Salta la riforma dei medici di famiglia, stop al decreto legge”, 10 giugno 2026; Il Sole 24 Ore, “Medici famiglia: stop a riforma, Case di Comunità a rischio. Schillaci: ‘Troveremo quadra’”, 8-11 giugno 2026; Adnkronos, “Bufera sui medici di famiglia, ritirata riforma a incontro tecnici Schillaci-assessori regionali”, 11 giugno 2026; La Repubblica, prima pagina dell’11 giugno 2026, “Salta la riforma dei medici di famiglia”; Quotidiano Sanità, “Medici di famiglia, la riforma Schillaci si ferma. La maggioranza frena sul passaggio alla dipendenza”, giugno 2026; dichiarazioni del Ministro della Salute Orazio Schillaci, dell’assessore alla sanità della Lombardia Guido Bertolaso, della senatrice Annamaria Furlan (IV), della deputata Ilenia Malavasi (PD); Missione 6 del PNRR italiano, “Salute”, Componente 1 “Reti di prossimità, strutture e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale”; Legge 23 dicembre 1978 n. 833, “Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale”; Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32; Tina Anselmi, partigiana, Ministro del Lavoro 1976-1978 e Ministro della Sanità 1978-1979.

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