La libertà di stampa non si censura: si compra a rate, e spesso con il tuo stesso lavoro – appendice agli articoli 21 e 22
Appendice all’articolo 21 e all’artcolo 22 della rubrica “La Costituzione come stella polare“
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«Il giornalista scomodo non viene più arrestato. Viene reso dipendente — lentamente, pazientemente, con la sua stessa complicità involontaria.» — Milly Buonanno, sociologa dei media, 2003
Una forma di censura che non lascia tracce
Nell’articolo dedicato all’articolo 21 abbiamo parlato delle querele temerarie — lo strumento legale usato come bavaglio contro il giornalismo indipendente. È un meccanismo visibile, documentabile, che lascia tracce nei fascicoli dei tribunali e nelle statistiche delle organizzazioni per la libertà di stampa.
Esiste però un altro meccanismo — più sottile, più efficace, e quasi impossibile da documentare formalmente. Non lascia tracce nei registri giudiziari. Non produce sentenze da impugnare. Non genera vittime riconoscibili da nessun sistema di monitoraggio internazionale.
Si chiama cooptazione e arriva a ledere anche l’articolo 22 — e funziona così.
Fase uno: il riconoscimento selettivo
Costruisci qualcosa. Ci metti anni, risorse, energia, credibilità. Il territorio comincia a riconoscerti — non ancora come potere da rispettare, ma come competenza da utilizzare. Ed è esattamente a questo punto che il meccanismo si attiva.
Non ti chiamano come quello che sei — una testata editoriale indipendente con una storia, un pubblico, un’identità riconoscibile. Ti chiamano come tecnico. Come video maker. Come operatore. Ti offrono il lavoro che sai fare — ma privandolo del contesto che gli dà senso. Le tue mani e le tue attrezzature, senza il tuo nome e senza la tua testata.
La differenza non è solo simbolica. È strategica. Un evento trasmesso da InOnda costruisce InOnda — porta pubblico, crea archivio, consolida l’identità editoriale, aumenta la visibilità. Lo stesso evento trasmesso sui canali dell’ente che ti ha ingaggiato costruisce quell’ente — e InOnda rimane invisibile, presente fisicamente ma assente editorialmente.
Ti pagano per lavorare contro te stesso. E lo fai, perché l’alternativa è non lavorare affatto.
Fase due: lo spostamento progressivo
Il meccanismo si raffina nel tempo. Non è un accordo esplicito — non c’è nessuna riunione in cui qualcuno decide consapevolmente di soffocare la tua testata. È una deriva graduale, quasi naturale, che si consolida un ingaggio alla volta.
Un ente che inizialmente ti chiamava come testata editoriale per la promozione del territorio comincia a costruire le proprie piattaforme social, il proprio canale YouTube, la propria presenza digitale. Il tuo lavoro — le riprese, i montaggi, i contenuti — migra dalle tue piattaforme alle loro. Piano piano, quello che doveva essere una collaborazione tra soggetti distinti diventa una dipendenza in cui sei tu a fornire le competenze e loro ad appropriarsi dei risultati.
Non te lo dicono esplicitamente. Non è mai scritto da nessuna parte. Ma il messaggio è chiaro: il tuo valore è tecnico, non editoriale. Sei bravo a fare video — non a fare giornalismo. Almeno, non per conto tuo.
Fase tre: la sostituzione pianificata
La fase più sofisticata è quella in cui l’ente che ti ha utilizzato comincia a costruire in proprio le capacità che prima delegava a te. Ottiene le abilitazioni per pubblicare una rivista territoriale — cartacea e digitale. Forma il proprio personale. Sviluppa le proprie competenze editoriali. E lo fa usando, spesso inconsapevolmente, il modello che ha osservato lavorando con te.
A quel punto sei diventato obsoleto come collaboratore — ma non perché il tuo lavoro valesse poco. Perché valeva abbastanza da essere replicato internamente, escludendoti.
Il risultato è paradossale: hai contribuito a costruire il tuo stesso sostituto. Hai formato, con il tuo lavoro, i concorrenti che ti sostituiranno. E lo hai fatto a condizioni economiche che spesso non riflettevano il valore reale di quello che stavi facendo — perché accettare poco sembrava meglio che non accettare nulla.
Fase quattro: la visibilità di ritorno, a condizioni
C’è un ultimo movimento in questo meccanismo — forse il più rivelatore. A un certo punto ti chiamano di nuovo come testata — ma per coprire eventi specifici, su temi circoscritti, a tariffe che non riflettono il mercato reale.
