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Lavorare e restare poveri: il paradosso che l’Europa prova ad arginare, e che l’Italia affronta senza salario minimo

da 26 Giugno 2026Economia, Europa Strategica, Politica0 commenti

L’11 novembre la Corte di Giustizia UE ha salvato la direttiva sui salari minimi adeguati. L’Italia resta uno dei soli cinque Paesi dell’Unione senza un minimo fissato per legge. Dietro una copertura contrattuale altissima si nascondono però sacche di lavoro povero, che al Sud diventano voragini

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.»
Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 36


Il paradosso del nostro tempo

C’è una frase che fino a una generazione fa sarebbe sembrata una contraddizione in termini, e che oggi descrive la realtà di milioni di persone: lavorare ed essere poveri. Per decenni il lavoro è stato la via maestra per uscire dalla povertà, la garanzia di una vita dignitosa in cambio della propria fatica. Oggi, per una quota crescente di lavoratori europei, non è più così. Si lavora, anche a tempo pieno, e non si arriva a fine mese. Gli economisti lo chiamano lavoro povero, working poor. È uno dei fenomeni sociali più gravi e meno raccontati del nostro tempo.

La nostra Costituzione, all’articolo 36, aveva messo questo principio a fondamento della Repubblica con parole che è bene rileggere: la retribuzione deve essere sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Non un’esistenza qualsiasi: libera e dignitosa. Per la costante giurisprudenza italiana, questo principio ha carattere immediatamente precettivo, cioè è una norma che vincola, non un auspicio. Eppure, a quasi ottant’anni di distanza, quella promessa resta in parte inattuata. E capire perché ci porta dritti al cuore di una delle partite sociali più importanti che si giocano oggi in Europa.

La risposta europea e la sentenza che l’ha confermata

L’Unione Europea ha provato ad affrontare il problema con uno strumento preciso: la direttiva 2022/2041 sui salari minimi adeguati, adottata nell’ottobre 2022, con scadenza per il recepimento fissata al 15 novembre 2024. È importante capire bene cosa fa e cosa non fa questa direttiva, perché su questo punto si gioca molta della confusione. La direttiva non impone un salario minimo unico e uniforme in tutta Europa, cosa che del resto i trattati non consentirebbero, perché la determinazione delle retribuzioni resta competenza esclusiva degli Stati. Fa una cosa diversa e più sottile: chiede a ogni Paese di garantire che i salari siano adeguati, percorrendo una delle due strade possibili. O attraverso un salario minimo legale fissato e aggiornato secondo criteri di dignità, oppure attraverso una contrattazione collettiva forte e diffusa, che copra almeno l’80 per cento dei lavoratori.

Questa direttiva ha rischiato di non sopravvivere. Nel gennaio 2023 la Danimarca, sostenuta dalla Svezia, ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea chiedendone l’annullamento totale, sostenendo che violasse i trattati intromettendosi in una materia, le retribuzioni, riservata agli Stati. Nel gennaio 2025 l’Avvocato Generale della Corte aveva dato un parere clamoroso, favorevole all’annullamento completo. Sembrava fatta per gli oppositori.

E invece, l’11 novembre 2025, con la sentenza sulla causa C-19/23, la Corte ha deciso diversamente. Ha respinto in gran parte il ricorso e ha confermato la validità dell’impianto della direttiva, inclusa la promozione della contrattazione collettiva. Ha annullato soltanto due disposizioni tecniche dell’articolo 5, quelle che imponevano agli Stati criteri predeterminati per quantificare il salario minimo e che vietavano riduzioni in caso di indicizzazione automatica, ritenute un’ingerenza diretta nella determinazione delle retribuzioni. La presidente della Commissione ha definito la sentenza una pietra miliare per la dignità e l’equità. Il cuore della legge europea sul salario dignitoso ha retto.

L’Italia, un caso particolare

E qui entra in scena la specificità italiana, che va spiegata con onestà perché è spesso fraintesa. L’Italia è uno dei soli cinque Paesi dell’Unione, su ventisette, a non avere un salario minimo fissato per legge. Gli altri quattro sono Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia. Ventidue Paesi su ventisette il salario minimo legale ce l’hanno, con importi che vanno dai 2.638 euro mensili del Lussemburgo ai 550 euro della Bulgaria.

