InOnda Novità


Disprosio, terbio, neodimio: gli elementi invisibili che nel 2025 hanno fermato le fabbriche europee. E perché senza di loro non esistono auto, pale eoliche, chip e satelliti

da 1 Luglio 2026Economia, Europa Strategica, Scienza0 commenti

La Cina controlla quasi tutta la filiera mondiale delle terre rare e nel 2025 ha trasformato questo monopolio in un’arma. L’Europa progetta e consuma, ma non possiede la base materiale della sua economia verde e digitale. È la dipendenza tecnologica portata alla sua radice più profonda: la materia

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«La materia è materia, né nobile né vile, infinitamente trasformabile.»
Primo Levi, chimico e scrittore, da Il sistema periodico


Gli elementi che nessuno conosce

Disprosio. Terbio. Neodimio. Samario. Sono nomi che quasi nessuno saprebbe collocare, che suonano come formule dimenticate di un vecchio libro di chimica. Eppure, nella primavera del 2025, questi elementi sconosciuti hanno fatto qualcosa di clamoroso: hanno fermato le fabbriche europee e americane. Ford ha bloccato per tre settimane due stabilimenti negli Stati Uniti per mancanza di magneti al disprosio, e in Germania e in Italia le linee della componentistica auto si sono fermate per carenza di forniture. Spazioapertosalento

Primo Levi, che era chimico prima ancora che scrittore, ci ha insegnato a guardare la materia senza gerarchie: né nobile né vile, scriveva, ma infinitamente trasformabile. È una lezione che oggi torna con una forza inattesa. Perché questi elementi umili, quasi invisibili, si sono rivelati la base nascosta su cui poggia l’intera nostra civiltà tecnologica. E chi li controlla, oggi, tiene una mano sul rubinetto dell’economia mondiale.

La base invisibile di tutto

Le terre rare sono un gruppo di diciassette elementi, e insieme a una manciata di altri minerali critici come il litio o il cobalto costituiscono la materia prima della modernità. Non perché se ne usino grandi quantità, ma perché senza di esse certe tecnologie semplicemente non funzionano. Il cuore della domanda sono i magneti permanenti al neodimio-ferro-boro, componenti fondamentali per i motori delle automobili, le turbine eoliche, i sistemi di difesa e i data center per l’intelligenza artificiale. Questi magneti sono fino a quindici volte più potenti dei comuni magneti di ferro, e si trovano ovunque: nell’automotive e nella difesa, ma anche nelle turbine eoliche, nelle cuffie e nelle apparecchiature per la risonanza magnetica. Corrieredellevante + 2

È, letteralmente, l’Europa che non si vede. Quando parliamo di transizione verde e di rivoluzione digitale, immaginiamo pannelli, batterie, server, automobili silenziose. Non pensiamo mai agli elementi che rendono tutto questo possibile, sepolti dentro un motore o un magnete. Eppure è lì, in quella materia oscura, che si gioca oggi una parte decisiva della sovranità.

Un monopolio costruito in trent’anni

Il problema è che quella materia ha un padrone quasi unico. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la Cina controlla il 60 per cento della produzione globale di terre rare e il 90 per cento della raffinazione. Nella lavorazione a valle il dominio è ancora più netto: Pechino controlla il 91 per cento della raffinazione mondiale e il 94 per cento della produzione di magneti permanenti sinterizzati. Per i metalli più pregiati, le terre rare cosiddette pesanti come il disprosio e il terbio, la quota cinese sfiora il 100 per cento. La stessa presidente della Commissione europea ha ammesso che il 90 per cento dei magneti a base di terre rare consumati in Europa viene importato dalla Cina. E se si allarga lo sguardo, per diciannove dei venti minerali strategici il principale raffinatore mondiale è cinese, con una quota media del 70 per cento. Spazioapertosalento + 4

Non è un caso, ed è importante dirlo con onestà. Questo monopolio è il frutto di una strategia industriale paziente, costruita in decenni, mentre l’Occidente delegava volentieri ad altri le fasi più sporche e meno redditizie della filiera, l’estrazione e la raffinazione, tenendosi la parte pulita e ad alto valore. Abbiamo esternalizzato l’inquinamento e la fatica, e con essi, senza accorgercene, abbiamo ceduto il controllo.

