La Costituzione protegge le cooperative e gli artigiani: ma in un’Italia che ha perso 400mila botteghe in dieci anni, chi difende chi lavora con le proprie mani?
Il quarantacinquesimo articolo della Costituzione, la cooperazione fondata sulla mutualità e non sulla speculazione, la tutela dell’artigianato, e la sfida di tenere vivi i mestieri in un territorio che ne ha fatto la propria identità
di Francesco Giannetta, Giugno 2026
«L’associazione fra i lavoratori è il segreto del loro avvenire. Da soli siete deboli e potete essere sfruttati. Uniti, siete una forza che nessuno può piegare, e il frutto del vostro lavoro resta vostro.»
— Giuseppe Mazzini, Dei doveri dell’uomo, 1860
Due mondi in un solo articolo
L’articolo 45 mette insieme due realtà economiche che a prima vista sembrano lontane, ma che condividono una stessa anima: la cooperazione e l’artigianato. Due modi di fare economia che non si fondano sulla concentrazione del capitale e sulla massimizzazione del profitto, ma sul lavoro delle persone, sulla mutualità, sul mestiere. Due forme economiche che la Costituzione decide di proteggere proprio perché rappresentano un’alternativa al modello del capitale che concentra e specula.
«La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato.»
Due commi. Il primo riconosce la funzione sociale della cooperazione fondata sulla mutualità e priva di scopo speculativo, impegnando la Repubblica a promuoverla e a vigilare perché ne sia rispettata la natura. Il secondo, brevissimo, impegna la legge a tutelare e sviluppare l’artigianato.
Il primo comma: la cooperazione come alternativa
La cooperazione è un modo di fare impresa radicalmente diverso da quello capitalistico tradizionale. In una società di capitali, l’impresa appartiene a chi possiede le azioni, e il suo scopo è remunerare quel capitale: più profitto per gli azionisti, meglio è. In una cooperativa, invece, l’impresa appartiene ai soci che vi lavorano o che ne usano i servizi, e il suo scopo non è remunerare il capitale ma soddisfare i bisogni dei soci: dare lavoro dignitoso, fornire beni e servizi a condizioni migliori, distribuire il valore prodotto tra chi lo produce.
È questa la “mutualità” di cui parla l’articolo 45: lo scambio mutualistico tra i soci, il vantaggio reciproco, l’assenza di uno scopo di “speculazione privata”. La cooperativa non esiste per arricchire un proprietario esterno, ma per servire i propri membri. Per questo la Costituzione le riconosce una “funzione sociale”: perché distribuisce la ricchezza invece di concentrarla, perché valorizza la partecipazione invece della gerarchia, perché mette al centro le persone invece del capitale.
I costituenti che scrissero questo articolo conoscevano bene la tradizione cooperativa italiana, che affondava le radici nell’Ottocento: le società di mutuo soccorso degli operai, le banche popolari e le casse rurali fondate da Luigi Luzzatti, le cooperative di consumo e di produzione del movimento operaio e di quello cattolico. Una tradizione che attraversava le culture politiche, socialista, cattolica, liberale, unite dall’idea che i lavoratori potessero associarsi per migliorare la propria condizione senza dipendere dal capitale altrui. È l’idea che Mazzini aveva posto al centro del suo pensiero: l’associazione come via di emancipazione di chi lavora.
La cooperazione oggi: una forza che resiste
A settantotto anni di distanza, la cooperazione resta una componente essenziale dell’economia italiana, soprattutto in alcuni territori. L’Emilia-Romagna è il cuore del movimento cooperativo: il solo aggregato regionale sviluppa un fatturato di oltre 44 miliardi di euro e dà lavoro a più di 233mila persone, generando il 13,6 per cento del valore della produzione regionale. Più di un terzo del fatturato nazionale delle cooperative si concentra in questa sola regione. E la solidità è notevole: nel 2024, il 90 per cento delle cooperative associate a Legacoop Romagna ha chiuso i bilanci in positivo.
Le cooperative dimostrano una caratteristica preziosa, soprattutto nei momenti di crisi: tendono a difendere l’occupazione più delle imprese tradizionali. Perché il loro scopo non è massimizzare il profitto tagliando il lavoro, ma garantire lavoro e reddito ai soci. Nelle recessioni, mentre le imprese capitalistiche licenziano per difendere i margini, le cooperative spesso riducono temporaneamente i compensi per salvare i posti di lavoro. È la mutualità in azione: il sacrificio condiviso invece dello scarico sui più deboli.
La cooperazione sociale, in particolare, svolge una funzione che il mercato tradizionale non svolgerebbe mai: inserisce al lavoro persone svantaggiate, disabili, soggetti fragili, ex detenuti, persone con dipendenze. Le cooperative sociali di tipo B esistono proprio per dare lavoro a chi il mercato escluderebbe, realizzando concretamente quegli “equi rapporti sociali” che attraversano tutta la parte economica della Costituzione. Pensiamo alla cooperativa di San Vito dei Normanni di cui ho parlato a proposito dell’articolo 44: ha preso terre confiscate alla mafia e le ha rigenerate dando lavoro e ricostruendo comunità. È l’articolo 45 fatto vita.
