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La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme: ma chi tutela il diritto di lavorare senza dover partire?

da 12 Giugno 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare0 commenti

Il trentacinquesimo articolo della Costituzione apre i rapporti economici con quattro commi che parlano di tutele, formazione e libertà di emigrazione. E proprio l’ultimo comma, riletto dal Salento, racconta la ferita più profonda del Mezzogiorno: trecentocinquantamila laureati partiti in vent’anni

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«La libertà viene prima. La libertà nel lavoro e del lavoro: perché un lavoro senza diritti non è un lavoro, è una condizione di dipendenza che umilia la persona.»
— Bruno Trentin, sindacalista e partigiano, La libertà viene prima, 2004


Si apre il Titolo dei rapporti economici

Con l’articolo 35 la Costituzione entra nel Titolo III, quello dei rapporti economici. Dopo i principi fondamentali, dopo i diritti civili, dopo i rapporti etico-sociali (famiglia, salute, scuola), arriva la materia che per i costituenti era il cuore della nuova Repubblica: il lavoro. Non poteva essere altrimenti, per una Repubblica che all’articolo 1 si era dichiarata “fondata sul lavoro”.

«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.

Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.

Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.»

Quattro commi che disegnano un programma: tutelare ogni forma di lavoro, formare i lavoratori, portare i diritti del lavoro oltre i confini nazionali, e riconoscere a chi parte la libertà di farlo e la protezione della Repubblica anche all’estero.

Quel quarto comma, scritto pensando agli emigranti italiani del dopoguerra con le valigie di cartone, è oggi il comma che parla più direttamente a questo territorio. Perché il Salento, e tutto il Mezzogiorno, continuano a vivere l’emigrazione: cambiata nelle forme, identica nella sostanza.

Il primo comma: tutte le forme, nessuna esclusa

“La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”: l’aggettivo “tutte” è la chiave del comma. I costituenti non scrissero “il lavoro subordinato” o “il lavoro dipendente”: scrissero tutte le forme. Il lavoro dell’operaio e quello dell’artigiano, quello del bracciante e quello del professionista, quello manuale e quello intellettuale, quello dipendente e quello autonomo.

Quella scelta lessicale, fatta nel 1947, è diventata profetica. Perché il mondo del lavoro che i costituenti conoscevano (la fabbrica, il campo, l’ufficio) si è frammentato in una galassia di forme che loro non potevano immaginare: le partite IVA che lavorano per un solo committente, i collaboratori delle piattaforme digitali, i rider che consegnano cibo guidati da un algoritmo, i freelance della creatività digitale, i lavoratori intermittenti del turismo e dello spettacolo.

Per tutte queste forme vale il principio del primo comma: la tutela è dovuta. Non esiste, costituzionalmente, un lavoro di serie A che merita protezione e un lavoro di serie B che può essere lasciato al mercato. La giurisprudenza degli ultimi anni sui rider, riconosciuti progressivamente come lavoratori meritevoli delle tutele del lavoro subordinato al di là delle etichette contrattuali, è l’applicazione più recente di un principio scritto settantotto anni fa: conta la sostanza del lavoro, non il nome che il contratto gli dà.

Eppure la distanza tra il principio e la realtà resta enorme. Il lavoro povero (chi lavora e rimane povero) riguarda milioni di italiani. Il precariato di lunga durata è diventato una condizione esistenziale per una generazione. I contratti pirata, firmati da sigle sindacali di comodo per abbassare le tutele, inquinano interi settori. La tutela “di tutte le forme” è ancora un cantiere aperto.

Il secondo comma: la formazione come diritto, non come merce

“Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori”: il verbo è “cura”, lo stesso che si usa per le persone. La Repubblica non si limita a permettere la formazione: se ne prende cura, come di una cosa propria.

L’elevazione professionale è un concetto che merita di essere riscoperto: significa che il lavoratore ha diritto non solo a mantenere le proprie competenze, ma a crescere, a salire, a migliorare la propria condizione attraverso il lavoro. È la versione lavoristica dell’ascensore sociale: la promessa che il punto di partenza non è una condanna.

