La nuova legge elettorale arriva in Aula: aboliti i collegi, niente preferenze, liste decise dai partiti. Se il cittadino non sceglie più la persona da eleggere, di chi è davvero il voto?
Da oggi la riforma della legge elettorale è all’esame della Camera. Il testo, primo firmatario Galeazzo Bignami, cancella i collegi uninominali, introduce un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi supera il 42%, e mantiene le liste bloccate: l’elettore sceglie un simbolo, non un nome, e l’ordine degli eletti lo decidono le segreterie dei partiti. L’obiettivo dichiarato è la stabilità di governo, e merita ascolto. Ma resta una domanda di fondo, che riguarda tutti, di qualunque parte: una democrazia è più sana quando i cittadini scelgono le persone che li rappresentano, o quando a sceglierle sono i partiti?
di Francesco Giannetta. Giugno 2026
“Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”
Costituzione della Repubblica italiana, articolo 48, comma 2
Cosa cambia davvero: i fatti, prima delle opinioni
Cominciamo dai fatti, perché su una materia come la legge elettorale, che fissa le regole con cui scegliamo chi ci governa, la precisione viene prima di ogni giudizio. Da oggi, venerdì 26 giugno, la proposta di riforma della legge elettorale è all’esame dell’Aula della Camera dei Deputati, dopo il via libera della commissione Affari Costituzionali ottenuto con la cosiddetta “tagliola”, cioè il voto sul testo senza l’esame di tutti gli emendamenti. Il primo firmatario è il deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami. Il calendario prevede la ripresa del dibattito il 30 giugno e il voto nella settimana del 6 luglio, con l’ipotesi, non ancora sciolta, che il governo ponga la questione di fiducia per accelerare.
Vediamo cosa prevede il testo arrivato in Aula, perché è importante conoscerlo nei dettagli. Il sistema diventa interamente proporzionale, e vengono aboliti i collegi uninominali, quelli in cui oggi un candidato si misura direttamente con gli altri in un territorio definito e vince chi prende un voto in più. Al loro posto, l’elemento centrale diventa un premio di maggioranza, o di “governabilità”: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato alla lista o coalizione che arrivi prima e superi la soglia del 42% dei voti (innalzata, durante l’esame, dal 40% iniziale), entro un tetto massimo di circa il 55% dei seggi pensato per non incappare nelle bocciature della Corte Costituzionale. Il premio scatta solo se la stessa coalizione risulta prima in entrambe le Camere. Resta una soglia di sbarramento al 3%. Viene introdotto l’obbligo, per ogni lista o coalizione, di indicare il nome del candidato presidente del Consiglio. E, soprattutto, vengono mantenute le liste bloccate: l’elettore vota un simbolo, non può esprimere preferenze sui singoli candidati, e l’ordine con cui questi vengono eletti è deciso in anticipo dai partiti al momento della presentazione delle liste.
Su quest’ultimo punto la maggioranza ha lasciato aperta la porta a una possibile modifica in Aula, con un voto segreto sulle preferenze. Ma, come ha osservato con disincanto più di un commentatore, sulle preferenze si è creata una situazione curiosa: tutti, o quasi, ne parlano bene in pubblico, ma in pochissimi le vogliono davvero, perché le liste bloccate garantiscono alle segreterie un controllo totale su chi entra in Parlamento. La vicepresidente del gruppo M5S alla Camera, Carmela Auriemma, ha dichiarato che la maggioranza sta evitando di arrivare al voto vero e proprio sulle preferenze. Vedremo. Per ora, il testo all’esame le esclude.
Il cuore della questione: se il cittadino non sceglie la persona, chi la sceglie?
Qui sta il punto che riguarda tutti, al di là delle appartenenze, ed è un punto di principio prima che di parte. In una democrazia rappresentativa, il rapporto fondamentale è quello fra l’elettore e l’eletto: io cittadino scelgo te, persona, perché tu vada in Parlamento a rappresentare me. Le liste bloccate spezzano questo rapporto. Con le liste bloccate, io non scelgo più la persona: scelgo un simbolo, e quale persona entrerà in Parlamento sotto quel simbolo lo ha deciso, prima di me, la segreteria di un partito, stilando l’ordine della lista. Il primo della lista è praticamente certo di essere eletto, l’ultimo praticamente certo di non esserlo, e questa decisione, che è la decisione che conta, l’elettore non la prende: la prende il partito. Il cittadino si limita a ratificare una scelta già fatta da altri.