Il secondo comma: l’artigianato che scompare
Il secondo comma dell’articolo 45 è brevissimo ma carico di significato: “La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”. L’artigiano è la figura economica più antica e più umana che esista: la persona che produce con le proprie mani, che padroneggia un mestiere, che mette competenza, cura e identità in ciò che crea. Non un ingranaggio di una catena di montaggio, ma un creatore che partecipa personalmente al lavoro e ne assume la responsabilità.
I costituenti vollero tutelare l’artigianato perché ne riconoscevano il valore non solo economico ma culturale e sociale: l’artigiano custodisce saperi, tramanda tecniche, mantiene viva l’identità produttiva di un territorio. La bottega artigiana non è solo un’attività economica: è un luogo di trasmissione di conoscenza, un presidio di cultura materiale, un pezzo di identità di una comunità.
Ma i numeri di oggi raccontano un dramma silenzioso. Secondo la CGIA di Mestre, l’Italia ha perso quasi 400mila artigiani in dieci anni: dai 1,77 milioni del 2014 ai 1,37 milioni del 2024, una riduzione del 22 per cento. Nel solo ultimo anno il calo è stato di 72mila unità. L’artigianato manifatturiero, quello dei mestieri d’arte, ha perso il 46 per cento delle imprese dal 1980. Botteghe di ceramica, falegnamerie, vetrerie, laboratori di tessitura chiudono uno dopo l’altro, portando con sé secoli di saperi che nessuna università potrà mai insegnare.
Le cause sono molteplici e profonde: l’invecchiamento degli artigiani, la mancanza di ricambio generazionale, la concorrenza del commercio elettronico e della grande distribuzione, ma soprattutto una trasformazione culturale che ha sistematicamente svalutato il lavoro manuale. Un sistema educativo ancora ancorato a una logica che distingue tra studenti “di serie A”, avviati ai licei e all’università, e studenti “di serie B”, indirizzati agli istituti tecnici e professionali. Genitori che, pur essendo magari artigiani loro stessi, hanno spinto i figli verso studi universitari percepiti come “superiori”. Il risultato è paradossale: oggi in Italia mancano idraulici, elettricisti, falegnami, e mancano così tanto che tra il 2026 e il 2029 serviranno 900mila lavoratori nei comparti del Made in Italy, e più della metà di quei profili non si trova sul mercato.
L’artigianato che rinasce: i nuovi mestieri e la sfida digitale
Ma la storia dell’artigianato non è solo declino. È anche trasformazione. Perché mentre scompaiono alcuni mestieri tradizionali, ne nascono di nuovi, e alcuni comparti crescono con forza.
I dati mostrano una crescita costante nel settore del benessere e della cura della persona: acconciatori, estetisti, professionisti della bellezza. E soprattutto crescono i nuovi artigiani digitali: sistemisti, esperti di web marketing, videomaker, specialisti di social media, creatori di contenuti. Sono artigiani a tutti gli effetti, nel senso più autentico dell’articolo 45: persone che padroneggiano un mestiere, che producono con competenza e creatività, che partecipano personalmente al lavoro. Solo che la loro bottega è digitale, e i loro strumenti sono il computer e la rete invece dello scalpello e del tornio.
È una trasformazione che riguarda anche l’artigianato tradizionale, che può rinascere proprio grazie agli strumenti digitali. Il laboratorio di sartoria che integra la vendita online e aumenta il fatturato del 35 per cento. La gelateria artigianale che diventa attrazione turistica offrendo corsi e degustazioni. Il restauratore di mobili d’epoca che trova clienti internazionali grazie all’e-commerce. La stampa 3D, i software di progettazione, le piattaforme online che permettono all’artigiano di produrre, vendere e relazionarsi con il cliente in modi nuovi. La transizione digitale, se accompagnata, può essere la salvezza dell’artigianato, non la sua condanna.
C’è un nodo normativo da sciogliere: la legge quadro sull’artigianato è ferma al 1985, e non fotografa più la realtà di oggi. Una riforma è in cantiere, con la possibilità per le imprese alimentari di vendere direttamente al pubblico, maggiore flessibilità nei consorzi, un fondo per l’accesso al credito, l’innalzamento del tetto occupazionale per allinearsi all’Europa. È un’occasione per dare finalmente attuazione piena al secondo comma dell’articolo 45, adattando la tutela dell’artigianato al mondo del 2026.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 45 fosse pienamente valorizzato, la cooperazione sarebbe sostenuta come modello economico capace di distribuire la ricchezza e difendere l’occupazione, soprattutto nei territori fragili dove il mercato tradizionale fatica ad arrivare. Le cooperative di comunità, quelle che nascono per gestire servizi e risorse nei piccoli comuni che si spopolano, sarebbero uno strumento privilegiato di rinascita delle aree interne.
