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Taranto, il più grande complesso siderurgico d’Europa, è fermo. E con lui si decide se l’Italia avrà un’industria dell’acciaio nel futuro

da 12 Giugno 2026Economia, Europa Strategica0 commenti

La vertenza ex Ilva è la più difficile d’Italia: 4.450 lavoratori in cassa integrazione e un piano di decarbonizzazione che fatica a partire. Intanto l’Europa ha acceso il CBAM, la tassa sul carbonio alle frontiere. La sfida dell’acciaio verde si gioca qui, in Puglia

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Si può essere sviluppati senza essere progrediti.»
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, 1975


La vertenza più difficile d’Italia

Quattro giorni fa il ministro delle Imprese e del Made in Italy ha definito quella dell’ex Ilva la vertenza più difficile sul tavolo del governo. Non è un’esagerazione retorica. Dal primo marzo 2026 la maggior parte dei 4.450 lavoratori dello stabilimento di Taranto è in cassa integrazione straordinaria, per dodici mesi. La produzione si è fermata ai livelli minimi. Il più grande complesso siderurgico d’Europa, quindici milioni di metri quadri di impianti, è sospeso in un limbo fatto di trattative, rinvii e annunci che si succedono da anni senza diventare mai realtà.

La gestione è in amministrazione straordinaria sotto il nome di Acciaierie d’Italia. La procedura di vendita degli asset è aperta, con offerte numerose ma poche relative all’intero perimetro industriale. La trattativa con il fondo americano Flacks è andata avanti per mesi tra scadenze fissate e poi spostate: gennaio 2026, poi marzo, poi fine aprile. Il pattern di annunci seguiti da rinvii alimenta uno scetticismo profondo a Taranto, una città che ha imparato a diffidare delle promesse.

Pier Paolo Pasolini, in uno dei suoi scritti più lucidi, distingueva nettamente lo sviluppo dal progresso: si può crescere economicamente, produrre ricchezza e occupazione, e tuttavia non progredire affatto sul piano umano e civile. Taranto è la prova vivente di questa distinzione. Per mezzo secolo ha conosciuto lo sviluppo dell’acciaio: salari, occupazione, contributo al prodotto interno nazionale. Ma quel medesimo sviluppo ha portato con sé una scia di malattia, inquinamento e dolore che nessun bilancio industriale ha mai messo a conto. Sviluppo senza progresso, esattamente.

Il falso dilemma che ha avvelenato tutto

Per decenni, la vicenda di Taranto è stata raccontata come un dilemma tragico e insolubile: lavoro contro salute. O si tiene aperta la fabbrica, e si accetta l’inquinamento, oppure si chiude, e si condanna una città alla disoccupazione. Una scelta impossibile, che ha lacerato la comunità tarantina e che ha tenuto in ostaggio la politica italiana per una generazione.

Quel dilemma, oggi, è tecnologicamente superato. Non perché sia diventato facile, ma perché esiste una via che permette di produrre acciaio senza avvelenare chi lo produce e chi vive intorno alla fabbrica. Si chiama acciaio verde, ed è il cuore della sfida industriale europea dei prossimi vent’anni. La domanda non è più se sia possibile fare acciaio in modo pulito. La domanda è se l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, sapranno cogliere questa occasione o se la lasceranno ad altri.

Cos’è l’acciaio verde, spiegato semplice

La siderurgia tradizionale, quella degli altiforni di Taranto, funziona da oltre un secolo nello stesso modo: si usa il coke, cioè il carbone, per trasformare il minerale di ferro in ferro metallico. Questo processo libera enormi quantità di anidride carbonica e di sostanze inquinanti. La siderurgia è, da sola, responsabile di circa il 7 per cento delle emissioni mondiali di CO2.

L’acciaio verde rovescia questo schema. Al posto del carbone si usa l’idrogeno: il minerale di ferro viene trasformato attraverso un processo chiamato riduzione diretta, o DRI, che produce ferro senza emettere anidride carbonica, perché lo scarto della reazione con l’idrogeno è semplicemente acqua. Il ferro così ottenuto viene poi fuso in forni elettrici ad arco, alimentabili con energia rinnovabile. Se l’idrogeno è verde, prodotto cioè da fonti rinnovabili come abbiamo raccontato in questa rubrica, l’intera filiera può abbattere drasticamente le emissioni.