Perché l’Italia non ce l’ha? Perché ha storicamente scelto la seconda via prevista dalla direttiva: quella della contrattazione collettiva. E va detto con chiarezza che, sulla carta, questa via in Italia funziona piuttosto bene in termini di copertura. Secondo i dati del CNEL, i contratti firmati dai sindacati confederali più rappresentativi coprono oltre 13 milioni di lavoratori del settore privato, con una copertura stimata superiore al 95 per cento, molto al di sopra della soglia dell’80 per cento richiesta dalla direttiva. Per questo la sentenza dell’11 novembre, in concreto, per l’Italia non comporta obblighi diretti: il nostro Paese può sostenere di aver già scelto e attuato una delle due strade.

Bisogna essere onesti anche su un altro punto: la via della contrattazione collettiva non è di per sé inferiore. La Danimarca e la Svezia, che pure non hanno il salario minimo legale, garantiscono ai loro lavoratori alcune delle retribuzioni più alte e dignitose d’Europa, proprio grazie a una contrattazione fortissima e a sindacati potenti. Non si oppongono alle tutele: difendono un modello diverso di tutela. Chi liquida la contrattazione collettiva come un sistema arretrato sbaglia.

La crepa sotto la superficie

E allora dov’è il problema italiano? Sta nel divario tra la copertura formale e la realtà sostanziale. Quel 95 per cento di copertura è un dato vero ma ingannevole, perché nasconde sacche profonde dove la promessa dell’articolo 36 viene tradita ogni giorno.

Dove la presenza sindacale è forte, come in alcuni settori industriali, la contrattazione tiene e i salari restano dignitosi. Ma dove il sindacato è debole, la situazione cambia radicalmente. Esistono i cosiddetti contratti pirata, firmati da sigle non rappresentative al solo scopo di abbassare i minimi salariali. Esistono interi comparti, dalla logistica ai servizi, dal turismo all’agricoltura, dove la manodopera è, come l’ha definita un’analisi giuridica, progressivamente più ricattabile e sostituibile, e dove la capacità di rivendicare salari dignitosi è ormai molto indebolita. Esistono i lavoratori migranti, spesso incapaci di organizzarsi e di far valere i propri diritti davanti a un giudice. In tutti questi casi, la copertura contrattuale formale non si traduce in un salario dignitoso reale.

Il risultato è un Paese dove milioni di persone lavorano per retribuzioni che la nostra stessa Costituzione considererebbe insufficienti. Negli ultimi anni, anche diverse sentenze hanno riconosciuto che alcuni contratti collettivi prevedono minimi inadeguati rispetto al principio costituzionale di sufficienza. Il problema, insomma, esiste, ed è grande.

Il Mezzogiorno, dove la promessa è più tradita

Tutto questo, come spesso accade, pesa di più al Sud. Il lavoro povero non è distribuito in modo uniforme sul territorio nazionale: si concentra dove l’economia è più fragile, dove il lavoro stagionale e informale è più diffuso, dove la presenza sindacale è più rarefatta.

Pensiamo al lavoro stagionale del turismo, di cui questa rubrica ha scritto a proposito dell’overtourism: mesi di lavoro intensissimo e sottopagato, poi il nulla. Pensiamo all’agricoltura e alla piaga del caporalato, che nelle campagne pugliesi e dell’intero Mezzogiorno continua a sfruttare braccia, italiane e straniere, a poche decine di euro al giorno. Pensiamo ai servizi, alla cura, al commercio, dove i contratti applicati spesso garantiscono cifre lontane da qualsiasi idea di dignità. Nel Sud, la promessa dell’articolo 36 è tradita più spesso e più gravemente che altrove. Ed è anche per questo, lo abbiamo visto parlando di fuga dei cervelli, che i nostri giovani se ne vanno: non solo per mancanza di lavoro, ma per mancanza di lavoro dignitosamente retribuito.

