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I partiti sono lo strumento con cui i cittadini fanno politica: ma in un’Italia che non si fida più di loro e non si iscrive più, cosa resta di questa promessa costituzionale?

da 2 Luglio 2026Cultura, La Costituzione come Stella Polare, Politica0 commenti

Il quarantanovesimo articolo della Costituzione, il diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico alla politica nazionale, e la crisi di fiducia che sta svuotando i corpi intermedi della democrazia

di Francesco Giannetta, Giugno 2026


«I partiti sono lo strumento con cui i cittadini partecipano alla vita dello Stato. Senza di essi la democrazia è muta. Ma essi vivono soltanto se restano fedeli ai cittadini che rappresentano, e appassiscono quando se ne dimenticano.»
— Aldo Moro, costituente


L’articolo che dà forma alla partecipazione politica

Dopo il diritto di voto dell’articolo 48, la Costituzione affronta lo strumento attraverso cui quel voto prende forma e si organizza: i partiti politici. Perché la democrazia non è fatta solo di elettori isolati che una volta ogni tanto mettono una scheda nell’urna. È fatta di cittadini che si associano, discutono, elaborano idee, costruiscono programmi, si organizzano per portare avanti una visione della società. Questo è il compito dei partiti, e l’articolo 49 lo riconosce e lo protegge.

«Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.»

Un solo comma, essenziale. Ma contiene tre elementi fondamentali: il diritto di associarsi liberamente in partiti, il metodo democratico come regola del gioco, e lo scopo di concorrere a determinare la politica nazionale.

Perché i costituenti vollero questo articolo

Per capire l’articolo 49 bisogna ricordare da dove venivano i costituenti: dal fascismo, cioè da vent’anni di partito unico. Il regime aveva abolito tutti i partiti tranne quello fascista, aveva fatto della politica un monopolio, aveva soffocato ogni pluralismo. Chi apparteneva a un partito diverso finiva in carcere, al confino, in esilio, o veniva ucciso.

I costituenti sapevano quindi, per esperienza diretta e dolorosa, quanto fosse prezioso il diritto di associarsi liberamente in partiti diversi. Il pluralismo dei partiti, la possibilità che visioni diverse della società si organizzino, si confrontino, competano per il consenso, è l’essenza stessa della democrazia. Una democrazia con un solo partito non è una democrazia: è una dittatura mascherata. Per questo l’articolo 49 garantisce a “tutti i cittadini” il diritto di associarsi “liberamente” in partiti.

C’è un grande teorico del diritto, Hans Kelsen, che lo aveva spiegato con chiarezza: la democrazia moderna è necessariamente democrazia dei partiti. Non esiste, nelle società di massa, una democrazia senza partiti. I partiti sono lo strumento attraverso cui milioni di cittadini, che da soli non potrebbero farsi sentire, si aggregano in visioni comuni e concorrono a determinare l’indirizzo del Paese. Sono i corpi intermedi che collegano il cittadino singolo alle istituzioni, come diceva Moro: senza di essi, la democrazia è muta.

Il “metodo democratico”: due significati

L’espressione più densa dell’articolo 49 è “con metodo democratico”. Ha due significati, entrambi importanti.

Il primo riguarda il modo in cui i partiti competono tra loro: devono farlo democraticamente, cioè attraverso il libero confronto delle idee e il consenso degli elettori, non con la violenza, l’intimidazione o il colpo di Stato. È il collegamento con la dodicesima disposizione transitoria della Costituzione, che vieta la ricostituzione del partito fascista: la libertà dei partiti non arriva fino a comprendere chi vuole distruggere la democrazia stessa. Il metodo democratico è la regola che tutti i partiti devono rispettare.

Il secondo significato, più discusso, riguarda la democrazia interna ai partiti. I partiti che chiedono ai cittadini il voto per governare in nome della democrazia dovrebbero essere democratici anche al loro interno? Dovrebbero avere regole trasparenti, dirigenti scelti dagli iscritti, decisioni prese con la partecipazione della base? I costituenti discussero se imporre ai partiti un ordinamento interno democratico, ma alla fine scelsero una formula aperta, per non irrigidire troppo la vita politica e non dare allo Stato il potere di controllare l’organizzazione interna dei partiti. È rimasto però un tema aperto, che ancora oggi divide: quanto è democratica la vita interna dei partiti italiani?

