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Si muore ancora di lavoro sotto il sole, mentre il termometro tocca i 38 gradi. Siamo pronti a difendere chi lavora all’aperto, o aspettiamo di contare i morti ogni estate?

da 25 Giugno 2026Sanità e Salute0 commenti

L’anticiclone africano porta l’Italia verso i 38 gradi: oggi diciassette città da bollino rosso, picco atteso fra il weekend e lunedì. Il Ministro Schillaci ha convocato una riunione tecnica. Ma il conto delle vittime è già aperto, e tra loro c’è chi è morto mentre lavorava da ore sotto il sole. Quasi tutte le Regioni, Puglia tra le prime, hanno vietato il lavoro all’aperto nelle ore più calde. La Cassazione ha stabilito che il colpo di calore è un rischio prevedibile, e che chi non protegge i lavoratori ne risponde. Il caldo non è più una fatalità: è un fattore di rischio da governare. La domanda è se sapremo farlo sul serio, o solo a parole.

di Francesco Giannetta. Giugno 2026


“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Costituzione della Repubblica italiana, articolo 1, comma 1


Diciassette città da bollino rosso, e un conto delle vittime già aperto

Cominciamo dai fatti, con la sobrietà che la materia impone. Da giorni l’Italia è investita da un’ondata di calore portata dall’anticiclone nord-africano, con temperature che in queste ore stanno raggiungendo i 38 gradi in molte aree del Paese. Oggi, giovedì 25 giugno, sono diciassette le città classificate da bollino rosso, il livello massimo di allerta per le ondate di calore, e il picco è atteso fra il weekend e l’inizio della prossima settimana. Il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha convocato per oggi una riunione tecnica al Ministero, dichiarando la necessità di “tutelare i fragili, gli anziani e i bambini”. Sono parole giuste, e misure sensate. Ma c’è una categoria che, in questi elenchi, viene troppo spesso citata per ultima, quando va bene: chi lavora all’aperto.

Perché il conto delle vittime di questa ondata di calore è, purtroppo, già aperto. Tra le persone che hanno perso la vita in questi giorni a causa del caldo, secondo le cronache, c’è un uomo di sessantun anni che lavorava dalla mattina in una vigna, un altro lavoratore stroncato da un malore, una persona senza fissa dimora trovata senza vita in una piazza. Dietro le statistiche aggregate sulle “morti da caldo”, che ogni estate riempiono i bollettini, ci sono storie come queste: persone che il caldo non lo subiscono in una stanza con il ventilatore, ma lo affrontano a mani nude, sotto il sole, perché devono lavorare. Sono i braccianti nei campi, gli operai nei cantieri, chi lavora nelle cave, i fattorini che pedalano sull’asfalto rovente, i magazzinieri nei piazzali della logistica. Per loro, il caldo non è un disagio: è un pericolo mortale. E proteggere loro, esattamente come proteggere gli anziani e i bambini, è un dovere della Repubblica che, come recita il suo primo articolo, sul lavoro è fondata.

Quasi tutte le Regioni hanno fermato il lavoro nelle ore roventi. La Puglia tra le prime

La buona notizia, e va detta perché è una conquista di civiltà recente e concreta, è che quest’anno l’Italia si è mossa, e si è mossa per tempo. Quasi tutte le Regioni hanno emanato ordinanze che vietano il lavoro all’aperto nelle ore più calde, in particolare nella fascia tra le 12.30 e le 16.00, nei giorni in cui il rischio da calore è classificato come “alto” dalla piattaforma Worklimate, sviluppata dall’INAIL e dal CNR. Il divieto non è generico né automatico: scatta in base a mappe previsionali aggiornate ogni giorno, e riguarda i settori più esposti, l’agricoltura e il florovivaismo, l’edilizia, le cave, e in diverse Regioni anche la logistica di piazzale e i rider. Le aziende che non rispettano le ordinanze rischiano sanzioni penali. È un sistema intelligente, perché lega la tutela non al calendario, ma al rischio reale, giorno per giorno, territorio per territorio.

La Regione Puglia, è giusto riconoscerlo, è stata tra le prime in Italia a firmare il proprio provvedimento, con un’ordinanza già attiva e valida fino al 15 settembre, e ha fatto qualcosa in più rispetto ad altre Regioni: ha esteso la tutela anche agli spazi confinati, cioè agli ambienti chiusi con scarsa ventilazione, dove il rischio da calore è altrettanto grave ma molto meno visibile. È una scelta che merita di essere segnalata, perché interpreta correttamente la natura del problema: il colpo di calore non colpisce solo chi sta sotto il sole, ma chiunque lavori in condizioni di stress termico, dentro un capannone non climatizzato come in mezzo a un campo. La Puglia, terra di agricoltura e di lavoro all’aperto, terra che il caldo lo conosce bene, ha fatto in questo caso la propria parte, e con un certo anticipo. È un buon esempio di come un’amministrazione regionale possa tradurre un principio costituzionale, il diritto alla salute sul lavoro, in un atto concreto e tempestivo.

