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L’ospedale del Sud Salento non c’è ancora. Chi ha guadagnato dall’assenza del pubblico?

da 13 Aprile 2026Politica, Sanità e Salute0 commenti

Ventiquattro anni di accordi, 135 milioni revocati, 22 ospedali chiusi e una doppia beffa nel 2024. La storia di un territorio senza cure — e di chi torna a promettere quello che non ha mai fatto.

di Francesco Giannetta — Aprile 2026


C’è una data che il Sud Salento conosce bene, anche se preferisce non ricordarsela: 2002. Quell’anno, con un accordo formale tra Stato e Regione, veniva sancita la necessità di un nuovo ospedale tra Maglie e Melpignano. Un presidio moderno, quasi 400 posti letto, pensato per servire 43 comuni e circa 210.000 abitanti di un territorio che aveva già perso il suo punto di riferimento sanitario storico.

Ventiquattro anni dopo, quell’ospedale non esiste ancora. Non è in costruzione. Non è in progettazione definitiva approvata. È sulla carta, come lo definiscono gli stessi consiglieri regionali di Fratelli d’Italia che, in questi giorni, hanno chiesto un’audizione urgente in commissione.

E ci troviamo a porre la domanda che nessuno vuole davvero rispondere: chi ha governato questo territorio in questi ventiquattro anni?


La Cenerentola della sanità pugliese

«Il nuovo ospedale del Sud Salento Maglie-Melpignano è la cenerentola dei cinque grandi presìdi sanitari da costruire in tutta la regione: quello più indietro, ancora sulla carta e in attesa di rifinanziamento.» Così lo descrivono i consiglieri regionali di Fratelli d’Italia nella loro richiesta di audizione urgente alle commissioni Sanità e Bilancio dell’aprile 2026.

Cenerentola. Un termine crudele per una struttura attesa da 210.000 persone. Ma tecnicamente accurato.

Il primo accordo Stato-Regione risale al 2002, integrato nel 2008, poi ancora nel novembre 2020 con uno stanziamento di 134,9 milioni di euro a carico del Ministero della Salute. Nel 2011 la Regione avviò le procedure per individuare l’area nell’zona industriale tra Maglie e Melpignano. Su quei terreni emersero interferenze con Acquedotto Pugliese, Anas e Ferrovie del Sud Est, che rallentarono l’iter per anni. Solo nel 2019 venne presentato un nuovo studio di fattibilità tecnico-economica, costato 1,6 milioni di euro, messo a gara nel 2021 e aggiudicato nel 2022. A novembre 2022 fu sottoscritto il contratto tra ASL Lecce e Proger S.p.A. per la progettazione definitiva, con termine fissato a 60 giorni: entro gennaio 2023 tutto doveva essere completato.

Non fu completato.

Il passaggio più pesante arrivò il 6 giugno 2024: l’accordo Stato-Regione fu revocato con decreto del Ministero della Salute. Non prorogato. Non sospeso. Revocato.

L’extra-costo accumulato nel tempo ammonta a 185 milioni rispetto al finanziamento iniziale, portando il nuovo quadro economico complessivo a 416 milioni. Partiti con 134,9 milioni. Persi i 134,9 milioni. Oggi servirebbero 416 milioni per realizzare ciò che nel 2002 si era stabilito di costruire. Il tempo costa. L’immobilismo ha un prezzo. E quel conto lo pagano i cittadini con la salute — e talvolta con la vita.


Una doppia beffa nel 2024: anche il lascito di Vita Carrapa è fermo

C’è un secondo capitolo del 2024 che si intreccia con il primo, e che rende la storia ancora più amara.

Vita Carrapa, benefattrice di Maglie scomparsa a 95 anni nel febbraio 2019, aveva lasciato circa 3 milioni di euro all’ASL di Lecce. Il testamento, redatto nel 2009 e aperto ufficialmente l’11 settembre 2019, chiedeva la realizzazione di una «struttura di cura e assistenza» nel territorio di Maglie, da intitolare «Carrapa Paolo e sorelle». Conteneva anche una clausola precisa: se entro cinque anni dall’apertura l’opera non fosse stata completata, i fondi sarebbero passati all’ISPE, l’istituto che gestisce la casa di riposo di Maglie.

Il termine scadeva nel settembre 2024.

