Lo Stato può togliere al mercato l’acqua, l’energia e i servizi essenziali: l’articolo della Costituzione che pochi conoscono e che parla di beni comuni
Il quarantatreesimo articolo della Costituzione, la possibilità di sottrarre alla logica del profitto i servizi pubblici essenziali e le fonti di energia, e la lunga battaglia italiana sull’acqua pubblica che riguarda da vicino la Puglia
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«Ci sono beni che non possono appartenere a nessuno perché devono appartenere a tutti. L’acqua, l’aria, la terra: chi li trasforma in merce non vende un prodotto, vende un pezzo di vita che era di tutti e diventa di pochi.»
— Stefano Rodotà, giurista, Il diritto di avere diritti, 2012
L’articolo dei beni comuni
Tra gli articoli della parte economica della Costituzione, l’articolo 43 è forse il meno conosciuto dal grande pubblico, eppure è uno dei più potenti e dei più attuali. Perché contiene un principio che il dibattito contemporaneo ha riscoperto con forza: l’idea che alcuni beni e alcuni servizi siano troppo importanti per essere lasciati alla pura logica del mercato e del profitto.
«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.»
Un solo comma, lungo e denso. Ma quel comma contiene una delle possibilità più radicali che la Costituzione mette a disposizione della Repubblica: sottrarre al mercato, per ragioni di utilità generale, le imprese che gestiscono servizi pubblici essenziali, fonti di energia o situazioni di monopolio di rilevante interesse collettivo.
Cosa dice davvero l’articolo 43
L’articolo 43 stabilisce che lo Stato può fare tre cose con le imprese di interesse generale. Può “riservarle originariamente”: cioè stabilire fin dall’inizio che una certa attività può essere svolta solo dal pubblico. Può “trasferirle mediante espropriazione”: cioè portare in mano pubblica imprese che erano private, pagando un indennizzo. E può affidarle non solo allo Stato e agli enti pubblici, ma anche a “comunità di lavoratori o di utenti”: una formula sorprendentemente moderna che apre alla gestione partecipata, cooperativa, dei beni comuni.
Ma non per qualsiasi impresa: solo per quelle che hanno determinate caratteristiche. Devono riferirsi a “servizi pubblici essenziali” (l’acqua, l’energia, i trasporti, le telecomunicazioni), oppure a “fonti di energia”, oppure a “situazioni di monopolio”. E in ogni caso devono avere “carattere di preminente interesse generale”. Non è un potere arbitrario: è uno strumento preciso per casi precisi.
I costituenti, scrivendo questo articolo, avevano in mente una verità che il Novecento aveva insegnato a caro prezzo: ci sono attività in cui la logica del profitto privato confligge con l’interesse collettivo. Se l’acqua è gestita solo per il profitto, chi non può pagare resta senz’acqua. Se l’energia è in mano a un monopolio privato, quel monopolio può imporre prezzi e condizioni alla collettività. Per questi casi, la Costituzione prevede la possibilità di sottrarre l’attività al mercato e affidarla alla gestione pubblica o comunitaria.
La storia: dalle nazionalizzazioni alle privatizzazioni e ritorno
L’articolo 43 ha avuto applicazioni importanti nella storia repubblicana. La più celebre è la nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962, quando lo Stato creò l’ENEL unificando le imprese elettriche private in un monopolio pubblico. Fu una delle grandi scelte economiche dell’Italia repubblicana, fondata proprio sull’articolo 43: l’energia elettrica era considerata un servizio essenziale e una situazione di monopolio naturale, da gestire nell’interesse generale.
Per decenni, in Italia, i servizi pubblici essenziali furono in larga parte pubblici: l’energia, il telefono, i trasporti ferroviari, l’acqua. Poi, a partire dagli anni Novanta, il pendolo oscillò nella direzione opposta: la stagione delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, spinta anche dalle politiche europee sulla concorrenza, portò alla cessione di molte imprese pubbliche e all’apertura al mercato di settori prima riservati al pubblico.
Le privatizzazioni furono presentate come la soluzione a tutti i mali: il privato avrebbe gestito meglio, con più efficienza, a costi minori. In alcuni casi è stato così. In altri, l’esito è stato diverso: tariffe aumentate, investimenti ridotti, qualità del servizio peggiorata, profitti privatizzati e perdite socializzate. Il dibattito su quale sia il modello migliore, pubblico o privato, per i servizi essenziali non si è mai chiuso, e negli ultimi anni il pendolo ha ricominciato a oscillare verso una riscoperta della gestione pubblica.
La battaglia dell’acqua: il referendum del 2011 e la sua eredità
Il caso più emblematico di questa riscoperta è quello dell’acqua. Nel 2011 si tenne un referendum che segnò profondamente la coscienza civile italiana: 27 milioni di italiani votarono per abrogare le norme che imponevano la privatizzazione della gestione del servizio idrico e che garantivano una remunerazione del capitale investito ai gestori privati. Fu un voto popolare schiacciante, un’affermazione di principio chiarissima: l’acqua è un bene comune, non una merce, e la sua gestione deve essere sottratta alla logica del profitto.
