La Costituzione vuole che la terra sia coltivata e produca per tutti: ma nel Salento devastato dalla Xylella, cosa resta di quella promessa?
Il quarantaquattresimo articolo della Costituzione, lo sfruttamento razionale del suolo e gli equi rapporti sociali nelle campagne, la sfida di ricostruire l’agricoltura dopo il disastro e il rischio di una terra che smette di essere coltivata per diventare distesa di pannelli o parcheggio
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«La terra è di chi la lavora, ma è anche di tutti quelli che da essa traggono il pane. Una terra abbandonata non è solo una perdita per il contadino: è una ferita per l’intera comunità che da quella terra dovrebbe vivere.»
— Rocco Scotellaro, poeta e sindaco contadino di Tricarico, 1950
L’articolo che guarda alla terra
Dopo gli articoli sulla proprietà in generale e sui beni comuni, la Costituzione dedica un articolo specifico alla terra, al suolo agricolo, all’agricoltura. Non è un caso: nel 1947 l’Italia era ancora in larga parte un paese contadino, e la questione della terra (chi la possedeva, chi la lavorava, come era distribuita) era una delle più esplosive questioni sociali del paese, soprattutto nel Mezzogiorno.
«Ai fini di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà.
La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.»
Due commi. Il primo, lungo e programmatico, fissa due obiettivi (lo sfruttamento razionale del suolo e gli equi rapporti sociali) e gli strumenti per raggiungerli: obblighi alla proprietà terriera, limiti alla sua estensione, bonifica, trasformazione del latifondo, sostegno alla piccola e media proprietà. Il secondo dedica un’attenzione specifica alle zone montane.
La storia: la questione della terra nel Mezzogiorno
Per capire l’articolo 44 bisogna ricordare cos’era il latifondo nel Mezzogiorno del 1947. Enormi proprietà terriere concentrate nelle mani di pochi proprietari, spesso assenteisti, che lasciavano le terre malamente coltivate o incolte mentre masse di braccianti senza terra vivevano in condizioni di miseria estrema, lavorando a giornata quando c’era lavoro, affamati quando non c’era.
Era una delle ingiustizie sociali più laceranti del paese. Carlo Levi, confinato dal fascismo in Lucania, l’aveva raccontata in “Cristo si è fermato a Eboli”: un mondo contadino abbandonato, dove la terra non produceva quanto avrebbe potuto perché chi la possedeva non aveva interesse a investirla e chi l’avrebbe lavorata non la possedeva. Lo spreco di terra e lo spreco di vite umane andavano insieme.
Nel secondo dopoguerra, la questione della terra esplose. I braccianti del Mezzogiorno, organizzati dai sindacati e dai partiti di sinistra, occuparono le terre incolte dei latifondi per coltivarle. Furono lotte dure, spesso represse nel sangue: a Melissa, in Calabria, nel 1949, la polizia sparò sui braccianti che occupavano le terre, uccidendone tre. Quelle lotte costrinsero lo Stato ad agire.
I costituenti che scrissero l’articolo 44 avevano davanti agli occhi esattamente questa realtà. Il “razionale sfruttamento del suolo” significava: la terra deve essere coltivata, deve produrre, non può essere lasciata incolta da proprietari che non la lavorano. Gli “equi rapporti sociali” significavano: chi lavora la terra deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro, e la distribuzione della proprietà terriera non può essere così iniqua da condannare masse di persone alla miseria.
La riforma agraria: l’articolo 44 applicato
L’articolo 44 ebbe un’applicazione concreta e importante: la riforma agraria del 1950. Lo Stato espropriò parte delle grandi proprietà terriere, le frazionò e le distribuì ai braccianti senza terra, creando centinaia di migliaia di piccoli proprietari coltivatori. Fu una delle più grandi operazioni di redistribuzione della proprietà nella storia italiana, fondata proprio sui principi dell’articolo 44: limiti all’estensione della proprietà, trasformazione del latifondo, sostegno alla piccola proprietà.
