La Basilicata produce il petrolio italiano da cinquant’anni: perché continua a perdere abitanti più di ogni altra regione del Sud?
1,89 miliardi di royalties dal 2008 al 2024. Il più grande giacimento onshore d’Europa. Oltre 30.000 abitanti persi in dieci anni. E un effetto statistico che, classificando la Basilicata “regione in transizione”, le ha sottratto fondi di coesione europea.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Cristo si è fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania.” — Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945
Cristo si fermò a Eboli. Il petrolio no, è arrivato fin qui
Ottant’anni fa Carlo Levi, confinato dal regime fascista a Grassano e poi ad Aliano, scrisse una frase che è diventata un titolo, un libro, una sintesi storica del rapporto fra l’Italia ufficiale e il proprio Sud. Cristo si è fermato a Eboli. Cioè: la civiltà — quella delle strade, della ferrovia, della modernità, della Storia con la S maiuscola — si arresta nella piana di Salerno e non scende oltre, abbandonando alle proprie sorti le “desolate terre di Lucania”. Ottant’anni dopo, la frase di Levi va riletta con una variante che cambia tutto. Cristo si fermò a Eboli. Il petrolio no. È arrivato fin qui. Fin nei boschi della Val d’Agri, fin nelle colline di Corleto Perticara, fin nelle pieghe più nascoste della Basilicata interna. Per cinquant’anni, da sotto i suoi campi, è stato estratto il greggio che alimenta l’Italia. E intanto la Lucania ha continuato a svuotarsi.
Sembra una contraddizione, ma è un meccanismo preciso. E vale la pena raccontarlo con calma, perché ci aiuta a capire molte cose che riguardano non solo la Basilicata, ma il Sud intero, e non solo il petrolio, ma il modello stesso con cui in Italia si è gestita la ricchezza estrattiva dei territori. È esattamente lo stesso modello che, oggi, può applicarsi anche al Salento, alla Puglia, alla Sicilia, alla Sardegna, ogni volta che una risorsa di un territorio venga “usata” senza che il territorio stesso ne diventi protagonista. Per questo, la storia della Basilicata è una storia che riguarda tutti.
Il più grande giacimento onshore d’Europa è italiano. È in Basilicata
I dati sono pubblici, certificati dalla Regione Basilicata stessa, dal MASE e dalle compagnie concessionarie. La Val d’Agri ospita il più grande giacimento petrolifero terrestre dell’Europa occidentale, gestito principalmente da ENI (concessione, partecipata da Shell). La Centrale Olio Val d’Agri (COVA), nel comune di Viggiano, estrae storicamente fino a 80.000 barili di petrolio al giorno, insieme a quantità significative di gas naturale, da una rete di pozzi che si estende su decine di chilometri. A questo si aggiunge l’area di Tempa Rossa, fra i comuni di Corleto Perticara e Gorgoglione, gestita da TotalEnergies (50%) insieme a Shell (25%) e Mitsui (25%), con il Centro Olio Tempa Rossa entrato in produzione nel 2020. Insieme, queste due aree estrattive producono oltre il 70-80% del greggio nazionale italiano.
Per dare le proporzioni: secondo Nomisma Energia, i giacimenti italiani accertati hanno volumi paragonabili a quelli del Mare del Nord e della Norvegia — circa 225 milioni di tonnellate di petrolio e 115 miliardi di metri cubi di gas. L’Italia importa oltre dieci volte la propria produzione nazionale. Cioè: avremmo, sotto i piedi, una parte non irrilevante delle nostre fonti, ma continuiamo a comprarne ben di più all’estero — esponendoci, come ha ricordato la Banca Centrale Europea pochi giorni fa, al rischio di shock geopolitici sempre più frequenti. Il greggio della Val d’Agri, una volta estratto, non viene raffinato in Basilicata. Viene trasportato via oleodotto fino alla raffineria ENI di Taranto, dove è lavorato e poi immesso sul mercato internazionale, soprattutto europeo. La materia prima entra in Basilicata e ne esce. Il valore aggiunto si fa altrove.
Royalties miliardarie, sviluppo zero: come si è gonfiato il PIL e si è svuotato il Paese
A compensare, almeno sulla carta, c’è il sistema delle royalties: una percentuale del valore della produzione che le compagnie versano alle istituzioni pubbliche. Secondo i dati ufficiali, tra il 2008 e il 2024 la Regione Basilicata ha incassato oltre 1,89 miliardi di euro, mentre i Comuni interessati dalle estrazioni hanno ricevuto circa 316 milioni. Per il solo 2025, le previsioni indicano circa 120 milioni alla Regione. Nel piccolo Comune di Viggiano — poco più di 3.000 abitanti, dove sorge il Centro Olio della Val d’Agri — sono state accumulate, dal 2000 a oggi, royalties per oltre 180 milioni: ne ha fatto, per anni, il Comune più ricco pro capite d’Italia.