La ASL approvò il progetto di destinazione — un presidio riabilitativo distrettuale ad alta tecnologia e robotica, presso l’ex ospedale PTA di Maglie — con delibera n. 687 del 24 giugno 2024: pochi mesi prima della scadenza, con il cantiere ancora da aprire. La data di fine lavori fu fissata dalla stessa ASL al 9 maggio 2025. Quella data non è stata rispettata. Secondo quanto riferito da operatori sanitari, il cantiere al piano terra dell’ex ospedale sarebbe «spesso deserto».

Antonio Giannuzzi, fiduciario della benefattrice e presidente del Comitato pro ospedale del Sud Salento, ha denunciato pubblicamente quello che considera una violazione della volontà testamentaria. Il direttore generale dell’ASL ha risposto che il legame tra il lascito e il nuovo ospedale era «un legame frutto di ricostruzioni, peraltro impraticabile» visti i costi ben superiori ai 3 milioni, e che la destinazione a presidio riabilitativo rispetta la formulazione originale del testamento. La questione è aperta e potrà valutarla, se necessario, la magistratura.

Quello che non è opinione, ma cronaca documentata, è questo: nell’anno 2024 il territorio del Sud Salento ha perso contemporaneamente due risorse destinate alla sanità. I 134,9 milioni di euro nazionali, revocati il 6 giugno. E il lascito privato di una cittadina generosa, il cui cantiere langue ancora oggi mentre le scadenze scivolano una dopo l’altra.

Una doppia beffa. Una doppia occasione mancata. Per un territorio che non può permettersi neanche una.

Come insegnava Pietro Calamandrei: «La burocrazia è il più lungo e sicuro rifugio che l’astuzia dei politici mediocri abbia trovato per sopravvivere ai loro errori».


Chi ha chiuso il vecchio ospedale?

Prima di parlare di chi promette di costruire il nuovo, occorre ricordare chi ha contribuito a smantellare il vecchio.

Raffaele Fitto arrivò alla presidenza della Regione Puglia nel 2000, ereditando bilanci in difficoltà. Durante il suo mandato vennero riclassificati a strutture di lungodegenza 22 vecchi ospedali — di fatto chiusi, poiché privati della loro classificazione. L’argomento tecnico — concentrare le eccellenze invece di disperdere risorse su strutture piccole — era in parte condivisibile. Il problema fu ciò che accadde dopo.

Nel 2005, pochi mesi prima delle elezioni regionali, la sua giunta approvò quello che in gergo tecnico si chiamò «Piano di Rientro» sanitario. Il voto punì quella scelta: Raffaele Fitto perse contro Nichi Vendola, in un risultato che nessun sondaggio aveva previsto. I pugliesi, commentò più di un analista, non perdonarono gli ospedali chiusi.

Nel settembre 2020, durante un comizio elettorale a Maglie, un ministro della Repubblica affermò pubblicamente: «La destra con al governo Forza Italia e la Lega tagliò duramente la sanità nei primi anni duemila e Fitto, presidente della regione, non riuscì a fermare quella visione. Maglie è il simbolo: il centrodestra con Fitto aveva già governato e, seguendo i tagli imposti dal Governo Berlusconi, aveva chiuso l’ospedale.» Quelle parole non risultano smentite con dati. Non risultano querelate. Sono rimaste lì.


Lo schema: si chiude il pubblico, il privato incassa

Quando il pubblico arretra, chi avanza? È la domanda che questa storia impone di farsi.

Quando si chiudono gli ospedali pubblici, il territorio rimane senza servizi. Quei servizi vengono poi erogati da soggetti privati accreditati dal sistema sanitario regionale, che ricevono denaro pubblico per ogni prestazione erogata. Il pubblico si ritira. Il privato entra. I fondi restano pubblici — ma la gestione, i profitti e le relazioni politiche che vi ruotano intorno diventano privati.

La Procura di Bari avviò un procedimento in cui si accusava un imprenditore della sanità privata — alla guida di un gruppo con oltre tremila posti letto in strutture tra Lazio, Abruzzo e Puglia — di aver versato 500.000 euro al movimento politico dell’ex presidente della Puglia Raffaele Fitto in cambio di un appalto da 198 milioni di euro per la gestione di 11 Residenze Sanitarie Assistite in Puglia. Strutture per anziani non autosufficienti. Esattamente il tipo di presidio che cresce di importanza quando gli ospedali pubblici chiudono e la popolazione invecchia. Bisogna essere precisi: si tratta di accuse della Procura, non di condanne definitive. Ma il fatto stesso che un simile filone investigativo si sia aperto — con quelle cifre, quelle connessioni, quel territorio — è già una domanda che i 210.000 abitanti del Sud Salento meritano di potersi fare.

