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La BCE alza i tassi per la prima volta dal 2023: la guerra in Iran arriva nei mutui delle famiglie. E il Sud, ancora una volta, rischia di pagare il conto più alto?

da 12 Giugno 2026Economia0 commenti

Giovedì 11 giugno il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha alzato i tre tassi di riferimento di 25 punti base, con decisione unanime. È il primo rialzo dal settembre 2023, e arriva per una ragione precisa: la guerra in Iran e l’instabilità dello Stretto di Hormuz hanno spinto l’inflazione dell’eurozona al 3,2%, il massimo da quasi tre anni. Le nuove stime dicono inflazione al 3% nel 2026 e crescita tagliata allo 0,8%. Un mese fa, su queste pagine, raccontavamo l’allarme di Piero Cipollone sullo shock energetico. Oggi quello shock è entrato nelle rate dei mutui. E colpisce di più chi ha di meno.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“Con un processo continuo di inflazione, i governi possono confiscare, in modo segreto e inosservato, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini.”
John Maynard Keynes, A Tract on Monetary Reform, 1923


Cosa ha deciso la BCE giovedì: i numeri, e perché è una svolta

Cominciamo dai fatti. Giovedì 11 giugno 2026, al termine della riunione del Consiglio direttivo a Francoforte, la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento di 25 punti base dei tre tassi di interesse di riferimento. Il tasso sui depositi sale dal 2,00% al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali dal 2,15% al 2,40%, quello sui prestiti marginali dal 2,40% al 2,65%. Le nuove condizioni entrano in vigore il 17 giugno. È il primo rialzo dei tassi dal settembre 2023: per quasi tre anni la BCE aveva prima mantenuto e poi progressivamente ridotto il costo del denaro, accompagnando la discesa dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Quella stagione si è chiusa giovedì. La presidente Christine Lagarde, in conferenza stampa, ha sottolineato che la decisione è stata “unanime, senza alcuna riserva”, e l’ha definita “necessaria”: “Vediamo i prezzi dell’energia ampliarsi nell’economia, è per questo che abbiamo preso oggi questa decisione. L’inflazione si sta allargando, l’inflazione di fondo, tutto questo punta nella direzione di dover alzare i tassi”.

Insieme alla decisione, la BCE ha aggiornato le proprie proiezioni macroeconomiche, e sono numeri che meritano attenzione. La stima dell’inflazione per il 2026 sale dal 2,6% al 3,0%; quella per il 2027 dal 2% al 2,3%. La stima di crescita del PIL dell’eurozona, al contrario, scende: dallo 0,9% allo 0,8% per il 2026, dall’1,3% all’1,2% per il 2027. Tradotto in linguaggio semplice: i prezzi saliranno più del previsto, l’economia crescerà meno del previsto. È la combinazione più insidiosa che una banca centrale possa trovarsi davanti, perché gli strumenti che frenano l’inflazione (i tassi più alti) frenano anche la crescita, e viceversa. La causa scatenante è nota: l’inflazione dell’eurozona ha accelerato a maggio al 3,2%, il livello più alto da settembre 2023, trainata dalla componente energetica, che secondo le stime ha toccato un aumento di quasi il 12% su base annua. E la componente energetica corre per una ragione precisa, che non si trova nei bilanci delle famiglie ma nelle carte di geopolitica: la guerra in Iran e l’instabilità dello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Un mese fa l’allarme di Cipollone. Oggi i fatti gli danno ragione

C’è una continuità che i lettori di queste pagine riconosceranno. Il 12 maggio scorso, esattamente un mese fa, raccontavamo l’allarme lanciato da Piero Cipollone, il membro italiano del Comitato esecutivo della BCE, che aveva definito quello in corso il rischio dello “shock energetico più grande dal 1973”, paragonando l’instabilità di Hormuz alla crisi petrolifera che mezzo secolo fa cambiò l’economia mondiale. Allora era un avvertimento, e qualcuno lo giudicò eccessivo. Trenta giorni dopo, quell’avvertimento è diventato una decisione di politica monetaria che tocca direttamente le tasche di milioni di famiglie europee. Non è un dettaglio rituale: è la dimostrazione di come funziona la catena che lega le crisi internazionali alla vita quotidiana. Un missile nel Golfo Persico diventa un rincaro alla pompa di benzina, il rincaro diventa inflazione, l’inflazione diventa un rialzo dei tassi, il rialzo dei tassi diventa una rata del mutuo più pesante a Otranto, a Lecce, a Foggia. La geopolitica non è mai un argomento astratto. Arriva sempre, alla fine, sul tavolo della cucina.