Non è generosità. È il completamento del meccanismo. Ti danno visibilità controllata — abbastanza per mantenerti dipendente, non abbastanza per farti crescere davvero. Ti tengono nel sistema come voce riconoscibile ma non autonoma. Un decimo del prezzo di mercato non è un compenso: è un canone di dipendenza.
E il tema che ti assegnano — spesso importante, spesso urgente, spesso genuinamente rilevante — viene scelto con cura. Non quello che costruisce la tua identità editoriale più forte. Quello che riempie uno spazio che nessun altro vuole coprire, che richiede il tuo impegno ma non produce il tuo rafforzamento.
Il convegno che racconta tutto
Il momento in cui il meccanismo si rivela più chiaramente è quando l’evento è di altissimo profilo istituzionale — magistrati, parlamentari, prefetti, figure di primo piano — e tu sei presente come tecnico invisibile, non come testata che documenta.
Quella presenza vale oro per chi ti ha ingaggiato: la qualità tecnica garantisce la dignità dell’evento. Ma non vale nulla per la tua testata: nessuno sa che eri lì, nessuno associa quell’evento alla tua storia editoriale, nessun archivio della tua testata si arricchisce di quel contenuto.
Sei lì e non ci sei. Lavori e non esisti. È la forma più raffinata di invisibilità istituzionale — quella che usa la tua presenza per negarti l’identità.
Quando il meccanismo colpisce le idee, non solo il lavoro
C’è una dimensione di questo meccanismo che va oltre il giornalismo e tocca qualcosa di ancora più profondo: la progettualità intellettuale. Non solo il lavoro tecnico che produci — le riprese, i montaggi, i contenuti — ma le visioni che elabori, i modelli che costruisci, il pensiero strategico che investi in un territorio.
Salento Dinamico non è una testata. È una visione di sviluppo territoriale elaborata a partire dai primi anni Duemila — un modello che pensava il Salento come soggetto attivo del proprio futuro, che teorizzava la sussidiarietà orizzontale prima che il PNRR la mettesse nei propri documenti programmatici, che proponeva infrastrutture digitali per il territorio quando la fibra ottica non era ancora arrivata nei comuni più piccoli.
Quella visione ha camminato. Ha camminato nei documenti di programmazione territoriale, nelle attività di enti che operano sul territorio con fondi pubblici, nei piani strategici di realtà associative e aziendali che hanno trovato protezione e sponsorizzazione politica. Ha camminato senza il suo nome, senza il riconoscimento della sua origine, senza che chi l’aveva elaborata venisse mai invitato a sedersi al tavolo in cui quella visione diventava progetto finanziato.
Il PNRR — il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — è l’esempio più clamoroso di questo meccanismo su scala nazionale. Miliardi di euro destinati alla trasformazione digitale dei territori, allo sviluppo delle comunità locali, alle infrastrutture culturali, alla promozione del patrimonio identitario. Linguaggi, categorie, modelli di intervento che chi lavora sul territorio dal basso riconosce come propri — elaborati in anni di lavoro indipendente, spesso senza finanziamenti, spesso contro l’indifferenza istituzionale.
Chi quei fondi li ha ottenuti non è sempre chi quei modelli li aveva pensati. Spesso è chi aveva le connessioni giuste al momento giusto — i partiti, i politici locali, le reti clientelari che sanno come intercettare i bandi prima ancora che vengano pubblicati. Chi aveva elaborato la visione strategica resta fuori — o viene chiamato, nel migliore dei casi, come consulente tecnico a un decimo del valore reale del proprio contributo.
Questo non è solo un’ingiustizia individuale. È un fallimento costituzionale — perché l’articolo 9 affida alla Repubblica la promozione dello sviluppo della cultura e della ricerca, e l’articolo 118 chiede allo Stato di sostenere i cittadini e le formazioni sociali che svolgono attività di interesse generale. Non di sostituirli con soggetti che quelle attività le replicano dopo averle osservate, protetti da reti politiche che il lavoro indipendente non ha e non vuole avere.
Il meccanismo è sempre lo stesso, applicato a scala diversa: ti riconoscono abbastanza da usarti, non abbastanza da includerti. Le tue idee entrano nei documenti programmatici senza il tuo nome. I tuoi modelli diventano progetti finanziati senza la tua partecipazione. La tua visione si realizza — ma realizzata da altri, con fondi pubblici che avrebbero dovuto sostenere chi quella visione l’aveva elaborata.
Non è censura. È qualcosa di più sofisticato e più difficile da combattere: è la separazione sistematica tra chi produce le idee e chi raccoglie i frutti di quelle idee. Una separazione che non lascia tracce nei fascicoli giudiziari, non produce sentenze impugnabili, non genera statistiche nelle classifiche sulla libertà di stampa.