C’è un secondo capitolo, altrettanto rivelatore. Quando Raffaele Fitto era ministro nel Governo Berlusconi, il Consiglio dei Ministri bocciò una legge regionale pugliese che prevedeva la riconversione delle strutture ospedaliere chiuse — quelle del Piano di Rientro — in RSA, hospice e centri di riabilitazione pubblici. A proporla al Consiglio dei Ministri fu proprio il ministro Fitto. Un deputato dell’opposizione commentò: «Si è tagliato, senza ricucire. Destinare gli ex ospedali all’abbandono significa sperperare denaro pubblico, non garantire ai territori sguarniti di assistenza sanitaria servizi sostitutivi o complementari.»

Si chiudono i vecchi ospedali pubblici. Si blocca la loro trasformazione in strutture pubbliche alternative. Si lascia il campo vuoto. Il campo vuoto lo riempiono i privati accreditati, con contratti milionari a carico del Sistema Sanitario Nazionale. È uno schema che si è ripetuto, con varianti, in molte regioni del Sud Italia — e che ha un nome nella letteratura economica: privatizzazione strisciante, silenziosa, che avanza non per proclami ideologici ma per progressivo svuotamento del pubblico.


Il sindaco che promette ciò che non ha costruito

Oggi, a ridosso delle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026, Antonio Fitto — fratello di Salvatore, zio di Raffaele, già sindaco di Maglie per tre mandati — si ricandida e mette l’ospedale al centro del programma.

«Un ospedale da realizzare nella nostra città, come approvato dalla Conferenza dei Servizi di tutti i comuni della provincia nel 2012, quand’ero sindaco», ha dichiarato nel comunicato di candidatura del dicembre 2025.

La Conferenza dei Servizi del 2012. Un atto formale. Un timbro su carta. L’ospedale però non è arrivato. Né durante i mandati di Antonio Fitto, né dopo che lasciò il Comune nel 2015. Il nuovo programma elettorale indica tra i punti cardine un impegno definito «chiaro e non negoziabile»: far tornare a Maglie un ospedale vero, moderno e tecnologicamente avanzato.

«Non negoziabile». Una parola impegnativa. Ma quando un obiettivo rimane invariato — e invariabilmente incompiuto — per un quarto di secolo, la domanda non riguarda la determinazione. Riguarda la capacità e la volontà di realizzarlo davvero.

Nei tre mandati in cui Antonio Fitto ha guidato Maglie, quale contributo concreto e documentabile ha dato all’avanzamento di questo progetto? Quali atti, quali pressioni istituzionali, quali iniziative hanno accelerato l’iter? E se nel 2012 la Conferenza dei Servizi aveva approvato l’area, perché nei tre anni successivi — in cui era ancora primo cittadino — il progetto rimase fermo?


FdI denuncia ciò che il sistema FdI ha prodotto

Il capitolo più paradossale di questa storia appartiene alle ultime ore.

«Il nuovo ospedale del Sud Salento Maglie-Melpignano è la cenerentola dei cinque grandi presìdi sanitari da costruire in tutta la regione: quello più indietro, ancora sulla carta e in attesa di rifinanziamento. Colpa di ritardi, errori, rinvii e lungaggini tutte da chiarire» — così i consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Paolo Pagliaro e Dino Basile, annunciando la richiesta di audizione urgente nelle commissioni Sanità e Bilancio.

Paolo Pagliaro. Capogruppo FdI in Regione Puglia. Stesso partito di Raffaele Fitto, oggi Vicepresidente della Commissione Europea. Stesso campo politico che espresse il presidente di Regione che chiuse 22 ospedali. Stesso schieramento che governa a Roma — e che il 6 giugno 2024 ha firmato il decreto di revoca dei 134,9 milioni.

Oggi vuole «far luce sulle responsabilità». La denuncia arriva pochi giorni fa. Le elezioni comunali di Maglie sono il 24 maggio. Il calendario, questa volta, è eloquente.

Chi risponderà concretamente — non in commissione, ma con un cantiere aperto — ai 43 comuni che aspettano dal 2002?


Una voce fuori dal coro: Sara De Pascalis e il metodo che manca

In questa campagna elettorale, dominata da chi promette oggi ciò che non ha fatto ieri, esiste una candidatura che si distingue per biografia, metodo e provenienza politica.

