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L’Europa ha più startup di chiunque al mondo, ma le regala all’America. La proposta per fermare l’emorragia si chiama EU Inc.

da 25 Giugno 2026Economia, Europa Strategica, Politica0 commenti

Quarantamila startup europee, ma solo 331 colossi contro i quasi 2.000 degli Stati Uniti. La causa è la frammentazione in 27 sistemi giuridici. Il “28° regime” promette un’impresa unica europea, aperta in 48 ore. È la riforma che manca alla sovranità tecnologica di cui questa rubrica scrive da mesi

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«L’Europa non si farà in una sola volta: si farà attraverso realizzazioni concrete, che creino anzitutto una solidarietà di fatto.»
Robert Schuman, Dichiarazione del 9 maggio 1950


Un numero che spiega un fallimento

Cominciamo da due numeri, perché raccontano una storia intera. L’Europa ospita oltre 40.000 startup tecnologiche finanziate da venture capital, più di qualunque altra regione del mondo. Eppure, nel 2025, contava soltanto 331 unicorni, cioè aziende nate da poco e già valutate oltre il miliardo di dollari. Gli Stati Uniti, nello stesso momento, ne avevano 1.963. Quasi sei volte tanto.

Fermiamoci a riflettere su questa sproporzione, perché è il sintomo di una malattia precisa. Non è che agli europei manchino le idee: ne abbiamo più di tutti. Non è che manchino i talenti, i ricercatori, gli ingegneri, i fondatori. Quello che manca è la capacità di trasformare le idee in aziende grandi. L’Europa è bravissima a far nascere imprese innovative e drammaticamente incapace di farle crescere. Le coltiva e poi le perde.

Ieri, in questa rubrica, abbiamo raccontato come l’Europa dipenda dalla tecnologia altrui, come regoli ciò che non possiede. Oggi affrontiamo una delle cause profonde di quella debolezza, e una delle proposte concrete per curarla. Perché un continente che non riesce a far crescere i propri giganti tecnologici è condannato a dipendere da quelli degli altri.

Il problema ha un nome: frammentazione

Perché le startup europee faticano tanto a diventare grandi? La risposta principale è una sola parola: frammentazione. L’Europa non è un mercato. È ventisette mercati diversi, con ventisette sistemi giuridici, fiscali, burocratici e amministrativi che non parlano la stessa lingua.

Immaginiamo un giovane imprenditore che fonda a Lecce una startup digitale di successo. Finché opera in Italia, tutto bene. Ma nel momento in cui vuole crescere, vendere i propri servizi in Germania, aprire una sede in Francia, assumere un programmatore in Spagna, raccogliere capitali da un fondo olandese, si scontra con una giungla. Ogni Paese ha le sue regole societarie, le sue procedure di registrazione, il suo regime fiscale, le sue norme sul lavoro e sulle partecipazioni azionarie. Espandersi in Europa significa, in pratica, ricominciare quasi da capo in ogni nazione. Per una piccola azienda con risorse limitate, è un ostacolo spesso insormontabile.

Il risultato di questa frammentazione ha un nome che negli ambienti delle startup è diventato un’ossessione: il Delaware flip. Quando una startup europea promettente arriva al momento di scalare e di raccogliere capitali importanti, molto spesso fa le valigie e si ricostituisce come società negli Stati Uniti, tipicamente nello stato del Delaware, paradiso giuridico per le imprese. Lo fa perché lì trova un mercato unico di centinaia di milioni di consumatori sotto un’unica legge, un sistema di venture capital profondissimo, e regole pensate per la crescita rapida. L’Europa, in sostanza, fa nascere le startup e le regala all’America nel momento esatto in cui stanno per diventare grandi. È una emorragia silenziosa di valore, di posti di lavoro e di sovranità.

Cos’è l’EU Inc., il “28° regime”

A questo problema l’Europa prova finalmente a rispondere. Il 18 marzo 2026, la Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento per istituire l’EU Inc., comunemente chiamato il “28° regime”. Il nome tecnico merita una spiegazione: si chiama 28° regime perché si aggiunge, come ventottesima opzione, ai 27 regimi nazionali esistenti, senza sostituirli. Un fondatore potrà continuare a scegliere la forma societaria del proprio Paese, oppure optare per questa nuova forma europea unica.

L’idea, nata da un movimento di base chiamato EU-INC che dal 2024 ha raccolto il sostegno di oltre 22.000 tra fondatori e investitori, è stata rilanciata dalla presidente della Commissione al Forum di Davos nel gennaio 2026 come la creazione di una struttura societaria veramente europea. Le caratteristiche concrete sono queste: una forma d’impresa unica, opzionale, digitale per definizione, valida e riconosciuta in tutti i 27 Stati membri. La si potrà costituire interamente online, entro 48 ore, per un costo massimo di 100 euro, senza requisiti di capitale minimo. Un’unica registrazione, attraverso un’interfaccia europea che collega i registri nazionali, con identificazione fiscale e partita IVA ottenute senza dover ripresentare la stessa documentazione ventisette volte.

