Peppino Impastato fu ucciso lo stesso 9 maggio di Moro: in Italia esiste davvero una sola memoria della Repubblica?
La notte fra l’8 e il 9 maggio 1978 la mafia di Tano Badalamenti uccise Peppino Impastato a Cinisi e tentò di farlo passare per un terrorista. Per ventiquattro anni la verità giudiziaria attese. La memoria collettiva ha aspettato anche più a lungo.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” — Giovanni Falcone
Una notte, due Italie, una sola data
Ieri ho scritto, su queste pagine, che il 9 maggio è la data che lega l’Europa di Schuman e l’Italia di Aldo Moro: una doppia memoria che ci ricorda che la pace fra le nazioni e la difesa della democrazia dentro i nostri confini sono la stessa cosa. Mi è stato giustamente fatto notare, da chi ci legge, che quella doppia memoria è in realtà tripla. Il 9 maggio 1978 non porta solo il lutto di Aldo Moro. Porta anche quello di Peppino Impastato, militante e giornalista di Cinisi, ucciso dalla mafia di Tano Badalamenti la notte fra l’8 e il 9 maggio. Aveva trent’anni.
È un richiamo che accolgo con riconoscenza, perché tocca un punto profondissimo della nostra storia repubblicana. Quel 9 maggio del 1978 l’Italia fu colpita due volte, nello stesso giorno, da due forme diverse di violenza eversiva: il terrorismo politico delle Brigate Rosse a Roma e la mafia di Cosa Nostra a Cinisi. Ma di queste due ferite, una fu pianta dall’intera nazione fin dal pomeriggio stesso. L’altra restò in silenzio per anni. E quel silenzio, ancora oggi, dice qualcosa sull’Italia che siamo diventati.
Cinisi, 8 maggio 1978: i cento passi
Per capire chi era Peppino Impastato bisogna conoscere la sua geografia. Era nato a Cinisi, in provincia di Palermo, a cento passi esatti dalla casa di Gaetano “Tano” Badalamenti, all’epoca uno dei capimafia più potenti del mondo, terminale del traffico internazionale di eroina con gli Stati Uniti grazie al controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Suo padre Luigi era uomo di Badalamenti. Suo zio era stato ucciso in una delle prime guerre di mafia. Peppino, da quella famiglia, scelse di rompere.
A quindici anni fondò un giornalino, L’idea socialista. Aderì al PSIUP, poi alla nuova sinistra. Lottò con i contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto, con gli edili e i disoccupati. Nel 1975 fondò il gruppo “Musica e cultura”. Nel 1977, autofinanziandosi, mise in piedi Radio Aut a Terrasini, una delle prime radio libere d’Italia. Il programma più famoso si chiamava Onda pazza a Mafiopoli: una trasmissione satirica con cui irrideva i boss e il sistema politico-mafioso del paese, ribattezzando Tano Badalamenti come “Tano seduto”. Nel 1978 si candidò alle elezioni comunali di Cinisi nella lista di Democrazia Proletaria. Le elezioni si sarebbero tenute il 14 maggio. Peppino non le vide.
La notte fra l’8 e il 9 maggio fu sequestrato, portato in un casolare, ucciso a colpi di pietra. Il suo corpo fu poi adagiato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani con una carica di tritolo, e fatto saltare in aria. Cinque giorni dopo, gli elettori di Cinisi lo elessero comunque in Consiglio comunale: il candidato più votato della sua lista. Da morto.
Il depistaggio e il silenzio mediatico
Quello che accadde subito dopo è uno degli episodi più infami della storia repubblicana. La mafia, prima ancora che lo Stato arrivasse, mise in scena un depistaggio: Peppino doveva risultare un terrorista di sinistra, un “bombarolo rosso” morto mentre tentava di posizionare l’ordigno sui binari. Le indagini iniziali, condotte sotto la responsabilità del maggiore dei carabinieri Antonio Subranni, abbracciarono quella ricostruzione. La scena del crimine fu contaminata. Indizi importanti — pietre macchiate di sangue trovate al casolare dai compagni di Peppino, mani e occhiali intatti del cadavere, una chiave nei rovi che il necroforo ricevette istruzioni di non cercare — furono ignorati o sottovalutati. La pista mafiosa, quella vera, fu accantonata fin dalle prime ore.