Il piano per Taranto prevede esattamente questo: un reattore di riduzione diretta alimentato a gas e progressivamente a idrogeno, affiancato da un massimo di tre forni elettrici, con l’obiettivo di una decarbonizzazione da completare entro il 2032. Sulla carta, le tecnologie consentirebbero un taglio rilevante della CO2 rispetto agli altiforni. Sulla carta. Perché tra il piano e la sua realizzazione c’è di mezzo tutto ciò che a Taranto, finora, non ha funzionato.

Perché l’acciaio è una questione strategica europea

Qui il discorso si allarga, e diventa pienamente europeo. L’acciaio non è un materiale qualunque. È la base materiale di quasi tutto: automobili, treni, navi, ponti, edifici, elettrodotti, pale eoliche, armamenti. Un continente che non produce acciaio è un continente che dipende dagli altri per la propria industria, la propria difesa, la propria autonomia. Per questo l’Unione Europea ha stabilito un principio chiaro: l’acciaio verde per le vetture e le infrastrutture del futuro deve essere prodotto in Europa.

Ma c’è un problema enorme. Produrre acciaio verde costa di più che produrre acciaio tradizionale. E sul mercato globale c’è una sovraccapacità strutturale di acciaio prodotto in modo sporco, soprattutto in Cina, India e Turchia, a prezzi contro cui l’acciaio pulito europeo non può competere ad armi pari. Il tasso di utilizzo della capacità produttiva globale di acciaio è sceso al 61 per cento, segno di un mercato saturo dove l’acciaio a basso costo e ad alte emissioni inonda il mondo.

Se l’Europa imponesse alle proprie acciaierie di decarbonizzare senza proteggerle da questa concorrenza, le condannerebbe semplicemente a chiudere, sostituite da importazioni ancora più inquinanti. Sarebbe un disastro doppio: economico e ambientale. Per questo l’Unione si è dotata di uno strumento nuovo.

Il CBAM, l’arma europea contro l’acciaio sporco

Dal primo gennaio 2026 è entrato nella sua fase definitiva il Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, in sigla CBAM. È, in sostanza, una tassa sul carbonio applicata ai prodotti importati nell’Unione: cemento, alluminio, fertilizzanti, energia, idrogeno e, appunto, acciaio. Chi importa in Europa acciaio prodotto con alte emissioni dovrà pagare un dazio ambientale proporzionato alla CO2 incorporata in quel prodotto.

La logica è semplice e intelligente: equiparare i costi ambientali tra chi produce in Europa rispettando regole severe e chi produce altrove senza alcun vincolo. Si combatte così il fenomeno del carbon leakage, la delocalizzazione delle produzioni inquinanti verso paesi senza regole. A dicembre 2025 Bruxelles ha rafforzato il meccanismo, estendendolo a 180 nuovi prodotti, e ha istituito un Fondo per la decarbonizzazione destinato a sostenere temporaneamente la siderurgia europea durante la transizione.

Il CBAM è una delle dimostrazioni più concrete di cosa significhi sovranità europea: usare la dimensione del mercato unico, il più grande del mondo, per imporre i propri standard ambientali anche a chi vorrebbe aggirarli. È lo stesso principio che questa rubrica ha raccontato per il GDPR e per l’AI Act. L’Europa, quando vuole, sa difendersi e dettare le regole.

Ma il sogno si sta arrugginendo

Sarebbe disonesto raccontare solo la parte luminosa. Il sogno dell’acciaio verde europeo, in questi mesi, sta incontrando difficoltà serie. Il progetto simbolo del continente, l’impianto di Stegra a Boden, nel nord della Svezia, salutato da Bruxelles come il più grande progetto al mondo di idrogeno rinnovabile applicato alla siderurgia, ha rallentato. Le tecnologie sono risultate più costose del previsto, i prezzi dell’energia restano alti, e la concorrenza dell’acciaio non verde è schiacciante. L’acciaio verde, semplicemente, ha un prezzo che il mercato non è ancora pronto a pagare spontaneamente.

Questo significa che la transizione non si farà da sola, per virtù del mercato. Richiede una politica industriale forte: investimenti pubblici, energia rinnovabile a basso costo, protezione commerciale intelligente come il CBAM, e tempo. È esattamente il tipo di sfida in cui l’Europa rischia di restare a metà del guado, come abbiamo visto per l’idrogeno e per l’automotive in questa stessa rubrica. La direzione è giusta. La realizzazione è in salita.