Una startup nata come EU Inc. nascerebbe europea dal primo giorno, capace di operare in tutto il continente come se fosse un solo Paese.

Le novità che contano davvero

Al di là della rapidità di registrazione, ci sono due elementi della proposta che meritano attenzione particolare, perché toccano i veri punti deboli dell’ecosistema europeo.

Il primo sono le stock option armonizzate, il cosiddetto EU-ESO, un piano di partecipazione azionaria per i dipendenti valido a livello europeo. Può sembrare un dettaglio tecnico, ma non lo è. Le stock option, cioè la possibilità di dare ai dipendenti una quota dell’azienda, sono lo strumento con cui le startup di tutto il mondo attraggono i talenti migliori, offrendo non solo uno stipendio ma una parte del valore futuro che si costruisce insieme. In Europa, finora, ogni Paese le tassava in modo diverso, spesso penalizzante, rendendo questi pacchetti molto meno competitivi di quelli americani. La proposta prevede che la tassazione sia differita al momento in cui le azioni vengono effettivamente vendute, non quando vengono assegnate. È un cambiamento che può fare una differenza enorme nella capacità europea di trattenere i propri ingegneri e ricercatori, gli stessi che, come abbiamo raccontato parlando di fuga dei cervelli, oggi troppo spesso emigrano.

Il secondo è la previsione di strumenti finanziari moderni, come i warrant e altri strumenti legati al capitale, che le startup usano normalmente per raccogliere investimenti e che finora erano difficili da implementare in modo uniforme tra i diversi Paesi europei.

Il contesto: i rapporti Draghi e Letta

L’EU Inc. non nasce dal nulla. Si inserisce in una riflessione strategica che ha due nomi italiani autorevoli. Il rapporto di Enrico Letta sul mercato unico e il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea, entrambi del 2024, hanno posto la stessa diagnosi: l’Europa sta perdendo terreno rispetto a Stati Uniti e Cina perché il suo mercato unico è incompiuto, soprattutto nei servizi, nella finanza e nel digitale. Il Competitiveness Compass della Commissione, del gennaio 2025, ha tradotto quella diagnosi in tre necessità: colmare il divario di innovazione, decarbonizzare l’economia e ridurre le dipendenze strategiche.

L’EU Inc. è uno degli strumenti pensati per la prima di queste necessità, colmare il divario di innovazione. Ed è strettamente legato alle altre due, perché senza imprese europee forti non c’è né transizione energetica governata in casa né riduzione delle dipendenze tecnologiche. Tutto si tiene. La sovranità di cui questa rubrica scrive da mesi, energetica, alimentare, tecnologica, monetaria, ha bisogno di un tessuto imprenditoriale europeo capace di competere su scala globale. E quel tessuto non può crescere se resta intrappolato in ventisette gabbie nazionali.

L’onestà di dire che non basta

Sarebbe disonesto presentare l’EU Inc. come la soluzione definitiva. La proposta ha già attirato critiche serie e fondate, che vale la pena riportare, perché questa rubrica non fa propaganda né per gli Stati né contro di essi.

La critica principale, avanzata da diversi giuristi, è che la proposta rischia di essere annacquata. Nata come uno strumento mirato e affilato per le startup innovative, nel percorso legislativo si è gradualmente allargata fino a diventare disponibile per qualunque impresa di qualunque dimensione, perdendo parte della sua incisività. Soprattutto, alcuni analisti hanno notato che un articolo chiave della proposta stabilisce che tutte le materie non espressamente coperte dal nuovo regolamento restino governate dal diritto nazionale. Il rischio, paradossale, è di ritrovarsi con ventisette versioni diverse dell’EU Inc., reintroducendo dalla finestra esattamente quella frammentazione che si voleva cacciare dalla porta. Inoltre, molti dei dettagli concreti, come i modelli standard di statuto societario, sono rinviati a provvedimenti attuativi futuri ancora da scrivere: e il diavolo, come sempre, si nasconde lì.

Il giudizio equilibrato è dunque questo: la direzione è giusta, l’ambizione è sacrosanta, ma la realizzazione va sorvegliata perché non venga svuotata. L’Italia, che ha contribuito a questa visione con i rapporti Letta e Draghi, dovrebbe battersi per una versione coraggiosa, non per un compromesso al ribasso.

