Il tricolore appartiene a tutti gli italiani: ma qualcuno ha deciso che è suo e lo usa per dividere invece di unire?
Il dodicesimo articolo della Costituzione, la bandiera più contesa d’Italia, e la differenza che nessuno spiega tra amare il proprio paese e usarlo come arma
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«Il patriottismo è l’amore del proprio paese. Il nazionalismo è l’odio per gli altri. Sono due cose opposte che si fingono la stessa cosa.» — Romain Rolland, scrittore e Premio Nobel per la Letteratura, 1915
Una sola frase. Un simbolo enorme.
Esistono articoli della Costituzione che si dispiegano in commi articolati, carichi di condizioni e precisazioni giuridiche. E poi esiste l’articolo 12 — una frase sola, ventidue parole, nessuna ambiguità apparente:
«La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.»
È l’articolo che chiude i dodici Principi Fondamentali della Costituzione. Non a caso: la bandiera è il sigillo visivo di tutto quello che i precedenti undici articoli hanno dichiarato. È il simbolo della Repubblica fondata sul lavoro, che garantisce i diritti inviolabili, che rimuove gli ostacoli, che tutela le minoranze, che ripudia la guerra. È il segno visibile di un patto collettivo.
Eppure quel tricolore — verde, bianco e rosso, tre bande verticali di eguali dimensioni — è forse il simbolo più conteso della vita pubblica italiana. Conteso non nel senso giuridico: nessuno ne rivendica la proprietà. Conteso nel senso politico e culturale: chi ha il diritto di sventolarlo, cosa significa farlo, chi può fregiarsi di essere più patriota degli altri.
La storia: una bandiera nata dalla rivoluzione
Il tricolore italiano non nasce con la Costituzione del 1948. Nasce molto prima — e la sua storia è già, di per sé, una risposta a chi oggi pretende di appropriarselo.
Il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, il Congresso Cispadano adotta per la prima volta una bandiera tricolore verde, bianco e rossa come simbolo della Repubblica Cispadana. È un momento rivoluzionario nel senso letterale: siamo nel pieno delle campagne napoleoniche, i principi dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese stanno trasformando l’Europa, e l’idea di una nazione italiana unita — fino a quel momento solo un sogno letterario — comincia a prendere forma politica.
I colori non furono scelti a caso. Il verde era il colore delle coccarde dei volontari milanesi durante le insurrezioni del 1796. Il bianco e il rosso erano già nella bandiera del Comune di Milano. Ma nel simbolismo rivoluzionario dell’epoca, i tre colori acquisirono significati più profondi: il verde della speranza, il bianco della fede, il rosso del sangue versato per la libertà. Un inno cromatico a un’Italia che non esisteva ancora ma che si stava immaginando.
Nel Risorgimento il tricolore divenne il simbolo delle guerre d’indipendenza — presente nelle Cinque giornate di Milano, nelle battaglie di Garibaldi, nelle insurrezioni che avrebbero portato all’Unità del 1861. Era la bandiera di Mazzini e di Garibaldi, di carbonari e patrioti, di uomini e donne che rischiavano la vita per un’Italia libera e unita. Non era la bandiera di un regime — era la bandiera di una rivoluzione democratica.
Quando i costituenti del 1948 la inserirono nell’articolo 12, stavano scegliendo di restituire alla Repubblica quella bandiera rivoluzionaria e democratica — sottraendola alla retorica nazionalista e militarista con cui il fascismo l’aveva coperta nei vent’anni precedenti. Il tricolore della Costituzione è quello del Risorgimento, non quello dell’OVRA e dell’impero coloniale.
Patriottismo e nazionalismo: la distinzione che salva
Il tricolore è oggi al centro di una contesa politica che riflette una confusione concettuale pericolosa: quella tra patriottismo e nazionalismo. I due termini vengono usati come sinonimi, ma sono opposti.
Il patriottismo è l’amore per il proprio paese — per la sua cultura, la sua storia, la sua gente, i suoi paesaggi, le sue tradizioni. È un sentimento inclusivo: chi ama l’Italia vuole che l’Italia stia bene, che i suoi cittadini siano liberi e dignitosi, che il suo patrimonio culturale venga trasmesso alle generazioni future. Il patriottismo guarda verso l’interno con affetto.
Il nazionalismo è qualcosa di diverso: è l’affermazione della superiorità della propria nazione sulle altre, l’uso dell’identità nazionale come strumento di esclusione e di dominio. Non “amiamo l’Italia” ma “l’Italia prima di tutto e contro tutti gli altri.” Non inclusione ma gerarchia: noi prima, gli altri dopo — o mai.