Ma produce il suo risultato: chi costruisce dal basso, senza protezioni politiche, senza reti clientelari, senza la sponsorizzazione del partito giusto al momento giusto — resta ai margini del proprio stesso progetto. E il territorio perde la voce più autentica che aveva — quella di chi lo conosce dall’interno, non dall’alto.
Perché è una questione dell’articolo 21
Si potrebbe obiettare: nessuno ti obbliga ad accettare quelle condizioni. Sei libero di rifiutare, di negoziare, di pretendere di essere riconosciuto come testata o non lavorare affatto.
È vero in teoria. In pratica, nel contesto di un territorio periferico dove le opportunità sono poche e le alternative scarseggiano, quella libertà formale nasconde una costrizione sostanziale. Rifiutare significa non lavorare. Non lavorare significa non avere risorse per mantenere la testata. Non avere risorse significa chiudere. Chiudere significa che quella voce editoriale — quella prospettiva indipendente, quel racconto del territorio che nessun altro fa — sparisce.
L’articolo 21 garantisce la libertà di stampa. Ma la libertà di stampa non è solo l’assenza di censura formale — è anche la presenza delle condizioni economiche e professionali che rendono possibile fare giornalismo indipendente in modo sostenibile.
Quando quelle condizioni vengono sistematicamente erose — non con una legge, non con una sentenza, ma con una serie di scelte economiche e istituzionali convergenti — il risultato è lo stesso di una censura: una voce in meno nel panorama informativo, un territorio che sa di se stesso attraverso le narrazioni di chi ha il potere di costruirle.
La domanda che questo meccanismo pone alla Costituzione
L’articolo 21 protegge la libertà di stampa. L’articolo 9 promuove la cultura e la ricerca. L’articolo 118 chiede di sostenere chi costruisce dal basso nell’interesse generale. L’articolo 3 chiede di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita economica e sociale del paese.
Nessuno di questi articoli è stato formalmente violato. Non c’è stato un atto del governo che ha censurato InOnda. Non c’è stata una legge che ha vietato Salento Dinamico. Non c’è stato un decreto che ha assegnato i fondi PNRR escludendo esplicitamente chi lavora in modo indipendente.
Eppure il risultato è lo stesso che quegli articoli intendevano impedire: una voce indipendente compressa, una visione strategica appropriata, un progetto elaborato in vent’anni di lavoro che cammina senza il suo nome nei corridoi delle istituzioni che avrebbero dovuto sostenerlo.
La Costituzione ha gli strumenti per rispondere a questo meccanismo. Li ha scritti con cura, nei Principi Fondamentali e negli articoli sui diritti civili. Il problema non è la Costituzione — è la distanza tra quello che essa prescrive e quello che le istituzioni praticano.
Quella distanza ha un nome. Si chiama impunità del potere informale — il potere che non firma atti, non emana decreti, non lascia tracce. Ma che decide, ogni giorno, chi può crescere e chi deve restare piccolo abbastanza da poter essere utilizzato.
Una questione aperta
Non racconto questo come vittima. Lo racconto come osservazione di un meccanismo che conosco dall’interno e che ritengo utile rendere visibile — perché colpisce chiunque provi a costruire informazione indipendente e progettualità territoriale autentica in contesti dove i poteri istituzionali ed economici locali hanno interesse a controllare la narrazione e ad appropriarsi delle visioni altrui.
La libertà di stampa non si censura più con i manganelli. Si erode con le tariffe. Si compra con gli ingaggi. Si svuota con la cooptazione progressiva. Si sostituisce con le riviste istituzionali che replicano in forma controllata il lavoro che il giornalismo indipendente avrebbe dovuto fare.
Lo sviluppo territoriale non viene più bloccato con i veti espliciti. Viene svuotato appropriandosi delle idee, finanziando i soggetti connessi, lasciando ai margini chi aveva elaborato la visione originale.
L’articolo 21 dice che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. L’articolo 9 dice che la Repubblica promuove la cultura e la ricerca. L’articolo 118 dice che lo Stato sostiene chi costruisce nell’interesse generale.
Non dicono nulla sulle tariffe a un decimo del mercato, sui festival che chiamano il tecnico invece della testata, sugli enti che costruiscono le proprie riviste dopo aver osservato come si fa il lavoro editoriale, sui fondi PNRR che finanziano la replica istituzionale di visioni elaborate in vent’anni di lavoro indipendente.
Forse dovrebbero. O forse dovremmo essere noi — chi fa giornalismo indipendente e costruisce progettualità territoriale in questo paese — a trovare il modo di dirlo.
Questo articolo è uno di quei modi.