Oltre l’ideologia: il risultato che conta

In Italia il dibattito sul salario minimo legale è andato avanti per anni, spesso incagliandosi in una contrapposizione ideologica. La maggioranza di governo ha sempre respinto l’introduzione di un minimo legale, sostenendo che la contrattazione collettiva sia sufficiente e più adatta alle specificità dei settori. Le opposizioni e i sindacati, in particolare la CGIL, continuano a chiederlo come risposta urgente all’impoverimento dei salari, ricordando che in Italia, a differenza di gran parte d’Europa, gli stipendi reali hanno perso potere d’acquisto negli ultimi decenni.

Credo che la contrapposizione tra le due vie, legge contro contratti, sia in larga parte un falso problema. Il punto non è ideologico, è pratico: nessuna persona deve essere povera mentre lavora. E le due strade non sono necessariamente alternative. Un salario minimo legale può fare da pavimento, da rete di sicurezza posta sotto la contrattazione collettiva, senza sostituirla, per proteggere proprio quei lavoratori che oggi restano scoperti o sono coperti da contratti inadeguati. Dove la contrattazione funziona e garantisce di più, resta sovrana. Dove non arriva, o arriva con i contratti pirata, interviene il pavimento legale a impedire che si scenda sotto la soglia della dignità. È il modello che molti propongono, e che concilia il rispetto per la contrattazione con la tutela di chi ne resta fuori.

Quello che si può fare, e il ruolo del territorio

Sul piano nazionale, la strada ragionevole è duplice: introdurre un salario minimo come soglia di dignità per i settori scoperti, e contemporaneamente rafforzare la contrattazione collettiva dove è debole, combattendo i contratti pirata con una legge sulla rappresentanza che stabilisca chi può davvero firmare i contratti.

Sul piano territoriale, c’è molto che le istituzioni regionali e locali possono fare, soprattutto contro la forma più brutale di lavoro povero, il caporalato. Rafforzare i controlli, sostenere il collocamento pubblico in agricoltura, garantire trasporti e alloggi dignitosi ai lavoratori stagionali per sottrarli al ricatto degli intermediari, premiare le imprese che applicano contratti dignitosi negli appalti pubblici. Sono misure concrete, alla portata di una Regione, che possono ridurre lo sfruttamento e restituire dignità a chi lavora. La Regione Puglia ha già strumenti in questa direzione, e vanno sostenuti e potenziati.

Salento Dinamico e la dignità del lavoro

L’articolo 36 della nostra Costituzione non parla di un salario qualsiasi. Parla di un salario sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Quelle due parole, libera e dignitosa, contengono un’intera idea di società: il lavoro non è solo un costo da comprimere, è il fondamento della dignità di una persona e della sua libertà. Un lavoratore pagato troppo poco per vivere non è davvero libero, perché la povertà rende ricattabili.

Salento Dinamico parte dalla convinzione che non ci sia sviluppo autentico di un territorio senza dignità del lavoro. Si possono attrarre investimenti, costruire infrastrutture, digitalizzare i servizi: ma se il lavoro che si crea è lavoro povero, sottopagato e precario, lo sviluppo è una facciata. Trattenere i giovani nel Sud, di cui tanto parliamo, non significa solo creare posti di lavoro: significa creare lavoro dignitosamente retribuito, perché nessuno resta in una terra che gli offre fatica senza futuro. La battaglia per un salario dignitoso, in fondo, è la stessa battaglia per fermare l’emorragia del Mezzogiorno. È la battaglia perché si possa, finalmente, vivere del proprio lavoro restando a casa propria.


Fonti: Eunews, 11 novembre 2025 (sentenza Corte di Giustizia UE, causa C-19/23); Il Fatto Quotidiano, 11 novembre 2025 (dettagli annullamento articolo 5, reazioni); QuiFinanza, 15 novembre 2025 (effetti della sentenza); LavoroSì, 13 novembre 2025 (situazione italiana, dati CNEL copertura oltre 95%); ADVANT Nctm (cinque Paesi senza salario minimo legale, importi da 2.638 a 550 euro, articolo 153 TFUE); Conflavoro, 25 novembre 2025 (analisi giuridica della sentenza); Lavoro Diritti Europa (problematico recepimento italiano, lavoro povero, manodopera ricattabile); S&D Group, 11 novembre 2025 (direttiva 2022/2041, scadenza recepimento); Costituzione della Repubblica Italiana, Articolo 36

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