La riforma agraria ebbe risultati contrastati. Da un lato spezzò il potere del latifondo, diede la terra a chi la lavorava, creò un ceto di piccoli proprietari coltivatori che cambiò il volto sociale del Mezzogiorno. Dall’altro, molti dei poderi assegnati erano troppo piccoli per essere economicamente sostenibili, mancavano infrastrutture e supporto tecnico, e molti assegnatari finirono per abbandonare la terra ed emigrare negli anni del boom economico.
Ma il principio era stato affermato: la terra non è una proprietà come le altre. Ha una funzione sociale specifica (produrre cibo, dare lavoro, mantenere vivo il territorio) e lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire perché quella funzione sia rispettata.
Il Salento devastato: la Xylella e l’articolo 44 oggi
Settantotto anni dopo, l’articolo 44 parla al Salento con una drammaticità che i costituenti non avrebbero potuto immaginare. Perché il Salento, terra di olivi millenari, ha vissuto negli ultimi anni un disastro che ha trasformato il “razionale sfruttamento del suolo” da principio astratto a tragedia concreta.
La Xylella fastidiosa, il batterio arrivato in Salento intorno al 2013, ha causato il disseccamento di oltre 21 milioni di ulivi in Puglia. Nel solo Salento ha portato alla perdita di oltre 5.000 posti di lavoro nell’olivicoltura e a una riduzione della produzione di olio di oltre l’80 per cento. Dove c’erano oliveti secolari, parte del paesaggio e dell’identità di questa terra da millenni, oggi ci sono distese di tronchi disseccati, un paesaggio spettrale che la CIA ha descritto come una desertificazione in avanzamento, aggravata dagli incendi e dall’abbandono di migliaia di ettari di terreno agricolo.
È esattamente il contrario di quello che l’articolo 44 prescrive. Invece dello sfruttamento razionale del suolo, l’abbandono. Invece di una terra che produce e dà lavoro, una terra ferita e improduttiva. Invece di equi rapporti sociali, agricoltori soli, indebitati, costretti a ripartire da zero o ad arrendersi, mentre i giovani emigrano accelerando lo spopolamento.
E la crisi non è solo la Xylella. Coldiretti Puglia, nella primavera del 2026, ha portato migliaia di agricoltori in piazza per denunciare una crisi senza precedenti: il gasolio agricolo a 1,70 euro al litro, l’aumento dei costi di energia e fertilizzanti, gli eventi climatici estremi, la siccità che colpisce dalla Capitanata al Salento, i margini delle imprese agricole ridotti al punto da minacciare nuove chiusure. La richiesta è stata netta: un “piano Marshall” da 200 milioni per salvare l’agricoltura pugliese.
Il nuovo latifondo: quando la terra smette di essere coltivata
C’è un effetto della crisi agricola di cui si parla troppo poco, e che tocca direttamente il cuore dell’articolo 44. Quando coltivare non rende più, quando la Xylella ha disseccato gli olivi e i costi rendono l’agricoltura una perdita, il proprietario di un terreno agricolo si trova davanti a una tentazione comprensibile: trasformare quella terra in qualcosa che, finalmente, rende. E nel Salento questo significa due cose, sempre più visibili nel paesaggio.
La prima sono i grandi impianti fotovoltaici a terra, distese di pannelli che coprono ettari di terreno un tempo agricolo. La seconda, lungo le coste, sono i parcheggi per le spiagge ricavati in zona agricola, campi spianati e asfaltati o sterrati per ospitare le auto dei bagnanti nei mesi estivi.
Bisogna dire con chiarezza una cosa, per non essere fraintesi: il problema non sono i proprietari. Un agricoltore schiacciato dalla crisi, con gli olivi morti e i conti che non tornano, che affitta il proprio terreno a chi ci mette i pannelli o lo trasforma in parcheggio estivo, non sta facendo nulla di sbagliato: sta cercando di sopravvivere con l’unica entrata che gli resta. La colpa non è di chi è disperato. È del meccanismo che rende più conveniente smettere di coltivare la terra che coltivarla.