Quel referendum si fonda esattamente sullo spirito dell’articolo 43: l’acqua come servizio pubblico essenziale di preminente interesse generale, da gestire nell’interesse della collettività e non per il profitto privato. La volontà popolare fu netta. Ma la sua attuazione concreta è stata, in questi quindici anni, lenta, parziale, contestata. Tanto che nel 2025 il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, accusando lo Stato italiano di aver tradito la volontà referendaria.
Eppure qualcosa si muove, ed è importante registrarlo. Nel marzo 2026 il Tribunale di Firenze ha confermato il trasferimento del 40 per cento di Publiacqua, il gestore del servizio idrico dell’area Firenze-Prato-Pistoia, a una multiutility interamente pubblica, respingendo il ricorso del socio privato. È un caso che ha valore di precedente: dimostra che la ripubblicizzazione dell’acqua è giuridicamente possibile e concretamente realizzabile, anche dopo anni di gestione mista.
La Puglia e l’Acquedotto Pugliese: un modello di acqua pubblica
Questa storia riguarda da vicino la Puglia, che su questo tema ha qualcosa da insegnare all’Italia intera. L’Acquedotto Pugliese, il più grande acquedotto d’Europa, che porta l’acqua a milioni di pugliesi attraverso migliaia di chilometri di rete, è una società interamente pubblica. E tra il 2025 e l’inizio del 2026 la Regione Puglia e i Comuni hanno avviato e formalizzato il trasferimento di quote dell’Acquedotto Pugliese ai Comuni pugliesi, per consolidare un assetto interamente pubblico e controllato congiuntamente dai territori.
L’Autorità Idrica Pugliese è costruita attorno a un principio esplicito: l’acqua è governata dai Comuni, non dal mercato. È esattamente lo spirito dell’articolo 43 applicato a un servizio pubblico essenziale: l’acqua dei pugliesi gestita dai pugliesi, nell’interesse generale, sottratta alla logica del profitto privato.
Va detto con onestà che la gestione pubblica non è di per sé garanzia di efficienza: i dati dell’ARERA, l’autorità di regolazione, mostrano che il Mezzogiorno sconta ancora ritardi infrastrutturali rispetto al Centro-Nord nella qualità tecnica del servizio idrico, con perdite di rete elevate e impianti da ammodernare. La gestione pubblica dell’acqua in Puglia è un patrimonio da difendere, ma anche una responsabilità da onorare con investimenti, efficienza e qualità del servizio. Il modello pubblico va difeso dimostrando che funziona, non solo affermando che è giusto.
Il M5S e i beni comuni
C’è un filo che lega l’articolo 43, il referendum sull’acqua del 2011 e la storia politica recente. Il Movimento 5 Stelle ha fatto della difesa dell’acqua pubblica e dei beni comuni una delle proprie battaglie identitarie fin dalle origini, presentando proposte di legge per la ripubblicizzazione del servizio idrico e opponendosi ai tentativi di reintrodurre i privati nella gestione delle reti.
È una posizione che ha un fondamento costituzionale preciso proprio nell’articolo 43: l’idea che i servizi pubblici essenziali, e l’acqua in primo luogo, debbano essere sottratti alla pura logica di mercato e gestiti nell’interesse generale. Non per ideologia astratta, ma per un principio concreto: l’acqua, l’energia, i servizi essenziali sono condizioni della dignità della vita, e la dignità della vita non può dipendere dalla capacità di pagare il prezzo che il mercato impone.
Nel 2025 il dibattito si è riacceso quando il governo ha elaborato norme che avrebbero consentito l’ingresso di soggetti privati fino al 20 per cento nelle società pubbliche che gestiscono le reti idriche, una scelta che i movimenti per l’acqua pubblica hanno denunciato come un aggiramento della volontà referendaria. La tensione tra le due visioni, l’acqua come bene comune e l’acqua come mercato, è tutt’altro che risolta.
Le fonti di energia: l’attualità dell’articolo 43
L’articolo 43 non parla solo di servizi pubblici, ma esplicitamente di “fonti di energia”. E in un’epoca di transizione energetica, di crisi dei prezzi dell’energia, di bollette che hanno messo in ginocchio famiglie e imprese, questo riferimento acquista un’attualità straordinaria.
La crisi energetica degli ultimi anni ha mostrato cosa significa dipendere da un mercato energetico volatile e da fonti controllate da pochi soggetti. I prezzi dell’energia che esplodono, le famiglie che non riescono a pagare le bollette, le imprese che chiudono per i costi energetici insostenibili: sono fenomeni che riportano al centro la domanda dell’articolo 43. L’energia è un bene troppo essenziale per essere lasciato alla pura speculazione di mercato?