Non è un’opinione di parte, è un principio che la stessa Corte Costituzionale ha affermato con forza. Con la sentenza numero 1 del 2014, che dichiarò incostituzionale una parte della legge Calderoli, il famigerato “Porcellum”, e con la sentenza numero 35 del 2017, la Consulta ha stabilito due principi che oggi fanno parte del nostro diritto costituzionale vivente: che non sono ammissibili premi di maggioranza sganciati da una soglia minima ragionevole, e che i partiti non possono sottrarre agli elettori, in particolare attraverso liste bloccate troppo lunghe, il potere di scegliere i propri rappresentanti. La riforma in esame ha evidentemente tenuto conto del primo principio, fissando la soglia al 42% e mettendo un tetto al premio. Sul secondo, quello delle liste bloccate e del potere di scelta dell’elettore, il testo va invece nella direzione opposta a quella indicata dalla Corte. È un nodo serio, che non riguarda chi vince o chi perde le elezioni, ma la qualità stessa del nostro essere cittadini.
Va dato atto, per onestà, delle ragioni di chi sostiene la riforma. L’obiettivo dichiarato è la governabilità: garantire che dalle urne esca una maggioranza chiara e stabile, capace di durare cinque anni e di governare davvero, evitando lo stallo e le crisi continue che hanno segnato tanta parte della nostra storia repubblicana. È un obiettivo legittimo, e il problema dell’instabilità dei governi italiani è reale, non inventato. Ma la stabilità di un governo non può essere ottenuta al prezzo della rappresentanza dei cittadini. Una democrazia in cui i governi durano ma i cittadini non scelgono più nessuno non è una democrazia più forte: è una democrazia più fragile, perché ha reciso il filo che lega chi governa a chi è governato. La governabilità è un mezzo, non un fine. Il fine, in una Repubblica democratica, resta la sovranità del popolo, che l’articolo 1 della Costituzione, di cui abbiamo scritto proprio ieri su queste pagine, pone come fondamento di tutto.
L’abolizione dei collegi e il Sud che rischia di perdere il legame con il territorio
C’è poi un aspetto che riguarda in modo particolare il Mezzogiorno e i nostri territori, e che merita attenzione proprio da chi, come noi, guarda alle cose dal punto di vista del Salento e del Sud. L’abolizione dei collegi uninominali ha una conseguenza precisa: oggi, almeno per una parte dei seggi, ogni territorio ha “il suo” candidato, una persona che si presenta in quel collegio, che lì fa campagna, che a quel territorio dovrà rispondere. Con il sistema proporzionale a liste bloccate, questo legame si allenta drasticamente. I parlamentari non saranno più espressione di un territorio specifico che li ha scelti, ma di una lista nazionale o circoscrizionale decisa dai partiti. Per il Sud, che ha storicamente bisogno di rappresentanti forti, radicati, capaci di portare a Roma le istanze concrete dei propri territori, questo è un indebolimento, non un progresso.
Il rischio, concreto, è che la rappresentanza del Mezzogiorno finisca ancora di più nelle mani delle segreterie romane dei partiti, che decideranno chi candidare in Puglia, in Calabria, in Campania, in quale posizione di lista, con quali possibilità di essere eletto. Un meccanismo che premia la fedeltà al partito più del radicamento nel territorio, l’obbedienza alla segreteria più della capacità di rappresentare una comunità. Per una terra come la nostra, che ha già un disperato bisogno di farsi sentire a Roma e in Europa, e che troppo spesso è rappresentata male o per niente, è una prospettiva che dovrebbe preoccupare al di là del colore politico di ciascuno. La forza di un territorio, in Parlamento, si misura anche dalla qualità e dal radicamento di chi lo rappresenta. Allontanare ulteriormente l’eletto dall’elettore significa, per il Sud, contare ancora di meno.
Il filo con l’astensione: “il tuo voto non conta”
Oggi, durante la prima seduta sulla legge elettorale, il segretario di +Europa Riccardo Magi è stato espulso dall’Aula per aver mostrato un cartello con una scritta: “Il tuo voto non conta”. È un gesto di protesta di parte, e come tale va preso. Ma quella frase, al di là di chi l’ha esposta, tocca un nervo che su queste pagine abbiamo già sondato più volte, parlando dell’astensionismo. Quando, commentando le elezioni comunali di Maglie e l’affluenza nazionale crollata sotto il 60%, ci siamo chiesti perché tanti italiani, soprattutto giovani e soprattutto al Sud, non vadano più a votare, una delle risposte era proprio questa: troppe persone hanno la sensazione che il loro voto non cambi nulla, che le decisioni siano già prese altrove, che la politica sia una cosa che si subisce e non che si sceglie. Una legge elettorale che toglie ai cittadini il potere di scegliere le persone, e che lascia quel potere alle segreterie dei partiti, rischia di alimentare esattamente quella sensazione. Rischia di dare, a chi già pensa che il proprio voto non conti, una ragione in più per restare a casa.