Nell’economia della conoscenza questo comma è diventato ancora più decisivo. Le competenze invecchiano a velocità crescente, la transizione digitale ed ecologica trasforma interi settori, chi non si forma resta indietro. La formazione continua non è più un optional: è la condizione di sopravvivenza professionale. E qui il divario territoriale colpisce ancora: l’accesso alla formazione professionale di qualità è molto più difficile nel Mezzogiorno, dove le opportunità formative sono più scarse proprio dove servirebbero di più.

Il terzo comma: i diritti del lavoro non hanno confini

“Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro”: è il comma con cui la Costituzione proietta i diritti del lavoro oltre i confini nazionali.

I costituenti conoscevano l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, fondata nel 1919, e la sua Dichiarazione di Filadelfia del 1944 che aveva proclamato un principio rivoluzionario: il lavoro non è una merce. Sapevano che i diritti del lavoro conquistati in un paese possono essere erosi dalla concorrenza di paesi che non li riconoscono: il dumping sociale era già una realtà.

Questo comma è oggi il fondamento costituzionale della partecipazione italiana alla costruzione del diritto europeo del lavoro: le direttive sui salari minimi adeguati, sul lavoro nelle piattaforme digitali, sulla trasparenza retributiva, sulla parità di genere nei consigli di amministrazione. Ogni volta che l’Europa alza gli standard del lavoro, l’Italia adempie a un obbligo che la propria Costituzione le assegna dal 1948.

Il quarto comma: la libertà di partire e il diritto di restare

“Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.”

I costituenti scrissero questo comma pensando ai milioni di italiani che sarebbero partiti, e che infatti partirono: verso il Belgio delle miniere, la Germania delle fabbriche, la Svizzera dei cantieri, le Americhe e l’Australia. Il fascismo aveva limitato l’emigrazione per ragioni di prestigio nazionale: la Repubblica la riconobbe come libertà. E si impegnò a proteggere chi partiva: gli accordi bilaterali sul lavoro, la tutela previdenziale degli emigrati, i consolati come presidio dei diritti.

Settantotto anni dopo, l’emigrazione italiana non è finita: ha cambiato faccia. Non più le valigie di cartone, ma i trolley dei laureati. E il Mezzogiorno ne è ancora una volta il serbatoio.

I numeri del rapporto Svimez presentato a febbraio, intitolato non a caso “Un Paese, due emigrazioni”, fotografano l’emorragia. Dal 2002 al 2024, quasi trecentocinquantamila laureati sotto i trentacinque anni hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord: una perdita netta, al netto dei rientri, di duecentosettantamila persone. La quota di laureati tra i giovani migranti meridionali è triplicata: era il 20 per cento nel 2002, è circa il 60 per cento nel 2024. Non parte più chi non ha niente: parte chi ha studiato.

E la partenza si è anticipata: non si aspetta più la laurea. Nell’anno accademico in corso quasi settantamila studenti meridionali, oltre il 13 per cento del totale, studiano in un ateneo del Centro-Nord, con punte del 21 per cento nelle discipline scientifiche e tecnologiche. Chi si laurea al Nord, al Nord resta: quasi il 90 per cento è occupato nella stessa area a tre anni dal titolo.

La Svimez ha quantificato anche il valore economico di questo flusso: la mobilità dei laureati dal Sud al Centro-Nord trasferisce ogni anno 6,8 miliardi di euro di investimento formativo pubblico dalle regioni meridionali a quelle settentrionali. Il Sud paga la formazione, il Nord raccoglie i frutti. È una redistribuzione strutturale di risorse pubbliche a vantaggio delle aree più forti: l’esatto contrario di quello che l’articolo 3 sull’uguaglianza sostanziale richiederebbe.

E c’è un dato nuovo, che racconta la profondità della ferita: i “nonni con la valigia”. Gli anziani over 75 che mantengono la residenza al Sud ma vivono stabilmente al Centro-Nord, ricongiunti ai figli emigrati, sono raddoppiati in vent’anni: da 96mila a oltre 184mila. L’emigrazione dei giovani si trascina dietro quella dei genitori anziani. Le famiglie meridionali si ricompongono altrove, e il territorio si svuota due volte.