A questa operazione di depistaggio se ne sovrappose un’altra, involontaria ma altrettanto pesante: il silenzio dei giornali. Il pomeriggio del 9 maggio 1978, in via Caetani a Roma, fu ritrovato il corpo di Aldo Moro. La notizia di Cinisi, mille chilometri più a sud, fu travolta. Per l’opinione pubblica nazionale, quel 9 maggio ebbe un solo nome. Peppino Impastato era già stato ucciso una seconda volta: dalla calunnia mafiosa e dall’oblio mediatico.
Felicia, Giovanni e ventiquattro anni di attesa
A impedire che la verità venisse cancellata fu, prima di tutto, una donna. Felicia Bartolotta Impastato, la madre, fece quello che a Cinisi non si era mai visto fare prima: ruppe il vincolo di omertà di una famiglia mafiosa, denunciò pubblicamente i killer del figlio, aprì la propria casa a chiunque volesse capire. Insieme al figlio Giovanni, il 16 maggio 1978 — sette giorni dopo l’omicidio — depositò un esposto in Procura indicando Tano Badalamenti come mandante. È il primo gesto pubblico, in Italia, di una madre che accusa la mafia con nome e cognome.
Attorno a Felicia e Giovanni si organizzarono i compagni di Peppino, il Centro Siciliano di Documentazione (oggi Centro Impastato), i fondatori di Democrazia Proletaria, i medici legali, gli avvocati, i giornalisti che non si rassegnarono al depistaggio. Esattamente un anno dopo, il 9 maggio 1979, a Cinisi si tenne la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia: duemila persone arrivate da tutto il Paese. Era l’embrione del movimento antimafia che negli anni Ottanta avrebbe trovato la sua spina dorsale a Palermo, attorno al pool di Rocco Chinnici prima e di Antonino Caponnetto poi. Fu proprio Chinnici, e successivamente Caponnetto, a riconoscere — con una sentenza del maggio 1984 — la matrice mafiosa del delitto Impastato.
Ma per arrivare a una condanna ci vollero quasi vent’anni ancora. Il 5 marzo 2001 Vito Palazzolo, luogotenente di Badalamenti, fu condannato a trent’anni. L’11 aprile 2002, ventiquattro anni dopo l’omicidio, Gaetano Badalamenti fu condannato all’ergastolo come mandante. Felicia, che era ancora viva, disse soltanto: «Ora posso morire». Dei depistaggi istituzionali, invece, è caduta nel frattempo la scure della prescrizione: nel 2018 il caso Subranni è stato archiviato. Per quella parte di responsabilità, una sentenza di verità non ci sarà mai.
L’Italia delle due velocità della memoria
C’è una domanda, in tutta questa storia, che vale più di ogni commemorazione. Perché Robert Schuman è celebrato dal 1985 come padre fondatore dell’Europa, perché Aldo Moro fu pianto dalla Repubblica intera già il 9 maggio del 1978, perché esiste una legge dello Stato che dal 2007 dedica il 9 maggio alle vittime del terrorismo — e perché invece per Peppino Impastato la verità giudiziaria è arrivata ventiquattro anni dopo, e una notorietà nazionale solo nel 2000, grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana?
La risposta non è la gravità del crimine. La risposta è la rete. Moro era il presidente della Democrazia Cristiana, lo statista più importante d’Italia: la sua memoria fu protetta dalle istituzioni dello Stato. Peppino Impastato era un militante di un partito minoritario, nipote di un boss, in un paese siciliano dove la mafia controllava il consiglio comunale, l’aeroporto, la terra. La sua memoria fu protetta solo dalla madre, dal fratello e da una manciata di compagni. La giustizia delle vittime non è mai automatica, in questo Paese. Va costruita dal basso, faticosamente, contro l’omertà, contro i depistaggi, contro l’indifferenza, contro il tempo che passa.