Sara De Pascalis, avvocata, 46 anni, consigliera comunale uscente di «Maje Noscia», è la candidata sindaca sostenuta dal campo largo — M5S, Partito Democratico, Europa Verde. Non proviene dalla filiera politica che ha governato Maglie per oltre quarant’anni. Non ha da difendere un decennio di mandati. Non ha promesso ospedali che non ha costruito.

Ha invece trascorso anni sui banchi dell’opposizione a fare esattamente ciò che chi governa avrebbe dovuto fare: studiare. «Non mi sono limitata a dire “no”. Ho studiato ogni singola proposta di deliberazione, portando risultati concreti: abbiamo dimostrato che con studio e metodo si possono risolvere problemi che sembravano cronici», ha dichiarato presentando la sua candidatura.

Sul tema dell’ospedale, De Pascalis non offre promesse elettorali a effetto. Dice che si tratta «di una battaglia importante, che si collega a quella per il miglioramento di tutti i servizi della città e per evitare i viaggi della speranza». Una battaglia di sistema, non uno slogan da campagna. Sul metodo amministrativo, il suo programma si fonda su cinque principi concreti: ascolto strutturato, tempi certi, comunicazione chiara, una squadra scelta per competenze e non per appartenenze, rendicontazione puntuale di ogni decisione.

Al forum pubblico tra i candidati, ha scelto di riportare il dibattito sull’essenziale: «È paradossale che due figure che hanno amministrato la città per più di vent’anni propongano oggi le stesse soluzioni per gli stessi problemi. Maglie non può affrontare il futuro con formule già sperimentate da chi si è alternato al governo cittadino per oltre vent’anni.»

Non è retorica. È una domanda che merita risposta.

Quarant’anni di continuità politica hanno prodotto un ospedale che non c’è, fondi revocati, un cantiere fermo e una benefattrice le cui ultime volontà attendono ancora di essere onorate. Il cambiamento non è un valore astratto. In certi momenti è semplicemente la precondizione perché le cose tornino a funzionare.


Il territorio come specchio

Questa storia dell’ospedale mancato non è solo una questione sanitaria. È uno specchio di come funzioni davvero il modello di governance che ha dominato questo territorio per decenni: promesse che si rinnovano identiche a ogni tornata elettorale, risorse pubbliche che arrivano e spariscono, atti formali che sostituiscono i risultati concreti, e un territorio che si abitua a sperare senza pretendere.

Papa Francesco, nell’enciclica Laudato si’, ricordava che la salute pubblica non è una concessione del potere, ma un diritto fondamentale di ogni persona. Un diritto che in questo angolo del Sud Italia aspetta ancora, da ventiquattro anni, di essere onorato.

Da Salento Dinamico — il progetto che vent’anni fa poneva al centro il diritto ai servizi come precondizione di ogni sviluppo territoriale reale — a oggi, la domanda è rimasta la stessa: è possibile un Salento in cui i fondi pubblici arrivino a destinazione, le promesse abbiano scadenze reali, la salute dei cittadini non dipenda dalla stagione elettorale?

La risposta dipende da chi si sceglie di credere. E da chi si sceglie di mandare a rappresentarci.


Fonti: Il Gallo (7/04/2026, 22/02/2026), Pianeta Lecce (7/04/2026), Buonasera24 (8/04/2026), TRNews (7/04/2026), Galatina24 (7/04/2026), LeccePrima (4/01/2024, 8/01/2024, 20/01/2025, 27/03/2026, 10/04/2026), La Gazzetta del Mezzogiorno (27/06/2024), LaDicola.it (14/09/2024), LecceSette (8/09/2020, 27/06/2024), AgenSalute (19/05/2025), AgenParl (19/05/2025), Il Fatto Quotidiano (18/05/2025), LecceCronaca (19/05/2025), Leggo (18/05/2025), Corriere Salentino (03/2026), Antenna Sud (18/12/2025, 24/12/2025), CosmoPolis (8/01/2026), ACLI.it (30/06/2020), Consiglio Regionale Puglia — comunicato Zullo (7/02/2022), Altreconomia (02/2009), Gerograssi.it (20/05/2011), Delibera ASL Lecce n. 687 del 24/06/2024, Delibera ASL Lecce n. 968 del 30/08/2024, Accordo di programma Stato-Regione Puglia novembre 2020 — Ministero della Salute, Decreto di revoca 6 giugno 2024 — Ministero della Salute, Contratto ASL Lecce — Proger S.p.A. novembre 2022.

Sanita Salento

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