La crisi: partiti sempre più vuoti e sempre meno amati

Ed eccoci al presente, dove l’articolo 49 incontra una crisi profonda. I partiti, che dovrebbero essere lo strumento vivo della partecipazione dei cittadini, stanno diventando gusci sempre più vuoti e sempre meno amati.

Il primo segnale è il crollo degli iscritti. Gli iscritti ai partiti italiani si sono ridotti a circa un quarto di quelli di un tempo. I grandi partiti di massa del dopoguerra avevano milioni di iscritti, sezioni in ogni quartiere e in ogni paese, una vita interna fatta di riunioni, dibattiti, formazione politica. Erano comunità, luoghi di socializzazione e di educazione civica. Oggi quella struttura si è dissolta: i partiti hanno perso il radicamento territoriale, le sezioni hanno chiuso, la vita interna si è spenta. Gli studiosi parlano di “desertificazione della politica” e di “oligarchizzazione”: partiti ridotti a piccoli gruppi ristretti attorno ai leader, senza più una base viva e partecipe.

Il secondo segnale è il crollo della fiducia. Nella graduatoria della fiducia degli italiani nelle istituzioni, i partiti politici sono stabilmente all’ultimo posto. Oltre una persona su cinque dichiara di non avere alcuna fiducia nei partiti. E il dato non migliora con l’istruzione: la fiducia nei partiti si ferma intorno al 24 per cento tra chi ha un’istruzione media e scende al 20 per cento tra i laureati. C’è un dato ancora più significativo: gli italiani si fidano più delle istituzioni europee che dei propri partiti e del proprio governo. Secondo l’Eurobarometro, la fiducia nell’Unione Europea supera quella nel Parlamento e nel governo nazionali.

Questa crisi è pericolosa, perché senza partiti credibili la democrazia si svuota. Se i cittadini non si iscrivono, non partecipano, non si fidano, i partiti smettono di essere corpi intermedi vivi e diventano macchine elettorali autoreferenziali. E allora la distanza tra cittadini e istituzioni cresce, l’astensione aumenta, e la sovranità popolare dell’articolo 1 si svuota di sostanza.

L’antipolitica e la sua trappola

Di fronte a questa crisi, una tentazione ricorrente è l’antipolitica: l’idea che si possa fare a meno dei partiti, che siano tutti uguali, tutti corrotti, tutti inutili, che la soluzione sia abolirli o aggirarli. È una tentazione comprensibile, viste le colpe reali di tanta classe politica. Ma è anche una trappola pericolosa.

Perché, come insegna Kelsen, non esiste democrazia di massa senza partiti. Chi promette di superare i partiti in nome del popolo, storicamente, ha spesso finito per concentrare il potere nelle mani di un uomo solo o di un piccolo gruppo, che è l’esatto contrario della democrazia. La risposta alla crisi dei partiti non è abolire i partiti, ma rifondarli: renderli di nuovo luoghi di partecipazione vera, di democrazia interna, di elaborazione di idee, di connessione con i cittadini e i territori. Non meno partiti, ma partiti migliori.

Vale la pena ricordare che diverse esperienze politiche recenti sono nate proprio dalla domanda di una politica diversa, più partecipata, più vicina ai cittadini, capace di rompere l’autoreferenzialità dei partiti tradizionali. È il segno di un bisogno autentico: quello di ricostruire strumenti di partecipazione che siano davvero fedeli, come diceva Moro, ai cittadini che rappresentano. La sfida non è distruggere i partiti, ma reinventarli per il nostro tempo.

Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero

Se l’articolo 49 fosse vissuto nel suo pieno significato, i partiti sarebbero luoghi vivi di partecipazione democratica: aperti, trasparenti, radicati nei territori, capaci di formare cittadini e classe dirigente, di elaborare programmi attraverso il dibattito interno invece di calarli dall’alto. La democrazia interna non sarebbe un optional, ma la condizione di credibilità di chi chiede il voto in nome della democrazia.