L’artigianato sarebbe tutelato non con la nostalgia ma con strumenti concreti: una formazione professionale di qualità che restituisca dignità ai mestieri, il superamento della gerarchia culturale che svaluta il lavoro manuale, il sostegno al ricambio generazionale, l’accompagnamento alla transizione digitale. La riforma della legge quadro darebbe finalmente agli artigiani regole adatte al loro tempo.
E i nuovi mestieri, quelli digitali e creativi, sarebbero riconosciuti come la forma contemporanea dell’artigianato che la Costituzione protegge: non lavoro precario da subire, ma mestiere da valorizzare, con tutele adeguate e riconoscimento del valore prodotto.
Un’applicazione vissuta
L’articolo 45 racconta esattamente quello che faccio e quello in cui credo. Le piattaforme che ho costruito con il Trovido Network nascono da una visione che è, nel senso più autentico, artigiana e cooperativa insieme. Artigiana perché è il prodotto di un mestiere, quello digitale, esercitato con competenza e cura personale. Cooperativa nello spirito perché l’obiettivo non è concentrare valore, ma distribuirlo: dare a piccole imprese, professionisti, artigiani del territorio strumenti che prima erano accessibili solo a chi aveva grandi capitali.
Penso a Menu Digitale, la piattaforma che permette ai ristoratori di avere un menu digitale accessibile via QR code: il primo cliente è stato “Il Castello” di Otranto, un’attività artigiana della ristorazione con i suoi piatti, la sua identità, la sua storia. Penso al lavoro con realtà come Queen Acconciature, che appartiene proprio a quel settore del benessere e della cura della persona che cresce e che è artigianato a tutti gli effetti. Penso a Cutimari, a Il Calessino: attività artigiane salentine che usano gli strumenti digitali per raccontarsi e raggiungere i clienti. Dare a questi artigiani gli strumenti del futuro è applicare l’articolo 45 con i mezzi del nostro tempo.
E c’è la dimensione del mestiere digitale come nuovo artigianato. Chi crea contenuti, chi sviluppa piattaforme, chi gestisce comunicazione digitale, chi fa videomaking è un artigiano del XXI secolo: padroneggia un mestiere, produce con le proprie competenze, mette identità e cura in ciò che crea. WriteForge, la piattaforma di scrittura assistita che ho sviluppato, nasce anche per dare a questi nuovi artigiani della parola strumenti migliori per esercitare il loro mestiere. È l’artigianato digitale che l’articolo 45 protegge senza nominarlo, perché i costituenti non potevano immaginarlo, ma il principio è lo stesso: tutelare chi lavora con competenza e responsabilità personale.
La stella polare di Salento Dinamico
Il Salento è terra di artigiani e di cooperative. La ceramica di Grottaglie, la cartapesta leccese, la pietra leccese lavorata dagli scalpellini, la tessitura, i mestieri della terra e del mare: l’identità di questo territorio è fatta di saperi artigiani tramandati di generazione in generazione. E la cooperazione, nelle campagne come nella pesca, è stata storicamente uno strumento di emancipazione dei più deboli.
Salento Dinamico raccoglie questa eredità e la proietta nel futuro. Non difendendo l’artigianato come un museo da conservare, ma rilanciandolo come economia viva, capace di usare gli strumenti digitali per raggiungere mercati globali senza perdere la propria identità. Un artigiano salentino che vende le proprie ceramiche in tutto il mondo grazie a una piattaforma digitale, senza dover lasciare la propria bottega, è la sintesi perfetta tra la tradizione che l’articolo 45 protegge e il futuro che Salento Dinamico immagina.
Mazzini lo aveva capito quasi due secoli fa: l’associazione tra chi lavora è il segreto del suo avvenire. Da soli si è deboli, uniti si è forti. Le cooperative e gli artigiani del Salento, se sostenuti, accompagnati, messi in rete con gli strumenti del nostro tempo, possono essere protagonisti di uno sviluppo che distribuisce invece di concentrare, che valorizza le persone invece di sostituirle, che tiene insieme la tradizione e il futuro. È esattamente quello che la Costituzione chiede nell’articolo 45. Ed è esattamente quello per cui Salento Dinamico lavora ogni giorno.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; CGIA di Mestre, Ufficio studi, elaborazione su dati INPS e Infocamere/Movimprese sulla riduzione degli artigiani 2014-2024, agosto 2025; CNA, dati sulle imprese artigiane attive 2025, febbraio 2026; Legacoop Romagna, dati di bilancio delle cooperative associate 2024; Unioncamere-Ministero del Lavoro, Sistema informativo Excelsior, fabbisogno occupazionale Made in Italy 2026-2029; Confartigianato, 20° Rapporto sull’artigianato e le piccole imprese, novembre 2025; legge n. 443/1985 (legge quadro sull’artigianato) e disegno di riforma in corso; Giuseppe Mazzini, Dei doveri dell’uomo, 1860; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 45; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.













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