C’è un dato che dovrebbe mettere a tacere chi liquida queste ordinanze come burocrazia o come un freno alla produttività. Uno studio scientifico con revisione paritaria, pubblicato sul Journal of Exposure Science and Environmental Epidemiology e condotto dai ricercatori del CNR e dell’INAIL nell’ambito del progetto Worklimate, ha misurato l’effetto reale di questi provvedimenti. Il risultato è netto: nelle Regioni che avevano adottato le ordinanze, gli infortuni sul lavoro sono diminuiti in modo significativo rispetto a quelle che non le avevano, nonostante fossero spesso più esposte al caldo intenso. Nel settore edile, il tasso di infortuni è risultato inferiore di quasi il 22%, in agricoltura di circa il 25%, e nei giorni classificati a maggior rischio la riduzione nelle costruzioni ha superato il 40%. Tradotto: queste ordinanze non sono carta bollata. Salvano vite. Ogni giorno di stop nelle ore roventi è un infortunio evitato, un malore in meno, in molti casi una vita salvata.

La Cassazione lo ha detto chiaro: il caldo non è più una fatalità

C’è poi un pronunciamento che cambia la cornice giuridica e culturale di tutta la questione, e che merita di essere conosciuto da datori di lavoro e lavoratori. Con la sentenza numero 14578 del 2026, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio netto: il colpo di calore è un rischio tipico e prevedibile dell’attività lavorativa all’aperto, in particolare in edilizia, e la sua mancata prevenzione comporta la piena responsabilità penale del datore di lavoro. Il caso riguardava un operaio edile morto in conseguenza di un colpo di calore subito in cantiere dopo ore di esposizione diretta al sole senza pause né zone d’ombra adeguate. La difesa aveva tentato di derubricare l’accaduto a fatalità, a evento eccezionale e imprevedibile. La Corte ha respinto questa lettura, affermando un concetto che vale come un principio di civiltà: il caldo estremo, oggi, non è più un imprevisto. È un rischio noto, prevedibile, documentabile, e come tale va valutato e gestito con misure concrete, esattamente come ogni altro pericolo sul luogo di lavoro.

È un passaggio culturale importante, perché segna la fine di un’epoca in cui morire di caldo lavorando veniva considerato una disgrazia inevitabile, una di quelle cose che “capitano” d’estate. Non capitano. Sono il risultato di scelte organizzative: di chi decide se far lavorare le persone sotto il sole alle due del pomeriggio o se spostare i turni alle ore fresche, se garantire acqua, ombra, pause, oppure no. Non a caso, le ordinanze regionali si fondano giuridicamente sull’articolo 32, comma 3, della legge 833 del 1978, la stessa legge che istituì il Servizio Sanitario Nazionale e di cui abbiamo scritto su queste pagine poche settimane fa: la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Proteggere un bracciante dal colpo di calore non è un favore concesso, è l’attuazione di un diritto costituzionale.

Il caldo non è un’emergenza: è il clima che cambia. E il Sud è in prima linea

Qui, però, dobbiamo fare un passo in più, ed è il passo che troppa parte del dibattito pubblico continua a non fare. Continuiamo a parlare di “emergenza caldo”, di “ondata eccezionale”, di “anticiclone africano” come se fosse un evento straordinario e passeggero. Non lo è più. Le ondate di calore sempre più intense, lunghe e precoci sono la manifestazione concreta, misurabile, del cambiamento climatico, e il Mediterraneo è una delle aree del pianeta che si stanno riscaldando più rapidamente. Quello che fino a vent’anni fa era un picco eccezionale è diventato la norma di ogni estate. E se il caldo estremo è strutturale, allora la risposta non può essere solo emergenziale, fatta di ordinanze stagionali firmate ogni giugno e di riunioni tecniche convocate quando ormai il termometro è già a 38 gradi. Deve diventare strutturale anche la risposta.

Il Sud, in questo, è doppiamente esposto. È esposto perché è geograficamente più caldo, e perché la sua economia si fonda in misura maggiore proprio su quei settori, l’agricoltura, l’edilizia, il turismo, che richiedono lavoro all’aperto. Ed è esposto perché, come abbiamo raccontato a proposito della strage di Amendolara, il lavoro agricolo del Mezzogiorno è anche quello dove più si annida lo sfruttamento, il caporalato, l’irregolarità: e un bracciante sfruttato e invisibile, senza contratto, è anche un bracciante che nessuno proteggerà dal sole delle due del pomeriggio, che nessuna ordinanza raggiungerà, che non potrà rifiutarsi di lavorare nelle ore roventi perché ricattato. La tutela dal caldo, come ogni tutela del lavoro, si ferma sempre alla soglia dell’invisibilità. E nel Sud quella soglia è più larga che altrove. Per questo la battaglia per la dignità del lavoro e quella per l’adattamento climatico, al Sud, sono la stessa battaglia.