Ed è esattamente qui che l’articolo 44 parla al presente. I costituenti scrivevano contro il latifondo incolto: la terra che non produceva perché il proprietario non aveva interesse a lavorarla. Oggi rischiamo un latifondo di tipo nuovo, fatto non di terre abbandonate ma di terre convertite ad altro uso, che rendono al proprietario ma escono dalla funzione che la Costituzione assegna al suolo agricolo: produrre cibo, dare lavoro, mantenere vivo il paesaggio. Il pannello a terra e il parcheggio rendono. Ma la terra, sotto, ha smesso di essere terra coltivata. È lo stesso principio del 1947, applicato al nemico di oggi invece che a quello di ieri.
La distinzione che fa la differenza: l’agrivoltaico è un’altra cosa
Su questo punto serve la massima precisione, perché è facile essere fraintesi e trasformare un ragionamento sul suolo in una crociata contro le rinnovabili. Non è questo il punto. Le rinnovabili sono una necessità, e il fotovoltaico è una parte essenziale della transizione energetica che questo territorio, ricco di sole, deve assolutamente cogliere. Il problema non è il fotovoltaico: è dove lo si mette.
C’è un fotovoltaico che non consuma suolo agricolo ed è anzi parte della soluzione: i pannelli sui tetti dei capannoni, delle case, dei parcheggi già esistenti, delle superfici già costruite e impermeabilizzate; gli impianti sulle aree industriali dismesse, sulle cave esaurite, sui terreni davvero non più produttivi. Qui il fotovoltaico va promosso con forza, senza esitazioni: è energia pulita che non toglie nulla all’agricoltura.
E c’è soprattutto l’agrivoltaico, che è la sintesi più intelligente tra le due esigenze. L’agrivoltaico integra la produzione di energia e la produzione agricola sullo stesso terreno: i pannelli sono sopraelevati, distanziati, orientabili, e sotto di essi si continua a coltivare o a far pascolare gli animali. Il suolo resta agricolo, la coltivazione continua, e in più si produce energia. In un territorio come il Salento, dove il sole è una risorsa enorme e dove molti terreni faticano a essere redditizi con la sola agricoltura, l’agrivoltaico ben progettato può essere una risposta straordinaria: dà all’agricoltore un secondo reddito senza togliergli il primo, mantiene la terra coltivata, produce energia pulita. È esattamente lo spirito dell’articolo 44, il “razionale sfruttamento del suolo”, applicato con gli strumenti del nostro tempo: la terra che produce due volte, cibo ed energia, invece di smettere di produrre cibo per produrre solo energia.
La differenza tra agrivoltaico e fotovoltaico a terra che cancella la coltivazione non è una sfumatura tecnica: è la differenza tra una terra che resta viva e una terra che muore sotto i pannelli. La prima è coerente con la Costituzione, la seconda no. E il compito di una buona politica del territorio è rendere conveniente la prima e disincentivare la seconda, così che l’agricoltore in difficoltà non sia costretto a scegliere tra il reddito e la terra, ma possa avere entrambi.
La risposta delle istituzioni e delle comunità
Di fronte a questo quadro, la risposta deve essere all’altezza di quello che l’articolo 44 prescrive. E qualcosa si muove, su più livelli.
La Regione Puglia ha messo in campo strumenti concreti: il Piano di rigenerazione olivicola, gli stanziamenti per il contrasto alla Xylella, le misure agronomiche obbligatorie per contenere la diffusione del vettore, il protocollo per il contrasto al caporalato firmato nel 2026 per garantire dignità al lavoro agricolo. Sul fronte del consumo di suolo, la Regione ha anche strumenti di pianificazione che individuano le aree idonee e non idonee agli impianti a terra, proprio per orientare il fotovoltaico verso le superfici giuste e proteggere il suolo agricolo produttivo. Sono interventi che vanno nella direzione giusta, anche se la dimensione delle sfide richiede uno sforzo ancora maggiore, nazionale ed europeo.
