Spendiamo più degli Stati Uniti: perché allora i brevetti del quantum non sono nostri?
L’Italia accompagna IonQ a Roma e celebra l’attrazione di capitali esteri. Ma se il vero problema non è quanto investiamo, bensì a chi diamo credito, stiamo costruendo sovranità o stiamo solo importando campioni altrui?
di Francesco Giannetta, giugno 2026
“Conoscere per deliberare.” Luigi Einaudi, Prediche inutili (1956)
Il paradosso che i numeri di Urso confessano
Va riconosciuto al ministro Adolfo Urso un merito raro nel dibattito italiano: porta numeri, e questa volta porta anche un’ammissione. Sul quantum, dice, il ritardo europeo non dipende dagli investimenti pubblici. L’Europa ha mobilitato oltre 11 miliardi di euro in cinque anni, più di quanto abbia messo sul piatto il governo federale degli Stati Uniti, che a oggi si ferma intorno ai 6 miliardi di dollari. Il dato è confermato dalle fonti indipendenti, dalla Strategia quantistica della Commissione europea agli osservatori internazionali.
E allora dov’è il buco? Lo confessano gli stessi numeri che il ministro cita. Sul fronte degli investimenti privati gli Stati Uniti attraggono circa il 44 per cento del capitale globale nel quantum, contro poco più del 12 per cento dell’Europa. E sul fronte dei brevetti, cioè della proprietà, l’Europa detiene appena il 6 per cento del totale mondiale. Tradotto in una frase: mettiamo il denaro pubblico nella scienza, e poi i brevetti finiscono altrove. Paghiamo la ricerca e regaliamo la proprietà.
C’è anche un dettaglio che la cornice del ministro lascia in ombra. Nel raccontare il divario, Urso confronta il 6 per cento europeo con il 23 per cento statunitense, “quasi quattro volte”. Ma il vero padrone dei brevetti quantistici non è Washington: è Pechino, che da sola ne controlla circa il 46 per cento, secondo il Centro comune di ricerca della Commissione europea. Se la partita dell’intelligenza artificiale ci ha insegnato a guardare a ovest, quella del quantum si gioca anche, e forse soprattutto, a est. Rispondere a un divario globale importando un campione americano significa leggere male la mappa.
Il paradosso europeo: tante imprese, pochi brevetti
Il punto non è un’opinione, è una diagnosi ufficiale. Il Centro comune di ricerca della Commissione lo ha messo nero su bianco: l’Europa ospita circa il 32 per cento delle imprese quantistiche del mondo, ma produce solo il 6 per cento dei brevetti. Sappiamo generare ricerca e start up, non sappiamo trasformarle in innovazione protetta e in prodotti pronti per il mercato. È il famoso paradosso europeo: bravissimi a inventare, incapaci di possedere ciò che inventiamo.
Quando gli analisti cercano la causa, indicano sempre la stessa cosa: la frammentazione e la dispersione degli investimenti pubblici. Tanti programmi europei, tante iniziative nazionali, tante collaborazioni che marciano in ordine sparso, e start up che non riescono a crescere di scala. Non è un problema di quantità di risorse. È un problema di come quelle risorse vengono distribuite e a chi.
Dove finisce il merito
Qui arrivo al punto che la politica preferisce non toccare, e che dico per quello che ho visto in anni di osservazione del nostro Paese. La dispersione non è solo un difetto tecnico di coordinamento: è il sintomo di un sistema in cui il denaro per l’innovazione troppo spesso non segue il merito, ma la prossimità al potere. Si finanzia chi è vicino al partito o al politico di turno, si distribuisce a pioggia per non scontentare nessuno, e così le risorse si volatilizzano senza lasciare né brevetti né imprese capaci di competere. Chi ha le idee, le competenze e una strategia vera per stare sui mercati internazionali spesso parte già perdente, perché il credito non si dà a chi lo merita ma a chi conta, e questo accade a ogni livello, da quello locale fino alla cima della piramide.
È una lettura politica, la mia, e come tale la presento. Ma spiega bene perché un continente che spende più degli altri produca meno: se selezioni i progetti per fedeltà invece che per qualità, è quasi matematico che la qualità finisca altrove. E quando un sistema non premia chi costruisce, chi costruisce, prima o poi, costruisce da un’altra parte.
I cervelli che se ne vanno, le imprese che ci comprano
Non è una novità, è una ferita antica. Il microprocessore, il cuore di ogni computer, lo ha progettato un italiano di Vicenza, Federico Faggin, ma lo ha fatto in California, perché qui non avrebbe trovato né capitali né fiducia. È la storia di sempre: il talento italiano nasce in Italia e fiorisce all’estero, e con lui se ne va il brevetto, cioè il valore.
Oggi quella ferita ha una versione aggiornata. IonQ, l’azienda statunitense leader nel calcolo quantistico a ioni intrappolati che sta aprendo la sua sede europea a Roma, è cresciuta sul nostro continente non solo investendo, ma comprando: ha acquisito la britannica Oxford Ionics e la svizzera ID Quantique, due tra i campioni quantistici europei. L’Europa genera le eccellenze, gli Stati Uniti se le portano a casa con la proprietà intellettuale annessa. È esattamente il meccanismo che svuota la classifica dei brevetti: non perché manchino i cervelli, ma perché non li teniamo.