Il problema è cosa è stato fatto, di tutto questo denaro. Diverse analisi convergenti — pubblicate dal Sole 24 Ore, da Basilicata24, da Cultweb, dall’IRES della CGIL — indicano che oltre l’80% delle royalties è stato destinato a spese correnti: sanità, trasporto pubblico, università, bonus carburante per i patentati lucani, contributi vari, manutenzione, sussidi, cantieri forestali, sagre, eventi. Pochissimo è stato investito in piani strutturali di sviluppo industriale, di transizione produttiva, di alta formazione, di infrastrutture strategiche capaci di rendere autonoma l’economia regionale una volta che il petrolio sarà esaurito. La SS 598 “Fondo Valle d’Agri” — l’arteria stradale chiave del territorio — è ancora un cantiere incompiuto dopo decenni. La regione non ha un grande ospedale di riferimento. Non ha un centro di ricerca avanzata. Non ha una specializzazione industriale che le sopravviverà.
A questo si aggiunge un effetto statistico, paradossale ma documentato, che illustra perfettamente come funziona il meccanismo. L’attività estrattiva contribuisce in modo sproporzionato al PIL regionale: gonfia le statistiche, ma quel valore non si traduce in reddito reale per i cittadini lucani. Conseguenza: per anni la Basilicata è stata classificata dall’Unione Europea come “regione in transizione” anziché “meno sviluppata”, riducendo così l’accesso ai Fondi di Coesione che le sarebbero spettati su base socio-economica reale. Il petrolio, in pratica, ha fatto apparire la Basilicata più ricca di quanto fosse — e ha portato a Bruxelles a trasferirle meno risorse di quante ne sarebbero state necessarie per il suo sviluppo effettivo. È un esempio quasi da manuale di come l’apparenza statistica possa diventare un danno strutturale.
Oltre 30.000 abitanti persi in dieci anni: la fotografia di chi non resta
Mentre il petrolio veniva estratto, le royalties incassate, le statistiche gonfiate, la Basilicata reale faceva una sola cosa: si svuotava. Tra il 2014 e il 2023, secondo i dati ISTAT, la regione ha perso oltre 30.000 abitanti — circa tremila-quattromila residenti l’anno, in larga parte giovani in età produttiva. La popolazione totale è scesa sotto le 530.000 unità, con proiezioni che indicano un’ulteriore contrazione nel prossimo decennio. Il reddito pro capite resta tra i più bassi d’Italia, davanti soltanto a Calabria e Campania, secondo i dati della Banca d’Italia. I comuni più piccoli — molti dei quali, peraltro, proprio nell’area petrolifera — perdono scuole, presidi sanitari, sportelli postali, fermate del trasporto pubblico. Le imprese giovani, quando nascono, faticano a restare. I laureati lucani sono fra i più mobili d’Italia: la regione li forma, e poi Milano, Bologna, Torino, Londra li accolgono.
L’allarme più recente, sul versante occupazionale, è arrivato nel marzo 2025 dalla CGIL, su dati IRES. Con il declino fisiologico della produzione petrolifera, e in assenza di una strategia di riconversione industriale chiara, la Val d’Agri rischia nei prossimi anni di perdere fino a 1.800 posti di lavoro, pari all’1,4% dell’occupazione regionale totale. Se le royalties si azzerassero, il PIL della Val d’Agri si contrarrebbe del 10%, con una perdita stimata di oltre 600 milioni di euro e un effetto a catena sulle esportazioni regionali (-4-5%). Non è uno scenario lontano: è uno scenario al quale una transizione mal pianificata potrebbe portarci, semplicemente perché finora una pianificazione adeguata non c’è stata.
Il greggio parte verso Taranto. L’acqua del Pertusillo arriva nelle case pugliesi
C’è un dettaglio, in questa storia, che riguarda direttamente noi che leggiamo dalla Puglia, e che merita di essere conosciuto. Il greggio estratto in Val d’Agri non resta in Basilicata: viene trasportato via oleodotto fino alla raffineria ENI di Taranto, dove viene lavorato e immesso poi sui mercati internazionali. Significa che la Puglia ospita gli impianti finali della filiera estrattiva lucana, con tutto ciò che questo comporta in termini di emissioni e impatto ambientale. C’è poi un secondo legame, meno noto ma altrettanto importante: il lago del Pertusillo, in piena Val d’Agri, è uno dei più grandi invasi artificiali del Mezzogiorno, e da decenni alimenta acquedotti che servono ampie zone della Puglia. Quello stesso lago è circondato da pozzi petroliferi, oleodotti, infrastrutture estrattive. Da anni associazioni ambientaliste, ricercatori indipendenti e diverse procure ne monitorano la qualità delle acque: nel 2017 il Centro Olio Val d’Agri è finito sotto processo per la fuoriuscita di circa 400 tonnellate di greggio nell’ambiente, da cisterne che — in base al procedimento Petrolgate 2 e 3 ancora in corso — sarebbero state prive del doppio serbatoio di sicurezza. La Puglia, in altre parole, condivide con la Basilicata sia la raffineria a valle che l’acqua a monte. Non sono due regioni separate: sono uno stesso territorio idrogeologico ed economico.