Perché per il Sud questo conta doppio

Arriviamo al punto che ci riguarda più da vicino. Se la frammentazione del mercato europeo penalizza tutte le startup, penalizza in modo particolare quelle che nascono nei territori periferici, lontani dai grandi centri finanziari e industriali. Una startup che nasce a Milano o a Monaco di Baviera ha intorno a sé un ecosistema di capitali, consulenti, reti e clienti. Una startup che nasce a Lecce, a Taranto, a Cosenza parte con uno svantaggio strutturale: meno capitali disponibili nel raggio vicino, maggiore distanza dai centri decisionali, ecosistemi locali più fragili.

Per queste imprese, poter nascere europee dal primo giorno è un’opportunità di pari condizioni più che per chiunque altro. Una startup salentina costituita come EU Inc. potrebbe raccogliere capitali da un fondo tedesco, vendere a clienti francesi, assumere talenti spagnoli e offrire loro stock option competitive, senza dover aprire e gestire ventisette strutture diverse. Lo strumento giuridico abbatte, almeno in parte, la barriera della distanza geografica e della perifericità. Per il Mezzogiorno, che produce talento e troppo spesso lo esporta, è un’occasione concreta di trattenere valore.

Un’esperienza vissuta, e una proposta

Parlo di questo anche per esperienza diretta. Chi, come me, prova a costruire impresa digitale dal Salento, con le piattaforme del network Trovido, conosce nella pratica quotidiana cosa significhi la frammentazione del mercato europeo: la difficoltà di scalare oltre confine, la complessità di operare in più Paesi, la distanza dai grandi centri del capitale. Non è un’astrazione di Bruxelles. È la differenza concreta tra restare piccoli e poter crescere restando qui, senza essere costretti a emigrare o a vendere a qualcun altro nel momento in cui si comincia a contare qualcosa.

Per questo la proposta che rivolgo alle istituzioni regionali è duplice. La prima: sostenere, nelle sedi italiane ed europee, una versione ambiziosa e non annacquata dell’EU Inc., perché uno strumento debole sarebbe un’occasione sprecata. La seconda: prepararsi a usarlo. Significa costruire in Puglia un ecosistema di supporto alle startup, incubatori legati alle università, accesso al capitale di rischio, competenze legali e finanziarie per accompagnare i giovani fondatori. Lo strumento giuridico da solo non basta: serve un territorio capace di valorizzarlo. Il talento, in Puglia, c’è. Servono le condizioni perché diventi impresa, e perché quell’impresa resti europea e radicata qui.

Salento Dinamico e il mercato che unisce

Schuman, nel 1950, immaginò un’Europa che si sarebbe costruita non con un grande proclama, ma attraverso realizzazioni concrete capaci di creare solidarietà di fatto. L’EU Inc. è esattamente questo tipo di realizzazione concreta: non un’astrazione ideologica, ma uno strumento pratico che, se fatto bene, può cambiare la vita di migliaia di imprenditori e rendere l’Europa, finalmente, un luogo dove un’idea può diventare grande senza dover attraversare l’oceano.

Salento Dinamico ha sempre creduto che il mercato unico europeo, quello vero, sia una delle più grandi opportunità per un territorio che parte da lontano. Le grandi distanze, che per secoli sono state una condanna per il Sud, in un mercato digitale unificato contano molto meno. Un’idea nata a Otranto può raggiungere Helsinki alla stessa velocità di una nata a Berlino, se le regole lo permettono. La sfida è far sì che le regole lo permettano davvero, e che noi siamo pronti a coglierne l’occasione. Perché la sovranità tecnologica europea di cui abbiamo scritto non si costruisce solo con i grandi piani industriali: si costruisce anche con migliaia di piccole imprese messe finalmente in condizione di diventare grandi, restando a casa.


Fonti: Commissione europea, Proposal for an EU Inc. corporate legal framework, COM(2026) 321, 18 marzo 2026 (comunicato IP/26/614); Commissione europea, EU Inc.: A new harmonised corporate legal regime; Parlamento europeo, Legislative Train Schedule e Topics, “EU Inc.: what is the 28th regime?”, maggio 2026; Tech.eu, 18 marzo 2026 (caratteristiche EU Inc.) e 20 gennaio 2026 (lancio a Davos); Fio Legal, 30 aprile 2026 (dati 331 unicorni UE vs 1.963 USA, EU-ESO, tempistiche); Oxford Law Blogs, 19 marzo 2026 (critiche alla proposta, Articolo 4); EPRS, Briefing “The 28th Regime”, gennaio 2026; Competitiveness Compass della Commissione, gennaio 2025; rapporti Letta e Draghi, 2024; Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950

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