Lo shock energetico più grande dal 1973 è già qui: quanto pagheremo, in Italia, per aver rimandato la transizione?
Piero Cipollone, dal Consiglio esecutivo della BCE, ha definito lo shock da guerra Iran-Hormuz come superiore alle crisi del 1973, 1979 e 2022 messe insieme. L’Europa rischia di restare senza carburante per gli aerei entro fine mese. L’Italia continua a costruire infrastrutture fossili.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Sappiamo che la tecnologia basata sui combustibili fossili molto inquinanti — specialmente il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas — deve essere sostituita progressivamente e senza indugio.” — Papa Francesco, Laudato Si’, 2015 (par. 165)
Quando un banchiere centrale italiano dice “senza precedenti”, bisogna ascoltare
Il 6 maggio scorso, intervenendo al Festival dello Sviluppo Sostenibile di Milano organizzato da ASviS, Piero Cipollone — italiano, membro del Consiglio esecutivo della Banca Centrale Europea — ha pronunciato una frase che dovrebbe essere riletta lentamente, da chiunque in Italia abbia responsabilità pubbliche. L’impatto a breve termine della guerra in Iran e in Medio Oriente sull’offerta mondiale di petrolio, ha detto Cipollone, è “superiore a quello registrato complessivamente nelle crisi energetiche precedenti, quelle del 1973, del 1979 e del 2022 messe insieme”. Tre crisi, quelle che hanno cambiato la storia economica europea della seconda metà del Novecento e del nostro decennio, sommate. E lo shock attuale, dice Cipollone, è più grande di tutte e tre.
Non è una dichiarazione politica. È una valutazione tecnica fatta da un banchiere centrale, in una sede istituzionale, davanti a una platea che comprendeva governo, imprese, sindacati. Cipollone, nello stesso intervento, ha aggiunto una previsione operativa che pochi giornali italiani hanno rilanciato con la dovuta enfasi: l’Europa rischia di restare senza carburante per gli aerei entro fine maggio 2026. Entro questo mese. La Commissione europea ha attivato proprio in questi giorni il Fuel Observatory per monitorare scorte, importazioni, capacità di raffinazione e impedire che singoli aeroporti restino isolati. Non è una simulazione. È preparazione operativa per uno scenario che la BCE considera concreto.
I numeri: 12 milioni di barili in meno al giorno, inflazione energia +10,9%
I dati che Cipollone ha portato a Milano sono questi. La contrazione netta dell’offerta di petrolio, anche tenuto conto delle misure di mitigazione (deviazione dei flussi attraverso oleodotti alternativi, immissione sul mercato delle riserve strategiche), si aggira intorno ai 12 milioni di barili al giorno: circa l’11% dell’offerta mondiale precedente al conflitto. Ad aprile l’inflazione nell’area dell’euro è salita al 3%, mentre la componente energetica ha segnato un +10,9%. Senza la spinta dell’energia, l’inflazione si sarebbe fermata al 2,2%, vicinissima al target BCE.
Nello scenario avverso che la BCE sta considerando, il prezzo del petrolio raggiungerebbe i 119 dollari al barile e il gas 87 euro al megawattora nel secondo trimestre 2026, con un’inflazione cumulata fino al 2028 superiore di 1,5 punti percentuali rispetto alle previsioni di dicembre, e una crescita inferiore di 0,8 punti. Nello scenario grave, le soglie salgono a 145 dollari al barile e 106 euro al megawattora, con un’inflazione cumulata superiore di 6,3 punti percentuali fino al 2028. Tradotto in termini concreti per le famiglie italiane: bollette, carburanti, costo della spesa che si impennano per altri due-tre anni almeno, in uno scenario che la BCE considera possibile, non remoto.
A questi numeri Cipollone ha aggiunto un dettaglio che pesa: il ripristino delle forniture, una volta finito il conflitto, “richiederà tempo, considerati i danni subiti dai principali impianti petroliferi”. Non basterà fermare la guerra. Bisognerà ricostruire le infrastrutture. E anche allora, le condizioni di prezzo precedenti non torneranno automaticamente.
Tre crisi messe insieme: cosa significa, davvero, “superiore al 1973, 1979 e 2022”
Il riferimento storico di Cipollone non è retorico. La crisi del 1973, scatenata dalla guerra del Kippur e dall’embargo arabo, costrinse l’Italia ad anni di austerity: le domeniche a piedi, le insegne spente, la chiusura anticipata di cinema, ristoranti, locali pubblici. Il governo Rumor varò una serie di decreti drastici di razionamento e cambiò per sempre la coscienza energetica del Paese. La crisi del 1979, legata alla rivoluzione iraniana, aggravò ulteriormente la dipendenza italiana dal petrolio mediorientale e rallentò la ripresa economica appena iniziata. La crisi del 2022, scoppiata con l’invasione russa dell’Ucraina e i tagli al gas, ha costretto l’Italia a una corsa contro il tempo per sostituire 29 miliardi di metri cubi di gas russo, con bollette che hanno toccato livelli record, decreti aiuti ripetuti, debito pubblico in salita per coprire gli interventi a sostegno di famiglie e imprese.