La Costituzione conosce bene questa distinzione. L’articolo 12 afferma il tricolore come simbolo della Repubblica — di tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, come dice l’articolo 3. Una bandiera che appartiene a tutti non può essere usata per escludere nessuno. Chi la usa per dire “questi non sono italiani” o “quelli sono meno italiani di noi” non sta sventolando il tricolore della Costituzione — sta sventolando qualcos’altro con gli stessi colori.
Chi si appropria del tricolore e perché
Negli ultimi decenni in Italia si è assistito a un fenomeno ricorrente: forze politiche di destra che si appropriano del tricolore come simbolo identitario esclusivo, lasciando intendere che chi non la pensa come loro sia meno patriota, meno italiano, meno degno di sventolare quella bandiera.
È una strategia politica antica — e funziona, perché chi non risponde rischia di sembrare che rinunci alla propria identità nazionale. Ma rispondere accettando le categorie dell’avversario è una trappola: vuol dire litigare su chi è più italiano invece di discutere di cosa significa essere italiani.
La risposta costituzionale è più semplice e più solida: il tricolore appartiene alla Repubblica, e la Repubblica appartiene a tutti i cittadini. Punto. Chi lavora per i diritti di tutti i cittadini, chi tutela il paesaggio e la cultura, chi promuove la pace e la giustizia internazionale, chi rimuove gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita democratica — quella persona sta onorando il tricolore molto più di chi lo sventola sui palchi dei comizi mentre vota contro i diritti dei lavoratori, mentre taglia la sanità pubblica, mentre smantella la scuola statale.
Cosa succederebbe se lo prendessimo sul serio
Se l’articolo 12 fosse preso davvero sul serio — non come norma tecnica sulla bandiera ma come affermazione simbolica del patto repubblicano — il tricolore tornerebbe ad essere ciò che i costituenti intendevano: il sigillo visibile di una comunità che si è data principi precisi e si impegna a rispettarli.
Sarebbe la bandiera di chi paga le tasse e di chi non le evade, di chi rispetta le leggi e di chi le fa rispettare, di chi accoglie e di chi viene accolto, di chi costruisce e di chi tramanda. Non la bandiera di una parte contro un’altra — la bandiera di una Repubblica che cerca, imperfettamente e faticosamente, di essere all’altezza dei propri principi.
Un’applicazione vissuta
Ho sventolato il tricolore — non sui palchi, non nei comizi, ma nel lavoro quotidiano. Lo si sventola quando si costruisce un’impresa che rispetta le regole in un territorio dove sarebbe più facile non farlo. Lo si sventola quando si fa giornalismo indipendente senza cedere alle pressioni di chi avrebbe interesse a silenziarlo. Lo si sventola quando si costruisce una piattaforma che abbatte le barriere d’accesso al mercato per chi parte svantaggiato — perché l’uguaglianza sostanziale dell’articolo 3 è un modo di onorare l’articolo 12.
InOnda Network racconta l’Italia dal basso — dal Salento, dalla periferia, dal territorio che i media nazionali ignorano. Quel racconto è un atto patriottico nel senso autentico: amare il proprio paese significa conoscerlo, raccontarlo onestamente, denunciare ciò che non funziona e valorizzare ciò che funziona. Non celebrare acriticamente ciò che si è, ma lavorare per diventare ciò che si dovrebbe essere.
Salento Dinamico è un progetto patriottico — nel senso che ama questo territorio così profondamente da volerlo trasformare, da non accettarne la marginalizzazione come destino inevitabile, da costruire mattone per mattone le condizioni di uno sviluppo degno. L’amore autentico non è cieco: è esigente.
La stella polare di Salento Dinamico
Il tricolore che si vede sul mare dal porto di Otranto è lo stesso che sventolava sulle barche dei patrioti del Risorgimento, lo stesso che i partigiani cucirono sulle proprie giacche, lo stesso che la Costituzione ha scelto come sigillo della Repubblica.
È una bandiera che ha attraversato secoli di storia — rivoluzioni e restaurazioni, unità e divisioni, guerre e ricostruzioni. Non appartiene a nessun partito. Non appartiene a nessuna generazione. Appartiene a chi lo onora con i fatti — con il lavoro, con la giustizia, con la cura del territorio e delle persone che ci vivono.
Salento Dinamico prova a farlo. Un progetto alla volta.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; Congresso Cispadano, Reggio Emilia, 7 gennaio 1797; Romain Rolland, “Au-dessus de la mêlée”, 1915; Lucio Villari, “Bella e perduta — L’Italia del Risorgimento”, Laterza 2009; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 12; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.













0 commenti