La sinergia che la Puglia ha tra le mani

E qui arriva il punto che riguarda direttamente il nostro territorio, e che lega insieme diversi fili che questa rubrica ha seguito nei mesi scorsi. Il piano di decarbonizzazione di Taranto prevede la riduzione diretta del ferro con l’idrogeno. La Puglia, contemporaneamente, sta costruendo a Brindisi, Taranto e Cerignola la Puglia Green Hydrogen Valley, di cui abbiamo scritto: tre impianti per produrre idrogeno verde con 370 milioni di finanziamento europeo. E all’Università del Salento è appena stato brevettato un materiale che rende più efficienti gli elettrolizzatori, il cuore della produzione di idrogeno.

Mettiamo insieme i pezzi. Una regione che produce idrogeno verde. Un’università che ne migliora la tecnologia. E il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, nella stessa regione, che ha bisogno proprio di idrogeno verde per decarbonizzare. Esiste, almeno sulla carta, la possibilità di una filiera regionale integrata, in cui l’idrogeno prodotto in Puglia alimenta l’acciaio verde di Taranto, con la ricerca pugliese a fare da motore tecnologico. Sarebbe il primo grande polo europeo di siderurgia a idrogeno, costruito interamente nel Mezzogiorno.

Non è fantascienza, ma non è nemmeno facile. Richiede che ognuno di questi pezzi funzioni e che qualcuno abbia la visione di connetterli, invece di trattarli come dossier separati gestiti da tavoli diversi che non si parlano.

Quello che serve adesso

La prima cosa che serve a Taranto è uscire dall’incertezza. Come hanno osservato molti, la parola decarbonizzazione, se non accompagnata da atti verificabili, rischia di restare uno slogan. Serve un piano industriale solido, un acquirente serio per l’intero perimetro, e la garanzia che la transizione avvenga senza interrompere la produzione e senza scaricarne i costi sui lavoratori e sulle comunità. La cassa integrazione non è una soluzione: è una sospensione del problema che logora le famiglie e svuota la città.

La Regione Puglia, le istituzioni locali e il governo nazionale hanno responsabilità diverse ma convergenti. Il governo deve gestire la vendita e la continuità produttiva, e la responsabilità nazionale qui è prevalente. L’Europa deve sostenere la transizione con i fondi e con la protezione commerciale del CBAM. Il territorio deve pretendere che la decarbonizzazione di Taranto sia connessa alla filiera dell’idrogeno verde pugliese, trasformando una vertenza difensiva in un progetto industriale offensivo. Difendere i posti di lavoro è necessario, ma non basta: bisogna costruirne di nuovi, dentro una siderurgia che abbia un futuro.

Salento Dinamico e l’acciaio che non avvelena

Pasolini aveva ragione: lo sviluppo non è il progresso. Taranto ha pagato per mezzo secolo il prezzo di uno sviluppo che non è stato progresso, di una ricchezza costruita sulla malattia. La sfida dell’acciaio verde è la possibilità storica di avere finalmente entrambi: il lavoro e la salute, l’industria e l’ambiente, lo sviluppo e il progresso, insieme e non più contrapposti.

Salento Dinamico ha sempre sostenuto che il Mezzogiorno non deve scegliere tra essere una terra di lavoro e una terra di bellezza, tra fabbriche e salute. Questa contrapposizione è stata la condanna del Sud per generazioni. La transizione verde, se governata con competenza e con visione, è l’occasione per superarla. Taranto, da simbolo del dilemma irrisolvibile, potrebbe diventare il simbolo della sua soluzione. Ma le occasioni, in questa parte d’Italia, hanno l’abitudine di passare accanto senza fermarsi. Sta a noi decidere se questa volta sarà diverso.


Fonti: Il Tarantino, 9 giugno 2026 (dichiarazioni del Ministro, dati cassa integrazione e 4.450 lavoratori); Italia Informa, novembre 2025 (piano di decarbonizzazione, reattore DRI e forni elettrici); AboutHat (procedura vendita asset Acciaierie d’Italia); VentiperQuattro e CosmoPolis, maggio 2026 (Taranto Eco Forum, tecnologie di decarbonizzazione); David Carretta, ottobre 2025 (Stegra e difficoltà acciaio verde europeo); Renewable Matter, dicembre 2025 (rafforzamento CBAM, Decarbonisation Fund); Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e EUR-Lex (CBAM, Regolamento UE 2023/956); QuiBrescia, dicembre 2025 (CBAM e siderurgia italiana); Commissione europea, DG TAXUD (fase definitiva CBAM 2026)

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