Lo shock attuale, secondo la BCE, è più grande di tutte e tre messe insieme. Anche solo a parità di gravità, l’effetto sull’Italia sarebbe drammatico. Ma il punto vero è un altro: ogni volta che una crisi energetica colpisce, l’Italia paga un prezzo più alto degli altri Paesi europei. Perché?
L’Italia: vent’anni di rinvii, una posizione tra le più esposte d’Europa
I dati di Eurostat sono chiari da anni. L’Italia importa oltre il 75% del suo fabbisogno energetico, contro una media UE intorno al 55%. La dipendenza dai combustibili fossili nella nostra produzione di energia primaria è tra le più alte dell’Unione. La Spagna, partita molto dopo di noi, ha installato negli ultimi quindici anni più del doppio della potenza fotovoltaica italiana in valore assoluto e diversifica meglio le proprie fonti. La Germania, dopo l’addio al nucleare, ha accelerato sull’eolico onshore e offshore con tempi autorizzativi medi che, pur essendo lunghi, restano inferiori ai nostri. La Francia, attraverso il proprio mix nucleare, è meno dipendente dal petrolio importato. L’Italia, in vent’anni, è rimasta legata a doppio filo a fonti che provengono da Paesi instabili, con infrastrutture energivore obsolete e con una produzione rinnovabile cresciuta meno del proprio potenziale naturale.
Nel frattempo, le scelte politiche degli ultimi governi sono andate quasi tutte nella direzione opposta a quella che la realtà ora ci impone. Il gasdotto TAP è stato completato e raddoppiato, con prospettive di ulteriore espansione. Si è discusso, ed è ancora in agenda, il gasdotto Poseidon-EastMed che porterebbe gas dal Mediterraneo orientale. Sono stati installati o autorizzati nuovi rigassificatori (Piombino, Ravenna, Porto Empedocle). Sono state riaperte centrali a carbone in alcune fasi di emergenza. Si è prorogato lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi italiani — Basilicata in testa — senza alcun vero piano di superamento. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima è stato aggiornato al ribasso rispetto agli obiettivi europei sulle rinnovabili.
Ogni singola di queste decisioni ha avuto una giustificazione plausibile nel momento in cui è stata presa: “sicurezza degli approvvigionamenti”, “transizione graduale”, “non possiamo permetterci scelte ideologiche”. Sommate, tuttavia, raccontano una storia diversa: un Paese che ha sistematicamente scelto di rimandare la trasformazione del proprio sistema energetico, accettando di restare strutturalmente esposto a ogni nuovo shock geopolitico mondiale. Cipollone, nelle stesse ore in cui annunciava l’allarme jet fuel, ha esplicitamente detto che la risposta strategica resta una sola: “Manteniamo la rotta della transizione energetica. Decarbonizzare ci renderà più ricchi, non più poveri”.
La transizione non è ideologia: è sicurezza nazionale
C’è una parola che andrebbe pronunciata con onestà, e che invece in Italia continuiamo a evitare. Quella parola è sicurezza. Quando un Paese dipende per oltre tre quarti del proprio fabbisogno energetico da fonti che arrivano via mare attraverso lo Stretto di Hormuz, il Mar Rosso, il Mediterraneo orientale o il Mar Nero — tutte aree di crisi geopolitica attiva nel 2026 — quel Paese non sta facendo “politica energetica”: sta tenendo aperta una finestra di vulnerabilità strutturale. Ogni nuova guerra in Medio Oriente, ogni nuova chiusura di uno stretto, ogni nuovo attacco a un’infrastruttura petrolifera produce un effetto diretto sulle bollette di una famiglia salentina o di una piccola impresa lucana. La sicurezza energetica non è un’aspirazione ambientalista. È una precondizione della sovranità economica.
Lo aveva capito Enrico Mattei, settant’anni fa, quando insisteva perché lo Stato italiano avesse il controllo delle sue fonti di approvvigionamento attraverso l’ENI, contro la dipendenza dalle Sette Sorelle anglo-americane. Lo aveva ribadito Papa Francesco nella Laudato Si’ del 2015, undici anni prima di Cipollone, con parole quasi identiche: i combustibili fossili “devono essere sostituiti progressivamente e senza indugio”. Lo dice oggi la Banca Centrale Europea. Tre voci tra le più diverse possibili — un industriale di Stato cattolico, un papa, un banchiere centrale — convergono sulla stessa diagnosi. Restano le orecchie che dovrebbero ascoltarle.