Ma accanto alle istituzioni, è la società civile a mostrare la strada più coerente con lo spirito dell’articolo 44. Penso a esperienze come quella di San Vito dei Normanni, dove una cooperativa sociale ha preso 50 ettari di terreni confiscati alla criminalità organizzata, abbandonati e degradati, e li ha trasformati in un polmone verde di comunità, piantando oltre 10.000 nuove piante di 40 specie diverse, ricreando da zero un ecosistema che sembrava perduto. “Non siamo semplici agricoltori, siamo curatori della terra”, dicono. È l’articolo 44 fatto vita: la terra sottratta all’abbandono e all’illegalità, restituita alla sua funzione produttiva e sociale.
O penso a esperienze come Olivami, l’associazione di giovani volontari nata a Martano che ricostruisce gli oliveti salentini piantando nuovi ulivi tolleranti al batterio, usando una piattaforma digitale che permette di “adottare a distanza” un ulivo. Giovani che invece di emigrare scelgono di ripiantare radici, letteralmente, nella terra ferita. È la “ricostituzione delle unità produttive” di cui parla l’articolo 44, realizzata dal basso, con gli strumenti del nostro tempo.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 44 fosse pienamente applicato al Salento di oggi, la rigenerazione dell’agricoltura colpita dalla Xylella sarebbe una priorità nazionale, con risorse adeguate per il reimpianto, la ricerca su varietà resistenti, il sostegno agli agricoltori per ripartire. Il riconoscimento dell’area infetta come “zona svantaggiata”, richiesto dalle organizzazioni agricole, attiverebbe misure speciali per riattivare il potenziale produttivo del territorio.
I terreni abbandonati, che sono diventati un problema sanitario oltre che economico (perché l’incuria favorisce la diffusione del vettore della Xylella), sarebbero recuperati alla coltivazione, attraverso incentivi, obblighi e, dove necessario, strumenti di gestione collettiva. L’articolo 44 lo prevede esplicitamente: la legge “impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata” perché la terra non può essere lasciata morire.
Il consumo di suolo agricolo sarebbe governato con rigore: il fotovoltaico indirizzato sulle superfici costruite e sulle aree davvero non produttive, l’agrivoltaico promosso come modello capace di tenere insieme energia e agricoltura, i parcheggi per le spiagge realizzati con criteri di reversibilità e di minimo impatto invece di cancellare ettari di campagna costiera. Perché la transizione energetica e la tutela del suolo agricolo non sono in conflitto: lo diventano solo quando si sceglie la scorciatoia più facile invece della soluzione più intelligente.
I giovani agricoltori sarebbero sostenuti concretamente: accesso alla terra, credito agevolato, formazione, innovazione tecnologica. E gli “equi rapporti sociali” significherebbero la fine del caporalato, dello sfruttamento dei braccianti, del lavoro nero stagionale che ancora affligge l’agricoltura meridionale. La dignità del lavoro agricolo, che l’articolo 44 pone tra i suoi obiettivi, sarebbe finalmente garantita.
Un’applicazione vissuta
La crisi dell’agricoltura salentina è un tema che InOnda Network ha raccontato a fondo, perché tocca il cuore dell’identità di questo territorio. Gli olivi del Salento non sono solo una coltura economica: sono il paesaggio, la storia, l’anima di questa terra. La loro morte è una ferita che va oltre l’economia, colpisce l’identità stessa di chi qui è nato e cresciuto. E il rischio che a quegli olivi morti subentrino distese di pannelli a terra o parcheggi sterrati è il rischio che il disastro agricolo diventi anche disastro paesaggistico, in un territorio che del paesaggio fa la sua principale ricchezza.
Ma proprio in questa crisi vedo applicarsi una delle intuizioni di fondo di Salento Dinamico: che la tecnologia e l’innovazione possano essere strumenti di rinascita anche per l’agricoltura. L’agricoltura di precisione, l’agrivoltaico che integra energia e coltivazione, le piattaforme digitali che permettono di adottare un ulivo a distanza, gli strumenti che connettono i produttori locali ai mercati globali, le tecnologie che ottimizzano l’uso dell’acqua in tempi di siccità: sono tutte applicazioni di quella visione net.futurista che cerca di usare gli strumenti del nostro tempo per risolvere i problemi del territorio, invece di arrendersi alla scorciatoia che cancella la terra.