Vale la pena ricordare anche un’altra circostanza. Proprio in queste ore il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e lo stesso Cipollone partecipano alla riunione dell’Eurogruppo in Lussemburgo, dove i ministri delle finanze dell’area euro discutono esattamente di questo scenario: come tenere insieme la difesa dei prezzi, il sostegno alla crescita, e bilanci pubblici che, nel caso italiano, hanno margini di manovra strettissimi a causa di un debito che resta fra i più alti d’Europa. La risposta a uno shock energetico, per un Paese come il nostro, non può essere la spesa pubblica illimitata: deve essere strutturale. Su questo torneremo alla fine, perché è il punto che riguarda più da vicino il nostro territorio.

Mutui, prestiti, imprese: chi paga davvero il rialzo dei tassi

Vediamo ora gli effetti concreti, perché è qui che la decisione di Francoforte smette di essere una notizia finanziaria e diventa vita quotidiana. Il primo effetto riguarda i mutui a tasso variabile: le rate, che avevano beneficiato della lunga discesa dei tassi, torneranno a salire nei prossimi mesi, perché gli indici Euribor a cui sono agganciate si adeguano rapidamente alle decisioni della BCE. Chi ha sottoscritto un mutuo variabile negli anni scorsi conosce già questo meccanismo, e sa quanto può pesare: durante il ciclo di rialzi del 2022-2023, le rate di molte famiglie italiane aumentarono di centinaia di euro al mese. Il secondo effetto riguarda i nuovi mutui e i prestiti: il costo del denaro più alto si trasferisce sulle condizioni offerte dalle banche, rendendo più caro comprare casa, avviare un’attività, finanziare un investimento. Il terzo effetto, meno visibile ma più profondo, riguarda le imprese: per le aziende che vivono di credito bancario, ogni rialzo dei tassi è un aumento diretto dei costi di gestione.

E qui arriva il punto che questa rubrica non può non sottolineare: questi effetti non si distribuiscono equamente sul territorio nazionale. Il Mezzogiorno li subisce in forma amplificata, per tre ragioni strutturali e documentate. La prima: l’inflazione è una tassa regressiva. Le famiglie a reddito più basso destinano una quota molto maggiore della propria spesa a energia, alimentari e beni essenziali, esattamente le voci che corrono di più; e i redditi medi del Sud sono significativamente inferiori a quelli del Centro-Nord. A parità di rincaro, una famiglia salentina o calabrese perde una fetta di potere d’acquisto proporzionalmente più grande di una famiglia lombarda. La seconda: il credito al Sud costa già di più. È un dato storico e documentato dalle analisi della Banca d’Italia: le imprese meridionali pagano tassi mediamente più alti rispetto a quelle settentrionali, a parità di condizioni, per ragioni che vanno dal rischio percepito alla minore concorrenza bancaria nei territori. Un rialzo generalizzato si somma a uno svantaggio preesistente. La terza: il tessuto produttivo del Sud è fatto di piccole e piccolissime imprese, più dipendenti dal credito bancario e meno capaci di finanziarsi sui mercati dei capitali rispetto alle grandi aziende del Nord. Quando il denaro costa di più, sono le PMI a sentirlo per prime, e il Sud è il territorio delle PMI per eccellenza.

La lezione di Ezio Tarantelli: difendere i più deboli dall’inflazione

C’è una figura della storia italiana che merita di essere ricordata oggi, perché dedicò la propria vita esattamente al problema di cui stiamo parlando: come proteggere i più deboli dall’inflazione. Ezio Tarantelli era un economista del lavoro, professore alla Sapienza di Roma, allievo di Federico Caffè e ricercatore al MIT con Franco Modigliani. Negli anni Settanta e Ottanta, gli anni della grande inflazione italiana a due cifre, Tarantelli elaborò proposte concrete per spezzare la spirale fra prezzi e salari senza scaricarne il costo sui lavoratori: il suo lavoro sulla predeterminazione della scala mobile fu alla base degli accordi che contribuirono a riportare l’inflazione italiana sotto controllo. Il cuore del suo insegnamento era semplice e tagliente: l’inflazione colpisce soprattutto chi ha redditi fissi e bassi, i lavoratori e i pensionati, perché chi ha patrimoni e potere di mercato riesce sempre a difendersi, mentre chi vive del proprio stipendio no. Per questo combatterla non era, per lui, una questione tecnica: era una questione di giustizia sociale. Il 27 marzo 1985, all’uscita da una lezione alla facoltà di Economia della Sapienza, Ezio Tarantelli fu assassinato dalle Brigate Rosse, che nel volantino di rivendicazione citarono proprio il suo lavoro sulla scala mobile. Aveva quarantatré anni. Fu ucciso, letteralmente, per le sue idee su come proteggere i salari dall’inflazione.

