Due cacciamine italiane verso lo Stretto di Hormuz: chi ha deciso, e quando lo voterà il Parlamento?
Oggi in audizione alle commissioni di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Tajani e il ministro della Difesa Crosetto hanno detto che l’Italia sta predisponendo due unità navali per avvicinarsi allo Stretto di Hormuz. L’articolo 11 della Costituzione, e settantotto anni di storia repubblicana, chiedono una sola cosa: che a deciderlo siano gli italiani, attraverso i loro rappresentanti.
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.” — Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11
Quello che è stato detto oggi al Parlamento
Mercoledì 13 maggio 2026, davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato, due ministri italiani hanno parlato della guerra. Il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto sono stati ascoltati in audizione sulla crisi nel Golfo Persico, sulla guerra in Iran, sulla situazione dello Stretto di Hormuz attraverso cui transita una parte essenziale dell’energia che muove l’Europa e l’Italia. Da quell’audizione sono uscite due affermazioni che ogni cittadino italiano dovrebbe conoscere, parola per parola.
La prima, di Tajani: “Nessuna nave italiana a Hormuz senza ok del Parlamento. Hormuz non sia ostaggio di forza militare o di pedaggi.” La seconda, di Crosetto: “Lavoriamo per avvicinarci a Hormuz, stiamo predisponendo due unità cacciamine.” Sono due frasi, pronunciate nella stessa giornata, davanti agli stessi parlamentari, dai due ministri direttamente competenti. Si tengono insieme, perché raccontano una sola cosa: il governo italiano sta concretamente preparando un dispiegamento navale militare in una delle aree di crisi più calde del pianeta, e contemporaneamente afferma — giustamente — che senza il voto del Parlamento quel dispiegamento non avverrà.
La domanda che dobbiamo porci, in un giorno come oggi, è semplice: e prima di quel voto, di chi è la decisione? Quando arriverà al Parlamento? Con quale informazione? Con quale dibattito pubblico? Con quale verifica democratica?
L’articolo 11 della Costituzione non è un dettaglio: è un cardine
Quando si parla di missioni militari italiane all’estero, qualcuno tende a trattare l’articolo 11 della Costituzione come una formula rituale, da citare in apertura e dimenticare in chiusura. È un errore grave. L’articolo 11 non dice che l’Italia può fare la guerra a certe condizioni: dice che l’Italia ripudia la guerra. Il verbo è fortissimo, ed è stato scelto con cura dai Costituenti, in larga parte reduci dalla Seconda guerra mondiale e dalla Resistenza. Ripudiare significa rifiutare con orrore, allontanare da sé come qualcosa di indegno. È una scelta morale prima ancora che giuridica.
Lo stesso articolo aggiunge che l’Italia può consentire, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. È su questa seconda parte che si fonda la partecipazione italiana all’ONU, alla NATO, all’Unione Europea, e a operazioni internazionali di carattere difensivo o di peacekeeping. Non è una scappatoia: è una condizione molto precisa. Limitazioni di sovranità, non rinuncia. Parità con gli altri Stati, non subordinazione. Pace e giustizia fra le Nazioni, non mera difesa di interessi commerciali. Ogni volta che un governo italiano decide di spostare militari, mezzi o navi all’estero, dovrebbe rispondere prima di tutto a queste tre verifiche.
A queste verifiche costituzionali si aggiunge, dal 2016, una procedura legislativa precisa. La legge 145 del 21 luglio 2016 — il cosiddetto “Testo unico sulle missioni internazionali” — stabilisce che ogni nuova missione internazionale dell’Italia debba essere autorizzata con voto del Parlamento, su proposta del governo, previa relazione del Consiglio dei Ministri. Lo stesso provvedimento prevede che le Camere ricevano dal governo, almeno una volta l’anno, una relazione analitica su tutte le missioni in corso. Questo perché — come ha sempre ricordato la giurisprudenza costituzionale — la decisione di impegnare forze armate italiane all’estero non è un atto di mera politica estera: è un atto che incide direttamente sui diritti dei cittadini-militari, sulla finanza pubblica, sulla collocazione internazionale dell’Italia, sul ripudio costituzionale della guerra.
Lo Stretto di Hormuz non è un’astrazione: è la valvola dell’energia mondiale
Per capire cosa significa, in concreto, “avvicinare due cacciamine allo Stretto di Hormuz”, bisogna conoscere quello stretto. Hormuz collega il Golfo Persico al Mar d’Oman, e attraverso di esso transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto destinato ai mercati europei e asiatici. È, di fatto, una delle valvole strategiche dell’economia globale. Una sua chiusura, anche parziale e temporanea, avrebbe — e in queste settimane sta già avendo — conseguenze immediate sui prezzi dell’energia, sulla disponibilità dei carburanti, sull’inflazione delle bollette italiane.