I partiti tornerebbero a essere corpi intermedi che collegano i cittadini alle istituzioni: canali attraverso cui le domande, i bisogni, le idee dei territori salgono verso il centro e diventano politiche pubbliche. Non macchine elettorali che si attivano solo al momento del voto, ma comunità permanenti di partecipazione civica.

E gli strumenti del nostro tempo, in particolare quelli digitali, sarebbero usati per allargare la partecipazione: piattaforme che permettono agli iscritti di discutere, proporre, votare, controllare, rendendo la democrazia interna una realtà quotidiana e non un rito occasionale. La tecnologia al servizio della partecipazione, non della sua sostituzione.

Un’applicazione vissuta

Il tema dell’articolo 49, la partecipazione politica organizzata, tocca da vicino la mia visione di impegno civico e la filosofia di Salento Dinamico. Credo profondamente che la crisi dei partiti non si curi con l’antipolitica, ma con più partecipazione, più trasparenza, più connessione tra i cittadini e chi li rappresenta.

C’è un nesso preciso con il net.futurismo che ispira il mio lavoro. Una delle cause profonde della crisi dei partiti è che hanno smesso di essere luoghi di partecipazione: le sezioni hanno chiuso, la vita interna si è spenta, i cittadini sono stati ridotti a semplici elettori da mobilitare ogni cinque anni. Le tecnologie digitali possono invertire questa tendenza, ricreando spazi di partecipazione, discussione, elaborazione collettiva che il declino delle strutture tradizionali ha cancellato. Non per sostituire la partecipazione in presenza, ma per affiancarla e allargarla, raggiungendo chi il tempo o la distanza tengono lontano dalla vita politica.

Il lavoro editoriale che porto avanti con InOnda Network nasce anche da questa convinzione: informare, spiegare, dare strumenti di comprensione della cosa pubblica è il presupposto di ogni partecipazione autentica. Un cittadino informato è un cittadino capace di partecipare consapevolmente, di scegliere, di controllare chi lo rappresenta. E questa stessa rubrica sulla Costituzione, che spiega articolo per articolo le regole della nostra convivenza democratica, è un modo di contribuire a quella cultura civica senza la quale nessun partito, per quanto ben organizzato, può funzionare davvero.

La stella polare di Salento Dinamico

Aldo Moro, uno dei padri della Repubblica, aveva colto l’essenza dell’articolo 49: i partiti sono lo strumento con cui i cittadini partecipano alla vita dello Stato, ma vivono solo se restano fedeli ai cittadini che rappresentano, e appassiscono quando se ne dimenticano. È esattamente ciò che sta accadendo: partiti che, avendo dimenticato i cittadini, appassiscono nella sfiducia e nel vuoto.

Salento Dinamico raccoglie questa consapevolezza: un territorio non rinasce se i suoi cittadini rinunciano a partecipare, e la partecipazione ha bisogno di strumenti, di luoghi, di corpi intermedi vivi. La crisi dei partiti non è un destino, è una sfida: la sfida di ricostruire una politica che sia davvero partecipazione, che riavvicini i cittadini alle istituzioni, che usi anche gli strumenti del nostro tempo per rendere la democrazia più viva e non più distante.

L’articolo 49 ci ricorda che la democrazia non vive di soli elettori isolati, ma di cittadini che si associano, si organizzano, partecipano. Che i partiti, con tutti i loro limiti, restano insostituibili strumenti di quella partecipazione. E che il compito di chi ha a cuore la democrazia non è distruggerli cavalcando la rabbia, ma rifondarli, restituendo loro quella fedeltà ai cittadini senza la quale, come diceva Moro, ogni partito è destinato ad appassire. È una sfida che si vince nei territori, ricostruendo dal basso la fiducia, la partecipazione, la speranza.


Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; XII disposizione transitoria e finale della Costituzione; ISTAT, “Fiducia nelle istituzioni del Paese”, 2024-2025 (partiti politici all’ultimo posto nella graduatoria della fiducia); Eurobarometro 2025, dati sulla fiducia in governo, Parlamento nazionale e Unione Europea; analisi sulla riduzione degli iscritti ai partiti e sulla “desertificazione della politica”; Hans Kelsen, Essenza e valore della democrazia, 1929; Aldo Moro, scritti e discorsi sul ruolo dei partiti; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 49; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.

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