Ricordare Tarantelli oggi non è un esercizio di memoria fine a sé stesso. È il modo più serio di inquadrare ciò che la decisione della BCE significa per un Paese come il nostro. La banca centrale fa il suo mestiere: difende la stabilità dei prezzi, perché un’inflazione fuori controllo è, come scriveva Keynes un secolo fa, una confisca silenziosa della ricchezza dei cittadini, e colpisce per primi proprio i più deboli. Ma la politica monetaria, da sola, non basta e non può bastare. Spetta alla politica nazionale fare la propria parte: proteggere i redditi più bassi dal carovita senza alimentare la spirale dei prezzi, sostenere le PMI nell’accesso al credito, e soprattutto aggredire la causa strutturale di questa vulnerabilità, che ha un nome preciso: la dipendenza energetica dall’estero. Perché la verità di fondo è questa: l’Italia subisce gli shock di Hormuz perché importa la stragrande maggioranza dell’energia che consuma. Ogni punto percentuale di energia prodotta in casa, da fonti rinnovabili, è un punto di inflazione importata in meno la prossima volta che nel Golfo Persico vola un missile.

Salento Dinamico: l’autonomia energetica è la migliore polizza contro l’inflazione

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’energia era una delle dimensioni costitutive di quella visione, accanto a innovazione, ambiente, mobilità, agricoltura, legalità economica, dignità del lavoro. Le settimane che stiamo vivendo dimostrano, con la forza brutale dei fatti, perché quella scelta non era un vezzo ambientalista ma una strategia economica di protezione del territorio. Un Salento, una Puglia, un Mezzogiorno che producono in casa una quota crescente della propria energia, attraverso il fotovoltaico integrato negli edifici, l’agrivoltaico che non sottrae terra all’agricoltura, le comunità energetiche rinnovabili che restituiscono ai cittadini il controllo e i benefici della produzione, gli accumuli, la ricerca d’avanguardia sulle celle solari di nuova generazione che si fa nei laboratori dell’Università del Salento e del CNR di Lecce, sono territori strutturalmente meno esposti all’inflazione energetica importata. Ogni pannello installato su un capannone di Melpignano o su una masseria di Otranto è, letteralmente, una piccola polizza assicurativa contro la prossima crisi di Hormuz. Ogni comunità energetica costituita in un comune del Salento è potere d’acquisto difeso per le famiglie che ne fanno parte.

La Regione Puglia, va riconosciuto, è da anni fra i territori italiani che più hanno investito sulle rinnovabili, e continua a fare la propria parte. Ciò che serve ora è che il quadro nazionale ed europeo accompagni questa traiettoria con coerenza e velocità: sbloccando le connessioni alla rete che tengono ferme migliaia di impianti già autorizzati, semplificando le procedure per le comunità energetiche, orientando gli strumenti finanziari, a partire da quelli che sopravvivranno al PNRR, verso l’efficienza energetica delle case e delle imprese del Sud. La rata del mutuo che sale oggi a causa di una guerra a cinquemila chilometri di distanza è il promemoria più concreto possibile di una verità che ripetiamo da settimane su queste pagine: la sovranità energetica non è uno slogan, è la condizione materiale della nostra libertà economica. Ezio Tarantelli ci ha insegnato che difendere i più deboli dall’inflazione è un dovere di giustizia. Il modo più duraturo di farlo, nel 2026, è togliere all’inflazione la sua miccia: la nostra dipendenza dal petrolio degli altri.


Fonti: Banca Centrale Europea, decisione di politica monetaria dell’11 giugno 2026 e proiezioni macroeconomiche aggiornate (inflazione 2026 al 3,0%, PIL 2026 a +0,8%); conferenza stampa della Presidente della BCE Christine Lagarde, Francoforte, 11 giugno 2026; Today.it, “La BCE torna ad alzare i tassi dopo 3 anni: gli effetti su mutui e finanziamenti”, 11 giugno 2026; Quotidiano Nazionale, “La BCE alza i tassi dello 0,25%, Lagarde: ‘Decisione necessaria’”, 11 giugno 2026; Borsa&Finanza, “Tassi d’interesse: BCE alza di 25 pb, inflazione al 3% nel 2026”, 11 giugno 2026; Adnkronos/Eurofocus, “La BCE alza i tassi dopo due anni e mezzo”, 12 giugno 2026; Facile.it, “BCE aumenta i tassi di 25 punti base: inflazione più alta e crescita più debole nell’Eurozona”, 11 giugno 2026; Eurostat, stima flash dell’inflazione dell’area euro, maggio 2026 (3,2%); Il Sole 24 Ore, flash dell’11 giugno 2026 sulle nuove stime BCE; Borsa Italiana/Teleborsa, agenda dell’11-12 giugno 2026, riunione dell’Eurogruppo in Lussemburgo con il Ministro Giancarlo Giorgetti e Piero Cipollone; Banca d’Italia, analisi sui divari territoriali nelle condizioni di accesso al credito; John Maynard Keynes, “A Tract on Monetary Reform”, Macmillan, Londra, 1923; biografia di Ezio Tarantelli, economista del lavoro, professore alla Sapienza di Roma, ucciso dalle Brigate Rosse il 27 marzo 1985.

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