Esiste, in Italia, una doppia velocità della memoria. La prima è quella delle persone che le istituzioni decidono di onorare subito: una statua, una via, una giornata nazionale. La seconda è quella delle persone che vengono prima negate, poi calunniate, poi dimenticate, e infine — solo a forza di battaglie civili dei loro familiari e delle comunità che li hanno amati — riconosciute. È una doppia velocità che non riguarda solo il passato. Riguarda l’Italia di oggi: gli operai morti sul lavoro, i migranti scomparsi nel Mediterraneo, i giornalisti minacciati, gli amministratori locali sotto scorta nei piccoli comuni del Sud. Dietro ogni memoria che fatica a farsi strada c’è una rete che non c’era. E ogni volta tocca a qualcuno — una madre, un fratello, un compagno, una comunità — costruirla.
Il Sud che non si rassegna
C’è un filo che lega Cinisi al Salento, e che vale la pena di tenere stretto. È il filo dei territori del Sud che, quando le istituzioni non arrivano o arrivano in ritardo, non si rassegnano. È il filo di Felicia Impastato che apre la sua casa per spiegare a chiunque chi era Peppino. È il filo dei contadini di Cinisi espropriati per la pista dell’aeroporto. È il filo di chi a Bari, a Reggio Calabria, a Lecce, in tutti i piccoli comuni che hanno conosciuto la collusione, ha continuato a fare politica civile contro corrente. Ed è lo stesso filo che porta diritto alla mia esperienza di Salento Dinamico: pensare lo sviluppo dei territori non come somma di interventi calati dall’alto, ma come rete di comunità che costruiscono valore, memoria, diritti, futuro. Felicia Impastato ha fatto in Sicilia, alla scala di una madre che difende il nome del proprio figlio, esattamente quello che ogni progetto di sviluppo dal basso prova a fare nei territori del Sud: costruire ciò che lo Stato, da solo, non costruirebbe mai.
Oggi è il 10 maggio. Sismo già usciti dal calendario delle commemorazioni, e Peppino Impastato sarà tornato — per la maggior parte degli italiani — al suo posto consueto, ai margini della memoria pubblica. È esattamente per questo che vale la pena ricordarlo oggi, e ricordarlo domani, e poi fra una settimana, e fra un anno. Non è una passerella. È un dovere civile. Perché un Paese che onora una sola memoria del 9 maggio è un Paese che ha imparato solo metà della propria storia. Schuman, Moro, Impastato. Tre nomi, una sola data. Tre fondatori, ciascuno a modo suo, di un’Italia europea, democratica, libera dalle mafie. Onorarli tutti e tre, insieme, nello stesso giorno, è il modo più onesto che abbiamo di dire grazie.
Fonti: Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”, Palermo — atti del processo Impastato; Commissione parlamentare antimafia, “Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio”, relazione approvata nel 2000, Editori Riuniti, Roma 2001; Felicia Bartolotta Impastato, Anna Puglisi, Umberto Santino, “La mafia in casa mia”, Edizioni La Luna, Palermo 1986; Giovanni Impastato, Franco Vassia, “Resistere a Mafiopoli. La storia di mio fratello Peppino Impastato”, Stampa Alternativa, Viterbo 2009; Tribunale di Palermo, sentenza Corte d’Assise 5 marzo 2001 (Vito Palazzolo); Tribunale di Palermo, sentenza Corte d’Assise 11 aprile 2002 (Gaetano Badalamenti); Marco Tullio Giordana, “I cento passi”, 2000; L’Espresso, “Peppino Impastato: dopo 47 anni la verità sul delitto e l’oblio sul depistaggio”, 9 maggio 2025; Articolo 21, “Peppino Impastato: il giornalista investigativo ucciso dalla mafia e il vergognoso depistaggio”, 8 maggio 2026; legge 4 maggio 2007 n. 56 sul Giorno della memoria delle vittime del terrorismo.














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