Il 2025, quando il monopolio è diventato un’arma

Per anni questa dipendenza è rimasta una preoccupazione teorica. Nel 2025 è diventata una crisi operativa. Il 4 aprile 2025 la Cina ha introdotto controlli sull’esportazione di sette terre rare pesanti e dei magneti prodotti con esse, come contromossa ai dazi statunitensi. Il crollo immediato dei volumi ha costretto le case automobilistiche in Europa e negli Stati Uniti a ridurre l’attività o a fermare gli stabilimenti, e i prezzi europei hanno raggiunto un livello fino a sei volte superiore a quelli cinesi. SpazioapertosalentoCorrieredellevante

Poi, l’escalation. Il 9 ottobre 2025 la Cina ha esteso i controlli da sette a dodici elementi, e soprattutto ha introdotto l’obbligo di licenza per esportare qualsiasi componente contenente terre rare di origine cinese o prodotto con tecnologie cinesi. È il punto di svolta: non più solo la materia, ma tutto ciò che la contiene o che serve a lavorarla, comprese le macchine per produrre i magneti. Gli analisti l’hanno chiamata con una parola sola, la trasformazione della filiera in arma. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, se questi controlli entrassero in piena applicazione, terrebbero sotto scacco circa 6,5 trilioni di dollari di attività industriali a valle nei Paesi esterni alla Cina. Gal Terra d’Arneo + 2

E qui arriva il dettaglio più istruttivo per noi europei. La tregua è arrivata il 30 ottobre 2025, a margine del vertice tra Trump e Xi. Ma non per merito europeo: a negoziarla sono stati gli americani, e l’Unione europea ne ha beneficiato senza sedersi al tavolo. La sospensione, per giunta, è provvisoria: Pechino potrà applicare in pieno i controlli sospesi entro il 10 novembre 2026. L’Europa, in una partita che decide la sua stessa industria, è stata spettatrice. SpazioapertosalentoGal Terra d’Arneo

Di nuovo lo stesso schema

I lettori di questa rubrica riconosceranno il copione, perché è lo stesso che abbiamo descritto per l’intelligenza artificiale, per il cloud, per i lanciatori spaziali. L’Europa è un gigante dei consumi e delle regole, ma un nano del controllo sulle basi materiali e tecnologiche. Progettiamo le automobili elettriche più raffinate, ma il magnete che le fa muovere dipende da una licenza rilasciata a Pechino. Fissiamo gli obiettivi verdi più ambiziosi del mondo, ma le turbine e i pannelli che dovrebbero realizzarli si fermano se un fornitore lontano chiude il rubinetto.

Con un’aggravante, rispetto ad altri casi. Qui la dipendenza non ci è stata imposta da un avversario: ce la siamo costruita da soli, scambiando la comodità di oggi con la vulnerabilità di domani. È la versione materiale di una tesi che ripeto da mesi: attrarre non è possedere, e allo stesso modo consumare non è controllare.

La risposta europea, giusta ma lenta

L’Europa ha reagito, almeno sulla carta. Nel luglio 2025 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che definisce le misure cinesi ingiustificate e coercitive, chiedendo alla Commissione e agli Stati membri di accelerare l’attuazione del regolamento sulle materie prime critiche, il Critical Raw Materials Act, che punta a garantire un approvvigionamento sicuro, diversificato e sostenibile. Il commissario al Commercio ha parlato di un’espansione drammatica delle restrizioni e ha detto che l’Unione deve ridurre la propria dipendenza il più rapidamente possibile. RegioneVeglieNews

Le buone intenzioni ci sono. Il problema è la distanza tra l’ambizione e la capacità reale. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che servano circa 55 miliardi di euro di investimenti nei prossimi dieci anni per costruire una filiera alternativa credibile, metà dei quali solo per la raffinazione. E il divario con gli Stati Uniti, dove lo Stato è intervenuto direttamente a sostenere le imprese del settore, resta ampio: il vero fattore di rischio, avvertono gli analisti, è proprio la distanza tra l’ambizione strategica europea e la sua effettiva capacità industriale. Difficile costruire in pochi mesi ciò che si è smesso di presidiare per trent’anni. PiazzasalentoGal Terra d’Arneo

Le vie d’uscita vere: riciclo, sostituzione, ricerca

Eppure le strade ci sono, e sono più concrete di quanto sembri. La prima è il riciclo. Recuperare i magneti dai motori elettrici e dalle turbine eoliche a fine vita potrebbe ridurre il fabbisogno di forniture primarie fino al 35 per cento entro il 2050, e l’Europa è in una posizione strategica, perché si prevede che entro il 2030 genererà la metà dei rottami magnetici mondiali provenienti dall’eolico. È la logica dell’economia circolare applicata alla sovranità: la nostra miniera più ricca sono gli oggetti che già possediamo e che oggi buttiamo via. Piazzasalento

La seconda è la sostituzione e l’efficienza. Il Giappone, dopo lo shock delle terre rare del 2010, ha ridotto la propria domanda totale del 30 per cento grazie a politiche mirate di efficienza e sostituzione, dimostrando che la vulnerabilità si può ridurre con una strategia coordinata tra pubblico e privato. La terza è la ricerca sui materiali, per progettare tecnologie che usino meno terre rare pesanti, o che ne facciano a meno. È il terreno su cui le università e i centri di ricerca, anche del Sud, possono dare un contributo decisivo, come già accade nella scienza dei materiali per il fotovoltaico di nuova generazione studiata negli atenei pugliesi e nei centri del CNR. Piazzasalento