Salento Dinamico: adattarsi al clima e difendere chi lavora sono lo stesso progetto di futuro

Giuseppe Di Vittorio, nato a Cerignola, in Capitanata, nel 1892, bracciante fin da bambino dopo la morte del padre, autodidatta, diventato il più grande sindacalista italiano del Novecento e per molti anni segretario generale della CGIL, conosceva il sole dei campi pugliesi meglio di chiunque altro. Aveva conosciuto la fame, la fatica, la schiena piegata sotto la canicola del Tavoliere, e proprio da quell’esperienza aveva tratto la convinzione che animò tutta la sua vita: che il lavoratore, anche il più umile, anche il bracciante analfabeta, è prima di tutto una persona, portatrice di una dignità che nessuna necessità economica può calpestare. Quella battaglia, cominciata più di un secolo fa nei campi della nostra Puglia, non è finita. È cambiata la sua forma, ma il cuore è lo stesso: garantire che chi lavora non debba scegliere fra la paga e la vita.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, la dignità del lavoro e la cura dell’ambiente erano, insieme, due delle dimensioni costitutive di quella visione. Oggi, davanti a un’estate che inizia con i morti sul lavoro e con i 38 gradi, capisco ancora meglio quanto fossero, fin dall’inizio, la stessa cosa. Adattare il nostro territorio al clima che cambia significa, concretamente: ripensare gli orari e l’organizzazione del lavoro nei settori esposti, e non solo a colpi di ordinanza estiva; investire in ombra, acqua, aree di recupero nei cantieri e nei campi; piantare alberi e creare verde nelle nostre città, che d’estate diventano forni; rendere le case e i luoghi di lavoro più freschi attraverso l’efficienza energetica e le rinnovabili, perché un edificio ben coibentato e alimentato dal sole è anche un edificio più vivibile sotto la canicola; e, soprattutto, far emergere dall’invisibilità il lavoro sommerso, perché solo un lavoratore con un contratto e dei diritti è un lavoratore che possiamo proteggere.

Tutto questo non è un costo: è un investimento sul futuro del Sud, e sulla dignità di chi lo fa vivere ogni giorno con le proprie mani. Serve, è vero, anche una risposta nazionale più coerente: oggi abbiamo ventuno ordinanze regionali diverse, con tutele a macchia di leopardo, e un quadro nazionale ancora frammentario nonostante il protocollo quadro varato lo scorso anno. Serve una cornice unica, valida per tutti i lavoratori italiani da Bolzano a Lampedusa, che non lasci la protezione dal caldo alla maggiore o minore sensibilità della singola Regione. Serve un sistema di cassa integrazione automatico e semplice per i giorni di stop, perché nessun lavoratore debba scegliere fra fermarsi al sicuro e portare a casa la paga. E servono più ispettori del lavoro, perché una regola che non si controlla è una regola che non esiste.

L’articolo 1 della nostra Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Una Repubblica fondata sul lavoro non può accettare che il lavoro, d’estate, uccida. Possiamo decidere di trattare ogni ondata di calore come una sorpresa, e di contare i morti ogni anno con lo stesso stupore rassegnato. Oppure possiamo decidere che il clima è cambiato per sempre, che chi lavora all’aperto va protetto sul serio e tutto l’anno, e che la dignità di un bracciante sotto il sole del Tavoliere o del Salento vale esattamente quanto quella di chiunque altro. Giuseppe Di Vittorio lo aveva capito un secolo fa. Sarebbe ora di dargli ragione, fino in fondo.


Fonti: Today.it, “Start, le notizie del 25 giugno 2026” (diciassette città da bollino rosso, riunione tecnica del Ministro Schillaci, prime vittime del caldo); Sky TG24, “Ondata di caldo, le ordinanze delle Regioni per i lavoratori”, 22 giugno 2026; Il Sole 24 Ore, “Prima vera ondata di calore: ecco tutte le ordinanze anti-caldo varate dalle Regioni”; ItaliaOggi, “Le tutele dei lavoratori per l’emergenza caldo: la mappa delle ordinanze regionali per l’estate 2026”; Il Fatto Quotidiano, “Stop al lavoro nelle ore più calde: scatterà la cig”, 23 giugno 2026; Regione Puglia, Ordinanza n. 321 del 29 maggio 2026; progetto Worklimate, piattaforma previsionale del rischio da calore, INAIL e CNR; M. Morabito et al., studio sull’efficacia delle ordinanze anti-calore, Journal of Exposure Science and Environmental Epidemiology, 2026; Corte di Cassazione Penale, Sezione IV, sentenza n. 14578 del 2026; Legge 23 dicembre 1978 n. 833, articolo 32; Decreto Legislativo 9 aprile 2008 n. 81, Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro; Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 1; biografia di Giuseppe Di Vittorio, sindacalista, nato a Cerignola nel 1892, segretario generale della CGIL, morto nel 1957.

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