Il nome che scompare: quando l’articolo 22 incontra l’articolo 21
C’è un ultimo livello di questo meccanismo che merita di essere nominato esplicitamente — perché porta il ragionamento oltre la libertà di stampa e dentro il territorio dell’identità civile.
L’articolo 22 della Costituzione dice che nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome. Lo abbiamo analizzato nel contesto delle leggi razziali, della privazione della cittadinanza agli oppositori, dell’italianizzazione forzata dei cognomi nelle minoranze linguistiche. Sembrava un articolo storico — una risposta al fascismo che appartiene al passato.
Non lo è.
Il nome che l’articolo 22 protegge non è solo il nome anagrafico della persona fisica. È l’identità civile e pubblica di chiunque esista e operi nella vita collettiva. Per una persona giuridica, per una testata editoriale, per un progetto territoriale che ha costruito nel tempo una presenza riconoscibile — il nome è l’identità. È la firma sotto il lavoro, il segno che distingue la tua voce da tutte le altre, il filo che lega ogni contenuto prodotto a chi lo ha prodotto.
Quando il meccanismo descritto in questo articolo ti chiama come tecnico invece che come InOnda WebTV, non sta solo violando le regole della concorrenza leale. Sta sistematicamente separando il tuo lavoro dal tuo nome. Il contenuto esiste — la ripresa, il montaggio, la diretta streaming — ma senza la firma che lo riconduce alla sua origine. Il lavoro cammina, il nome resta fermo.
Quando un ente ottiene le abilitazioni per pubblicare una rivista territoriale dopo aver osservato come si fa quel lavoro — e la pubblica escludendo il soggetto che quel lavoro lo aveva già fatto — non sta solo creando concorrenza sleale. Sta costruendo un’identità editoriale parallela che occupa lo spazio che avrebbe dovuto essere tuo. Il tuo nome non viene cancellato con un decreto: viene reso invisibile per sovrapposizione.
Quando i fondi pubblici finanziano la replica istituzionale di una visione elaborata in vent’anni di lavoro indipendente — senza citarne l’origine, senza includerne l’autore, senza riconoscere la paternità intellettuale — non sta avvenendo solo un’ingiustizia economica. Sta avvenendo una cancellazione: Salento Dinamico esiste come pratica diffusa nel territorio, come linguaggio adottato nei documenti programmatici, come modello replicato negli enti locali — ma non come nome riconosciuto, non come soggetto che quella visione l’ha costruita.
Sei presente ovunque. Riconoscibile a nessuno.
Questa è la privazione del nome per via indiretta — non con l’atto formale di uno Stato che modifica i registri anagrafici, ma con un sistema di esclusione sistematica che produce lo stesso effetto costituzionalmente intollerabile: l’identità civile di un soggetto viene erosa fino a renderlo invisibile nel territorio in cui ha investito il proprio lavoro, la propria credibilità, la propria vita professionale.
L’articolo 22 fu scritto pensando al regime che cancellava le persone dai registri dello Stato. Il meccanismo contemporaneo è più sottile: non cancella dai registri — cancella dalla memoria collettiva, dalla visibilità pubblica, dal riconoscimento istituzionale. Non con un atto unico e identificabile, ma con mille piccole esclusioni convergenti, ciascuna delle quali sembra irrilevante presa da sola, tutte insieme producono lo stesso risultato di una cancellazione formale.
Il collegamento tra l’articolo 21 e l’articolo 22 è quindi questo: la libertà di stampa non è solo il diritto di pubblicare — è anche il diritto che ciò che si pubblica porti il proprio nome. Il diritto che il proprio lavoro editoriale esista pubblicamente come proprio. Il diritto che la propria identità di giornalista, di editore, di costruttore di visioni territoriali non venga sistematicamente erosa da un sistema di poteri informali che ha interesse a usare le tue competenze senza riconoscere la tua identità.
Articolo 21: puoi scrivere liberamente.
Articolo 22: quello che scrivi porta il tuo nome.
Insieme, i due articoli costruiscono la protezione completa dell’identità editoriale indipendente. Separati — come accade quando il meccanismo della cooptazione li viola entrambi in modo informale e non tracciabile — lasciano il giornalista indipendente in una condizione paradossale: libero di parlare, privato della voce con cui parla.
Nominare questo paradosso è il primo passo per uscirne.
Fonti: testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, artt. 3, 9, 21, 22, 118; Reporters Without Borders, World Press Freedom Index 2025; Federazione Nazionale della Stampa Italiana, rapporto sulla sostenibilità economica del giornalismo locale 2024; PNRR — Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, documentazione programmatica 2021-2026; InOnda Network, archivio 2011-2026; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.















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