E qui c’entra la Puglia

Si potrebbe pensare che una partita così globale non ci riguardi. È l’esatto contrario. Ogni pezzo del futuro industriale che immaginiamo per la Puglia poggia proprio su questi materiali. Le pale eoliche, comprese quelle del primo parco offshore del Mediterraneo al largo di Taranto, funzionano con magneti alle terre rare. La filiera automotive pugliese, di cui abbiamo raccontato la componentistica, è tra quelle che nel 2025 hanno sentito il morso della carenza di magneti. I satelliti della nascente filiera aerospaziale, il fotovoltaico, persino l’acciaio verde che sogniamo per Taranto: tutto dipende, direttamente o indirettamente, da materiali che l’Europa non controlla. La dipendenza dalle terre rare non è un tema astratto da conferenza internazionale: è una minaccia concreta alla reindustrializzazione del Mezzogiorno.

Ma dentro il problema c’è anche un’occasione. L’economia circolare e il riciclo dei materiali critici potrebbero diventare una vocazione industriale del Sud, che già ospita filiere del recupero e dei rifiuti e che potrebbe salire di livello, dall’eliminazione dello scarto all’estrazione urbana di materiali preziosi. Sarebbe lavoro qualificato, ricerca, imprese. E le università pugliesi e i centri del CNR, che già lavorano sulla scienza dei materiali, potrebbero essere protagonisti della parte più nobile di questa sfida, quella dell’innovazione.

La proposta, allora, è di metodo e di visione. Che la sicurezza dei materiali sia considerata una precondizione di qualsiasi politica industriale, e non un dettaglio tecnico. Che il riciclo e l’estrazione urbana di materie prime critiche siano promossi come vocazione produttiva del Mezzogiorno, legandoli alla ricerca dei nostri atenei. Che la Puglia, con la sua industria verde, aerospaziale e automobilistica, pretenda catene di fornitura resilienti. E che l’Italia e l’Europa smettano di limitarsi alle dichiarazioni, mettendo sul Critical Raw Materials Act la potenza di fuoco che la posta in gioco richiede.

Salento Dinamico e la lezione della materia

Torniamo a Primo Levi, e alla sua materia né nobile né vile. C’è qualcosa di profondamente istruttivo nel fatto che la sovranità del nostro tempo, così spesso raccontata come una faccenda di algoritmi e di dati impalpabili, si riveli infine appesa a manciate di elementi estratti dal suolo. Ci ricorda che dietro ogni schermo, ogni motore, ogni promessa di futuro verde, c’è sempre la materia, con la sua concretezza e la sua geografia. E che chi non controlla la materia, alla fine, non controlla il proprio destino.

Salento Dinamico nasce dalla convinzione che il Sud debba smettere di costruire il proprio futuro sulla dipendenza, in tutte le sue forme, e imparare a presidiare le basi reali dello sviluppo. Le terre rare ci insegnano che non basta consumare la modernità, bisogna anche saperla produrre, riciclare, immaginare. Il Mezzogiorno non ha giacimenti di neodimio, ma ha qualcosa che può valere altrettanto: intelligenze da formare e trattenere, una vocazione possibile all’economia circolare, centri di ricerca capaci di studiare i materiali del futuro. Trasformare questa consapevolezza in scelte concrete significa capire, con Levi, che nessuna materia è vile, e che anche dalle cose più umili e nascoste può nascere una forma di libertà.


Fonti: Agenzia internazionale per l’energia, Global Critical Minerals Outlook 2025 e analisi 2026 (quote cinesi, 6,5 trilioni a rischio, 55 miliardi di investimenti, riciclo, modello Giappone); Parlamento europeo, risoluzione 4 luglio 2025 (misure cinesi coercitive, Critical Raw Materials Act); Canale Energia, ottobre 2025 e aprile 2026 (dati filiera, escalation 9 ottobre, magneti NdFeB); ISPI, 9 ottobre 2025 e 2026 (weaponization, elementi controllati, scadenza novembre 2026); Ingenio, 9 luglio 2025 (controlli 4 aprile, Ford, CLEPA, disprosio e terbio); ECFR e AdnKronos Eurofocus, maggio 2026 (tregua negoziata dagli USA, dipendenza europea, dichiarazioni von der Leyen); Euronews, 27 ottobre 2025 (estensione a dodici elementi, de-risking); Quotidiano Nazionale, 14 ottobre 2025 (dichiarazioni del commissario al Commercio)

Leggi anche:

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pin It on Pinterest