Le comunità energetiche rinnovabili, di cui abbiamo parlato in altri contesti, sono una delle risposte più interessanti e più coerenti con lo spirito dell’articolo 43. Sono proprio quelle “comunità di utenti” che l’articolo prevede: cittadini, imprese, enti locali che si associano per produrre e condividere energia rinnovabile, sottraendosi alla dipendenza dal mercato energetico tradizionale e gestendo collettivamente una fonte di energia. È l’articolo 43 del 1947 che parla al futuro dell’energia del 2026.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 43 fosse pienamente valorizzato, la gestione dei servizi pubblici essenziali non sarebbe lasciata a un’ideologia (né il “tutto pubblico” né il “tutto privato”), ma a una valutazione concreta e caso per caso di quale modello serve meglio l’interesse generale. L’acqua, riconosciuta come bene comune dal referendum del 2011, sarebbe gestita pubblicamente in modo efficiente, con investimenti adeguati per ridurre le perdite di rete e migliorare la qualità, soprattutto nel Mezzogiorno.
Le fonti di energia sarebbero governate tenendo conto del loro carattere di interesse generale: non solo profitto, ma sicurezza energetica, accessibilità delle tariffe, sostenibilità ambientale. Le comunità energetiche rinnovabili sarebbero promosse e sostenute come strumento di gestione collettiva e democratica dell’energia, esattamente come l’articolo 43 prevede.
E i monopoli naturali, quelle situazioni in cui per ragioni tecniche un solo soggetto gestisce un’infrastruttura essenziale (le reti idriche, le reti energetiche, le reti di trasporto), sarebbero governati nell’interesse generale, con regole che impediscano l’abuso della posizione monopolistica a danno dei cittadini.
Un’applicazione vissuta
Il tema dei beni comuni e della loro gestione collettiva è profondamente coerente con la filosofia di Salento Dinamico e con il modo in cui ho costruito le piattaforme del Trovido Network. L’idea di fondo è la stessa: ci sono risorse, conoscenze, opportunità che non devono essere concentrate nelle mani di pochi, ma rese accessibili e condivise.
Le piattaforme digitali che ho costruito nascono da una visione che ha qualcosa in comune con lo spirito dell’articolo 43: l’idea che le infrastrutture digitali possano essere strumenti di democratizzazione, di accesso condiviso a competenze e opportunità, invece che strumenti di concentrazione del potere nelle mani di pochi grandi soggetti. In un’epoca in cui i veri monopoli sono quelli delle grandi piattaforme tecnologiche globali, costruire alternative locali, accessibili, partecipate è un modo di applicare lo spirito dell’articolo 43 al mondo digitale.
Salento Dinamico guarda con particolare attenzione alle comunità energetiche rinnovabili come strumento di sviluppo territoriale: comunità di cittadini e imprese che producono e condividono energia pulita, riducendo la dipendenza dal mercato energetico, abbassando i costi, creando valore che resta sul territorio. È uno degli strumenti più concreti per applicare la filosofia dei beni comuni a un territorio come il Salento, ricco di sole e di vento, che potrebbe produrre molta più energia rinnovabile di quanta ne consuma, gestendola collettivamente nell’interesse delle comunità locali.
La stella polare di Salento Dinamico
Stefano Rodotà, uno dei più grandi giuristi italiani e teorico dei beni comuni, lo aveva spiegato con chiarezza: ci sono beni che non possono appartenere a nessuno perché devono appartenere a tutti. L’acqua, l’energia, i servizi essenziali sono di questa natura: trasformarli in pura merce significa privare i cittadini di un pezzo della loro dignità.
Salento Dinamico raccoglie questa visione: lo sviluppo di un territorio non si misura solo dalla ricchezza che produce, ma da come gestisce i suoi beni comuni. Un territorio in cui l’acqua è pubblica e ben gestita, in cui l’energia è prodotta e condivisa dalle comunità, in cui i servizi essenziali sono accessibili a tutti, è un territorio che cresce in modo giusto e sostenibile.
L’articolo 43 ci ricorda che il mercato non è l’unica forma di organizzazione economica possibile, e che per alcuni beni essenziali esistono alternative: la gestione pubblica, quella comunitaria, quella partecipata. La Puglia, con il suo Acquedotto Pugliese interamente pubblico, è già un esempio di questa visione. Costruire Salento Dinamico significa anche estendere questa logica all’energia, alle infrastrutture digitali, a tutti i beni che sono troppo importanti per essere lasciati al solo profitto. Perché alcuni beni, come diceva Rodotà, devono appartenere a tutti.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; referendum abrogativo sull’acqua pubblica del 12-13 giugno 2011; legge n. 1643/1962, nazionalizzazione dell’energia elettrica e istituzione dell’ENEL; Tribunale civile di Firenze, sentenza del 10 marzo 2026 su Publiacqua; Regione Puglia e Autorità Idrica Pugliese, atti sul trasferimento di quote dell’Acquedotto Pugliese ai Comuni, 2025-2026; ARERA, risultati della regolazione della qualità tecnica del servizio idrico 2022-2023; Stefano Rodotà, Il diritto di avere diritti, Laterza 2012; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 43; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.












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