C’è infine una decisione recente che pone una domanda politica netta. Nell’aprile 2024, alla vigilia delle elezioni regionali poi confermate dal presidente Vito Bardi, la Giunta della Regione Basilicata ha rinnovato per cinque anni la concessione di coltivazione di Tempa Rossa (delibera n. 293/2024). Sulla base dei quantitativi di petrolio e gas stoccati nel sottosuolo, lo stesso documento di rinnovo prevede una “coltivazione del giacimento” potenzialmente estensibile fino al 2068. Quarantadue anni avanti. Diciotto anni oltre il 2050, che è il termine fissato dall’Unione Europea per l’abbandono del fossile e la neutralità climatica. È una decisione che, sul piano amministrativo, ha le sue ragioni economiche e occupazionali — anche legittime — ma che apre una domanda strategica più ampia: come si coniuga, nel concreto, una concessione fino al 2068 con un quadro europeo che impone la decarbonizzazione entro il 2050? E chi sta lavorando, davvero, alla riconversione di quei territori e di quei lavoratori per quando il petrolio finirà — o, come dice la Banca Centrale Europea, dovrà finire, perché continuare a esserne dipendenti significa restare strutturalmente esposti a ogni nuova crisi geopolitica? Le domande, ancora una volta, vanno rivolte a Roma e a Bruxelles, dove si scrivono le cornici nazionali ed europee dentro cui le Regioni — tutte le Regioni — sono costrette a muoversi.
Salento Dinamico: la ricchezza che resta dove si crea
Il caso Basilicata insegna qualcosa che vale per tutto il Sud, e che riguarda direttamente anche il Salento. Una ricchezza estrattiva — sia essa petrolio, turismo di massa, rendita immobiliare, agricoltura intensiva mono-coltura — non si trasforma automaticamente in sviluppo. Si trasforma in sviluppo soltanto se il territorio che la produce è anche il territorio che la governa, la programma, la indirizza, e che decide come investirla nel proprio futuro. La Val d’Agri ha ricevuto miliardi di royalties e ha continuato a perdere abitanti. Vuol dire che il denaro, da solo, non basta. Servono regole, visione, capacità di pianificare, comunità protagoniste. Serve un’idea di sviluppo che metta al centro chi quel territorio lo abita, non chi lo usa.
È esattamente l’intuizione che, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ha portato alla nascita di Salento Dinamico. Mettere in rete persone, conoscenze, infrastrutture, ambiente, energia, mobilità: non come somma di interventi spot, ma come progetto di territorio che decide del proprio destino. È quello che vorrei per il Salento. È quello che vorrei per la Basilicata. È quello che vorrei per ogni piccolo comune del Sud che oggi vede partire i propri giovani senza riuscire a offrire loro un futuro. Carlo Levi, ottant’anni fa, scrisse che Cristo si era fermato a Eboli. Oggi il petrolio è arrivato fin nelle terre di Lucania, ma una vera politica di sviluppo non si è ancora fermata da nessuna parte del Sud. È quella che, dal basso, dai territori, dobbiamo finalmente costruire.
Fonti: Regione Basilicata, “Petrolio in Basilicata” — sezione dati ufficiali, Legge Regionale 12/99; ENI S.p.A. — Concessione Val d’Agri, Centrale Olio Val d’Agri (COVA), Viggiano; TotalEnergies EP Italia S.p.A. — Concessione Gorgoglione, Centrale Olio Tempa Rossa (COTR), Corleto Perticara; Cultweb, “L’Italia estrae petrolio in Basilicata: perché la ricchezza non resta né lì né nel Paese?”, 9 aprile 2026; Basilicata24, “Basilicata, il petrolio degli altri”, 8 aprile 2026; Corriere dell’Irpinia, “Il paradosso della Basilicata: ricca di petrolio, povera di futuro”, settembre 2025; Il Sole 24 Ore, “Basilicata: petrolio, royalties verso il record. E si pensa a un fondo sovrano”, agosto 2018; CGIL Basilicata / IRES, presentazione dossier Val d’Agri, Potenza, marzo 2025; ISTAT — Dati demografici regionali 2014-2023; Banca d’Italia — Economie regionali Basilicata, ultima edizione; Delibera Giunta Regionale Basilicata n. 293/2024 — Rinnovo quinquennale concessione di coltivazione di idrocarburi “Gorgoglione” (Tempa Rossa); Altreconomia, “In Basilicata lo sfruttamento petrolifero continua a minacciare gli abitanti e l’ambiente”, 2024; Rivista Geografica Italiana — Open Access, A. Diantini, “Petroleumscape e petrocultura nelle concessioni Val d’Agri e Gorgoglione”, 2022; procedimenti giudiziari Petrolgate 2 e 3, Tribunale di Potenza, in corso; Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino, 1945.














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