Il sottotitolo del rapporto Svimez è in inglese e dice tutto: “Freedom to move, right to stay”. La libertà di muoversi, il diritto di restare. Il quarto comma dell’articolo 35 garantisce la prima. Ma la prima senza il secondo non è libertà: è necessità travestita da scelta. Chi parte perché vuole esercita una libertà costituzionale. Chi parte perché nel proprio territorio non c’è lavoro degno, non sta scegliendo: sta subendo. E una Repubblica fondata sul lavoro che costringe i propri giovani a emigrare per lavorare sta tradendo contemporaneamente l’articolo 1, l’articolo 3, l’articolo 4 e l’articolo 35.

C’è un segnale in controtendenza che va registrato: gli immatricolati meridionali negli atenei del Centro-Nord si sono ridotti, da ventiquattromila nel 2021/2022 a diciassettemila nell’anno in corso, segno di una migliorata capacità attrattiva delle università del Sud. È poco, ma dimostra che la tendenza non è un destino: dove si investe, i ragazzi restano.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 35 fosse il parametro reale delle politiche del lavoro, ogni forma di lavoro avrebbe tutele effettive: i rider come gli operai, le partite IVA monocommittenti come i dipendenti, i lavoratori delle piattaforme come quelli delle fabbriche. La formazione continua sarebbe un diritto esigibile per ogni lavoratore, finanziata e accessibile anche nei territori periferici.

E soprattutto: il diritto di restare avrebbe la stessa dignità della libertà di partire. Significherebbe politiche industriali che creano lavoro qualificato nel Mezzogiorno invece di sussidiare la rassegnazione. Significherebbe trattenere nelle università meridionali i ricercatori che formano. Significherebbe che un giovane salentino con una laurea in ingegneria o in fisica trova a Lecce, a Bari, a Otranto un’opportunità comparabile a quella che troverebbe a Milano. Non per obbligarlo a restare: per renderlo libero di scegliere davvero.

Un’applicazione vissuta

Io sono uno che è restato. Non per mancanza di alternative: per scelta, e per scommessa. La scommessa che le tecnologie digitali avrebbero reso possibile costruire dal Salento quello che prima richiedeva di partire: imprese, piattaforme, reti, informazione.

GiaNet Media e tutto l’ecosistema che ne è nato (InOnda Network, le piattaforme del Trovido Network, JobFlow che connette domanda e offerta di lavoro proprio per trattenere competenze sul territorio) sono la dimostrazione pratica che il diritto di restare si può costruire. Non aspettando che arrivi qualcuno a portare lavoro, ma creando le infrastrutture digitali che permettono al lavoro di nascere qui.

Ogni giovane che grazie a una connessione e a una competenza può lavorare da Otranto per un cliente di Milano o di Berlino senza salire su un treno è una piccola vittoria del quarto comma dell’articolo 35 letto al contrario: non la tutela di chi parte, ma la costruzione delle condizioni per cui partire torni a essere una libertà e non una necessità.

La stella polare di Salento Dinamico

Salento Dinamico è nato esattamente da questa intuizione, più di vent’anni fa: che un territorio periferico potesse smettere di essere un serbatoio di emigrazione e diventare un luogo di ritorno e di attrazione. Che la rivoluzione digitale potesse rovesciare la geografia che condanna le periferie.

I dati Svimez dicono che la strada è ancora lunga: 6,8 miliardi all’anno di capitale umano che parte verso Nord sono la misura di quanto resta da fare. Ma dicono anche che dove le università meridionali migliorano, i ragazzi cominciano a restare. La tendenza si inverte investendo, non rassegnandosi.

Bruno Trentin diceva che la libertà viene prima. Per i giovani del Salento, la libertà che viene prima di tutte è questa: poter scegliere se partire o restare, senza che la scelta sia già scritta nella geografia. Tutto quello che costruiamo, lo costruiamo per quella libertà.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; Svimez e Save the Children, rapporto “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay”, febbraio 2026; elaborazioni Svimez su dati AlmaLaurea, indagine sulla condizione occupazionale dei laureati, 2025; Organizzazione Internazionale del Lavoro, Dichiarazione di Filadelfia, 1944; Bruno Trentin, La libertà viene prima, Editori Riuniti 2004; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 35; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.

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