È un cortocircuito pericoloso per la democrazia. Più si svuota il voto del suo potere di scelta, più cresce la disaffezione; più cresce la disaffezione, più la politica diventa cosa di pochi, decisa da pochi. Per invertire questa spirale servirebbe esattamente il contrario: ridare ai cittadini il senso che il loro voto pesa, che scegliere conta, che la persona che mandano in Parlamento l’hanno scelta loro e a loro dovrà rispondere. Le preferenze, con tutti i loro limiti e i loro rischi, che pure esistono e non vanno nascosti, vanno almeno in quella direzione: restituiscono all’elettore una scelta vera. Toglierle del tutto va nella direzione opposta.
Salento Dinamico: la qualità della democrazia è la prima infrastruttura di un territorio
Gaetano Salvemini, nato a Molfetta, in Puglia, nel 1873, storico e meridionalista tra i più rigorosi che il nostro Sud abbia espresso, dedicò una parte importante della propria vita a una battaglia che oggi torna stranamente attuale: quella per la dignità e la verità del voto, specialmente nel Mezzogiorno. Nel 1910 pubblicò un libro durissimo, intitolato Il ministro della malavita, in cui denunciava i metodi con cui i governi dell’epoca controllavano i collegi del Sud, tra brogli, clientele, pressioni e violenze, trasformando il voto dei meridionali in uno strumento nelle mani dei potenti anziché in un libero atto di sovranità. Salvemini si batté per il suffragio universale e per elezioni oneste, perché era convinto che senza un voto che contasse davvero il Sud non si sarebbe mai emancipato. Pagò con l’esilio la sua opposizione al fascismo, che del voto libero fece strame. La sua battaglia, oggi, ha forme diverse, ma il cuore resta lo stesso: che il voto del cittadino, e in particolare del cittadino del Sud, conti per davvero, e non sia un guscio vuoto la cui sostanza è decisa da altri.
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, una delle convinzioni di fondo era che lo sviluppo di un territorio non si regge solo su infrastrutture materiali, energia, lavoro, sanità, ma anche su un’infrastruttura immateriale e decisiva: la qualità della sua democrazia e la forza della sua rappresentanza. Un territorio che conta è un territorio i cui cittadini partecipano, scelgono, controllano chi li rappresenta, e i cui rappresentanti sono radicati, riconoscibili, responsabili davanti alla comunità che li ha eletti. Per questo una buona legge elettorale non è una questione tecnica per addetti ai lavori: è una questione di sviluppo, di dignità, di futuro, soprattutto per il Sud. Una legge che allontana l’eletto dall’elettore, che cancella il legame con il territorio, che concentra il potere di scelta nelle segreterie nazionali, è una legge che indebolisce proprio quei territori che avrebbero più bisogno di una rappresentanza forte.
C’è infine una questione di metodo, che non è meno importante del merito. Una legge elettorale non è una legge come le altre: fissa le regole del gioco democratico, e per questo, nella tradizione delle democrazie mature, dovrebbe essere il più possibile condivisa, frutto di un confronto ampio fra maggioranza e opposizione, e non imposta da una sola parte a colpi di tagliola e con la minaccia della fiducia. Cambiare da soli, e in fretta, le regole con cui tutti dovremo giocare la prossima partita, è un fatto che, di per sé, indebolisce la fiducia nelle istituzioni. Lo ricordava Norberto Bobbio, citato su queste pagine poche settimane fa: la democrazia è prima di tutto un insieme di regole del gioco, e le regole del gioco, perché siano accettate da tutti, devono essere scritte insieme. Sarebbe saggio, da parte di chi ha la maggioranza, ricordarlo. E sarebbe utile, per tutti i cittadini, seguire con attenzione, nelle prossime settimane, una discussione che non riguarda i palazzi della politica, ma il valore concreto del voto di ciascuno di noi. Perché alla fine la domanda è semplice, ed è la stessa di sempre: di chi è il potere? Dei cittadini, o di chi i cittadini dovrebbero solo servire?
Fonti: ANSA, “Dal premio alle soglie, cosa prevede la legge elettorale”, 24 giugno 2026; L’Espresso, “La legge elettorale approda in Aula: cosa prevede il Melonellum e quali sono le differenze con il Rosatellum”, 25 giugno 2026; Il Sole 24 Ore, “Legge elettorale: perché tutti parlano delle preferenze ma nessuno le vuole”, 26 giugno 2026; Termometro Politico, “Legge elettorale approda in Parlamento: proporzionale e preferenze”, 26 giugno 2026; Fanpage, diretta sulla seduta della Camera del 26 giugno 2026 (espulsione del deputato Riccardo Magi, dichiarazioni di Carmela Auriemma, M5S); La rivista il Mulino, “La proposta di riforma della legge elettorale: contenuti e critiche”; Corte Costituzionale, sentenza n. 1 del 2014 e sentenza n. 35 del 2017; Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 1 e 48; Gaetano Salvemini, “Il ministro della malavita”, 1910, e profilo biografico (Molfetta 1873, storico e meridionalista, antifascista, morto nel 1957); Norberto Bobbio, “Il futuro della democrazia”, Einaudi, 1984.













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