Le piattaforme del Trovido Network hanno una potenziale applicazione agricola precisa: dare visibilità e mercato ai prodotti agricoli salentini, connettere i piccoli produttori ai consumatori senza la mediazione di catene che schiacciano i margini, raccontare la storia e il valore di un olio, di un vino, di un prodotto della terra in modo che chi lo compra sappia cosa sta sostenendo. È un modo di applicare l’articolo 44 con gli strumenti digitali: sostenere la piccola e media proprietà agricola dandole accesso diretto al mercato, e quindi un reddito che renda di nuovo conveniente coltivare invece di asfaltare.
E c’è la dimensione del paesaggio. L’articolo 44 si lega all’articolo 9 sulla tutela del paesaggio: gli oliveti salentini sono paesaggio oltre che agricoltura, e la loro rigenerazione è anche tutela di un patrimonio paesaggistico unico al mondo. Salento Dinamico include nella propria visione la valorizzazione di questo legame tra agricoltura, paesaggio e turismo: un territorio che ricostruisce i suoi oliveti, e che mette i pannelli sui tetti e non sui campi, ricostruisce anche la propria bellezza e la propria attrattività.
La stella polare di Salento Dinamico
Rocco Scotellaro, il poeta contadino del Sud, sapeva che una terra abbandonata è una ferita per l’intera comunità. Il Salento devastato dalla Xylella vive oggi questa verità nel modo più doloroso: distese di ulivi morti dove un tempo c’era vita, lavoro, bellezza, identità. E il rischio è che a quella ferita se ne aggiunga un’altra, più silenziosa: la terra che smette del tutto di essere terra, coperta di pannelli o spianata a parcheggio.
Ma l’articolo 44 non è solo una constatazione del problema: è un programma di rinascita. La terra deve tornare a produrre, deve tornare a dare lavoro, deve tornare a essere coltivata con equi rapporti sociali. E questo non è un destino che cala dall’alto: è una scelta che le comunità, le istituzioni, i giovani possono fare, come dimostrano le cooperative che rigenerano terre confiscate e i giovani che ripiantano ulivi resistenti.
Salento Dinamico raccoglie questa sfida: la rinascita dell’agricoltura salentina dopo il disastro è una delle frontiere dello sviluppo di questo territorio. Non un ritorno nostalgico al passato, ma una ricostruzione che usa gli strumenti del futuro: varietà resistenti, agricoltura di precisione, agrivoltaico che produce energia senza togliere terra al cibo, piattaforme digitali, valorizzazione del legame tra terra, paesaggio e comunità.
La Costituzione lo dice nell’articolo 44: la terra deve essere coltivata razionalmente e con giustizia sociale. Per il Salento ferito, quella non è una norma astratta: è la mappa di una rinascita possibile. E la scelta è chiara: una terra che torna a vivere e che produce due volte, cibo ed energia insieme, oppure una terra che muore sotto i pannelli. La Costituzione, e il buon senso, indicano la prima strada.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; legge n. 841/1950 (riforma agraria) e leggi stralcio regionali; dati sull’impatto della Xylella fastidiosa in Puglia (oltre 21 milioni di ulivi colpiti, oltre 5.000 posti di lavoro persi nell’olivicoltura salentina, riduzione della produzione di olio superiore all’80 per cento); Regione Puglia, Piano di rigenerazione olivicola, provvedimenti dell’Osservatorio fitosanitario regionale 2026 e strumenti di individuazione delle aree idonee agli impianti da fonti rinnovabili; Coldiretti Puglia, mobilitazione e richiesta di “piano Marshall” per l’agricoltura, aprile 2026; CIA Puglia, proposta di riconoscimento dell’area infetta come zona svantaggiata; Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi 1945; Rocco Scotellaro, È fatto giorno, Mondadori 1954; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 44; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.














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