Attrarre non è possedere, di nuovo
Sia chiaro, e lo ripeto perché è importante: l’arrivo di IonQ a Roma non è una sciagura. Cento e più assunzioni, uno stack quantistico completo dall’hardware alla crittografia, un dirigente di origine italiana al vertice della filiale e competenze che possono irrigare l’ecosistema nazionale sono cose buone. Chiudere le porte sarebbe stupido. Il problema non è che IonQ venga. Il problema è scambiare l’arrivo di un colosso straniero per una strategia industriale.
Perché è la stessa logica dei data center di cui scrivevo qualche giorno fa: attrarre non è possedere. Ospitare la sede europea di un’azienda americana non è la stessa cosa che possedere l’azienda, i suoi brevetti, le sue infrastrutture. La domanda da porsi non è se IonQ apre a Roma, ma a quali condizioni: con quali quote di proprietà intellettuale che restano italiane ed europee, con quali joint venture che coinvolgono imprese e ricercatori nostri come soci e non come fornitori, con quale obbligo di trattenere qui le competenze che si formano. Gli strumenti per farlo esistono: il progetto comune europeo sul quantum, l’annunciato Quantum Act del 2026, il fondo ibrido pubblico e privato che Bruxelles sta preparando per colmare proprio il divario di capitale privato. Ma funzioneranno solo se l’Europa deciderà di possedere la filiera e di dare credito ai propri talenti sul merito, invece di limitarsi a fare da bella sede per chi i brevetti li deposita altrove.
Cosa può chiedere la Puglia
In questo quadro la Puglia ha più carte di quante gliene riconosca il racconto nazionale. Ha un ecosistema di ricerca vivo, dalle università pugliesi ai centri del CNR sul territorio, che lavora su frontiere come la fisica avanzata, la fotonica e i nuovi materiali, terreni contigui alle tecnologie quantistiche. Sono asset veri, e vanno valorizzati prima che emigrino.
Quello che la Regione può fare, nei limiti delle sue competenze, è porre una condizione politica chiara a ogni investimento tecnologico che guarda al suo territorio: formazione di competenze locali, quota di valore e di proprietà intellettuale che resta in Puglia, e credito dato ai talenti pugliesi sulla base del merito, non delle appartenenze. Può candidarsi nei programmi nazionali ed europei sul quantum non come semplice sede da offrire, ma come socio che porta cervelli e pretende di tenerli. I vincoli che oggi rendono tutto più difficile, dalle regole europee sugli aiuti di Stato all’impianto frammentato della strategia nazionale decisa a Roma, non nascono in Puglia: nascono a un livello più alto, ed è lì che vanno chieste le scelte coraggiose che mancano. La Regione può essere il soggetto che le rivendica, non quello che le subisce.
Un’applicazione vissuta
So bene cosa significa scegliere di possedere invece di affittare, perché è la logica con cui ho costruito Salento Dinamico più di vent’anni fa, tra il 2000 e il 2005, e che ho poi messo a terra con InOnda Network, la web tv e le piattaforme del progetto Trovido. Sono infrastrutture mie, ospitate su domini miei, costruite scommettendo su competenze del territorio invece di limitarmi a noleggiare la tecnologia di qualcun altro. È la strada più faticosa e più lenta, certo. Ma è la differenza tra dare credito a chi ha le idee per costruire e aspettare che arrivi un campione da fuori a decidere al posto nostro. Quando dico che l’Europa deve premiare il merito e tenersi i brevetti, non parlo in astratto: descrivo, su scala più grande, la stessa scommessa che provo a portare avanti ogni giorno sul mio pezzo di Salento.
La domanda che resta
Einaudi scriveva che bisogna conoscere per deliberare. Vale anche per i soldi pubblici: si dovrebbe finanziare conoscendo il merito, non l’appartenenza. Dal Salento all’Europa il principio non cambia. Chi possiede l’infrastruttura e i brevetti possiede il futuro; chi si limita a ospitarli, e a distribuire risorse per fedeltà invece che per qualità, scopre prima o poi di aver pagato la festa di qualcun altro. La domanda da rivolgere al ministro Urso, allora, non è se l’Italia sappia attrarre. È se vogliamo essere ospiti o protagonisti. E protagonista, nel quantum come nel resto, lo diventa solo chi ha il coraggio di scommettere sui propri talenti prima che lo facciano gli altri.
Fonti: Commissione europea, Strategia europea per le tecnologie quantistiche (luglio 2025) e Centro comune di ricerca (JRC); ECIPE, benchmarking sulle tecnologie quantistiche; CEPA, analisi sugli investimenti quantistici; dichiarazioni del ministro Adolfo Urso; comunicati IonQ e cronache su IonQ Italia (Decode39); rapporto Draghi sulla competitività europea.














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