Cosa succede al Sud se il jet fuel finisce: Brindisi, Bari, turismo, agricoltura
Una crisi energetica come quella che la BCE sta delineando colpirebbe il Sud più duramente del Nord. Per tre motivi concreti. Primo: il Sud Italia ha un’economia turistica più dipendente dai voli low-cost di qualsiasi altra macroregione europea. Una crisi del jet fuel a fine maggio significa, per la Puglia, per la Sicilia, per la Calabria, mesi estivi a rischio cancellazioni e tariffe alle stelle. Significa migliaia di posti di lavoro stagionali — già fragili — in bilico. Secondo: il Sud ha la più alta incidenza di famiglie in condizione di povertà energetica e di vulnerabilità economica. Un’inflazione energetica che si protrae per due-tre anni, come la BCE considera possibile, qui produce sofferenza sociale immediata, non un fastidio ammortizzabile. Terzo: l’agricoltura del Sud — olivicoltura del Salento, agrumi siciliani, ortofrutta calabra, viticoltura pugliese — è ad alta intensità energetica nei processi di irrigazione, trasformazione, refrigerazione e trasporto. Bollette doppie significano competitività dimezzata su mercati internazionali già sotto pressione da Mercosur e da accordi commerciali asimmetrici.
Il paradosso, in tutto questo, è che il Sud — il Salento in particolare — è anche il territorio che produce più energia rinnovabile in proporzione al proprio consumo. Lo abbiamo scritto su queste pagine pochi giorni fa: l’energia del Salento la produce il Salento, ma non la governa ancora. Il problema non è la mancanza di sole, di vento, di mare. Il problema è la mancanza di una politica nazionale che metta in connessione la produzione del Sud con il consumo del Sud, che acceleri la rete elettrica nazionale ferma in lavori da quindici anni, che premi le Comunità Energetiche Rinnovabili nei piccoli comuni, che integri produzione e accumulo locale invece di disperdere tutto in trasmissione verso il Nord. Lo dicevamo a proposito della giustizia territoriale. Lo ripetiamo ora a proposito della sicurezza nazionale: sono la stessa cosa.
Salento Dinamico: i territori che producono energia devono governarla
Quando già negli anni 2000 ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’energia era già una delle quattro dimensioni costitutive di quel progetto, insieme a innovazione, mobilità e ambiente. Non perché allora si parlasse di “transizione” come ne parliamo oggi, ma perché era già chiaro che un territorio che non governa la propria energia non governa neppure il proprio destino economico. Vale per il Salento. Vale per la Basilicata, che produce petrolio italiano da cinquant’anni senza che il proprio territorio se ne sia mai realmente avvantaggiato. Vale per la Sicilia, che vede transitare gas e petrolio sulla propria costa restando una delle regioni con i più alti tassi di povertà energetica d’Italia. Vale per l’Italia intera, che vent’anni di rinvii hanno consegnato esposta come un Paese di seconda fila a ogni nuova crisi geopolitica.
L’allarme di Cipollone non è un’opinione: è una soglia operativa. Il fatto che entro questo mese di maggio 2026 l’Europa possa restare senza carburante per gli aerei è una di quelle notizie che, dopo, vengono raccontate come “ce lo avevano detto, e nessuno aveva ascoltato”. È esattamente quello che successe nel 1973, nel 1979, e nel 2022. Stavolta sappiamo, in anticipo, che non possiamo dire di non sapere. La domanda che ogni cittadino italiano dovrebbe porsi, in un giorno come oggi, è semplice: chi, fra coloro che oggi siedono al governo nazionale, sta lavorando perché la prossima crisi — perché ce ne sarà una prossima, e poi un’altra — ci trovi meno esposti? Quante decisioni in questo senso sono state prese negli ultimi tre anni? E quante invece sono state rinviate, alleggerite, edulcorate sotto la voce “transizione graduale”? Cipollone, da Milano, ha detto la sua. Tocca all’Italia rispondere. E tocca al Sud — che oggi paga il prezzo più alto e domani potrebbe pagarne uno ancora maggiore — alzare la voce per primo.
Fonti: Piero Cipollone, intervento al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026 di ASviS, Milano, 6 maggio 2026, “Il nuovo shock energetico: scenari economici e implicazioni di policy”, Banca Centrale Europea — pubblicazione ufficiale; Il Sole 24 Ore Radiocor, “BCE: impatto guerra Iran su offerta petrolio superiore alle tre crisi precedenti”, 6 maggio 2026; Adnkronos, “L’allarme di Cipollone (BCE): l’Europa può restare senza carburante per gli aerei entro fine mese”, 6 maggio 2026; Eunews, “Iran, per la BCE è ‘crisi energetica senza precedenti'”, maggio 2026; Sbircia la Notizia, “Jet fuel, la soglia di fine maggio entra negli scenari BCE su voli, prezzi e tassi”, 7 maggio 2026; Commissione europea — Fuel Observatory, attivazione maggio 2026; Eurostat — Energy in Europe 2026 edition; Banca Centrale Europea — scenari di proiezione macroeconomica, dicembre 2025 e marzo 2026; FMI — Regional Economic Outlook for Europe, aprile 2026; Decreto Legge 23 novembre 1973 n. 741 (austerity Italia 1973); Piano Nazionale Integrato Energia e Clima — versione aggiornata; Encyclica Laudato Si’ di Papa Francesco, paragrafo 165, Libreria Editrice Vaticana, 2015.















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