Solo otto giorni fa, il 6 maggio, Piero Cipollone, membro italiano del Consiglio esecutivo della Banca Centrale Europea, ha definito lo shock energetico in atto come “superiore a quello delle crisi del 1973, 1979 e 2022 messe insieme”. La contrazione netta dell’offerta di petrolio si aggira sui dodici milioni di barili al giorno, pari all’11% dell’offerta pre-conflitto. Cipollone ha avvertito che l’Europa rischia di restare senza carburante per gli aerei entro fine maggio. È in questa cornice che il governo italiano sta preparando, dichiaratamente, due unità cacciamine. Ed è in questa cornice che la decisione su come e quando muoverle assume un peso che va molto oltre il dossier militare. È una decisione che riguarda direttamente la vita quotidiana delle famiglie italiane: i prezzi del gasolio, le tariffe elettriche, i biglietti aerei dell’estate, i costi delle aziende che producono ed esportano.
Una cacciamine è un’unità navale specifica, progettata per individuare e neutralizzare mine marine. Il suo dispiegamento, in un’area dove sono già attive forze americane, britanniche, francesi, iraniane, e dove operano carrier statali del Golfo, non è un dettaglio tecnico. È un atto di posizionamento internazionale dell’Italia, con conseguenze diplomatiche, militari, energetiche, e — non ultimo — di sicurezza per gli equipaggi italiani che vi parteciperebbero. È la ragione per cui il voto del Parlamento, su una decisione di questo tipo, non è una formalità: è il cuore del processo democratico, quello che distingue una repubblica costituzionale da una decisione di gabinetto.
Hormuz non è la prima volta: la storia delle missioni italiane in quello stretto
Va detto, per onestà storica, che la presenza navale italiana nel Golfo non sarebbe una novità. La Marina Militare italiana è già stata presente nello Stretto di Hormuz nel 1987-1988, durante la “guerra delle petroliere” tra Iran e Iraq, con un dispositivo di scorta a navi mercantili italiane voluto dal governo Goria. Più di recente, l’Italia ha partecipato alla missione europea EMASoH (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz), guidata dalla Francia, autorizzata dal Parlamento italiano nel 2020 e successivamente prorogata. Non si parla quindi di un terreno completamente nuovo. Si parla, semmai, di una possibile escalation dell’impegno italiano in un contesto in cui — diversamente dal passato — è in corso una guerra aperta, con coinvolgimento diretto di Israele e Stati Uniti e con attacchi documentati a infrastrutture petrolifere e portuali nella regione. La differenza non è marginale. È il salto dalla protezione passiva di mercantili al posizionamento in un teatro di guerra attivo.
Proprio per questo, le parole pronunciate oggi da Tajani — “nessuna nave italiana a Hormuz senza ok del Parlamento” — sono il minimo costituzionale dovuto. E proprio per questo la frase non può restare un titolo di giornata: deve diventare un calendario certo. Quando arriverà la relazione formale del Consiglio dei Ministri? In quale settimana è attesa la discussione nelle commissioni Esteri e Difesa? Quando si voterà in aula? Con quale tempo per il dibattito pubblico? La democrazia non si esaurisce nella legittimità del voto finale: vive nel processo che a quel voto conduce.
Le tre domande che ogni cittadino italiano dovrebbe porre
Mentre l’iter parlamentare si avvia, ci sono tre domande che — al di là delle posizioni politiche di ciascuno — meritano una risposta pubblica chiara.
La prima riguarda la cornice europea. L’Italia agirà nell’ambito di una missione dell’Unione Europea o della NATO, oppure in un dispositivo prevalentemente bilaterale con gli Stati Uniti? La differenza non è di etichetta: una missione UE, come quella EMASoH, ha regole di ingaggio, obiettivi, controllo politico e basi giuridiche diverse da una partecipazione a un’operazione a guida americana. Da quale di queste cornici dipenderà il nostro impegno?
La seconda riguarda gli obiettivi. Le due cacciamine sono dispiegate per garantire la libertà di navigazione mercantile italiana e dei nostri alleati, oppure il loro mandato si estende a operazioni di contrasto più ampie? Dove si fermano le regole di ingaggio? In quale punto della Costituzione e del diritto internazionale si fonderanno?
La terza, la più scomoda, riguarda la nostra strategia di fondo. Il nostro problema, in ultima analisi, è che dipendiamo per oltre tre quarti del nostro fabbisogno energetico da fonti che arrivano attraverso aree di crisi geopolitica permanente. Hormuz, Mar Rosso, Mediterraneo orientale, Mar Nero. Inviare cacciamine può, nel breve, ridurre il rischio sulle rotte. Ma nel lungo periodo non risolve la dipendenza. Anzi: la conferma. La vera strada per non dover mandare più navi militari nei prossimi shock — perché ce ne saranno altri, e altri ancora, fino a quando il nostro mix energetico non sarà profondamente diversificato — è quella indicata dieci giorni fa da Cipollone, da Mattei settant’anni fa, da Papa Francesco nella Laudato Si’: mantenere e accelerare la transizione energetica, perché la sicurezza energetica è oggi sicurezza nazionale, ed è meno costosa di qualunque carrier strike group.
Salento Dinamico: la pace non è uno slogan, è un modello di sviluppo
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, l’energia, l’ambiente, la conoscenza erano già lì, fra le sue quattro dimensioni costitutive, accanto alla mobilità. Non come parole d’ordine. Come premesse di un modello di sviluppo che faceva, e fa, una scelta precisa: i territori che riducono la propria dipendenza estera, che producono in casa l’energia di cui hanno bisogno, che mettono al centro la propria comunità, sono territori che non hanno bisogno di chiedere ai propri figli di andare a fare la guardia alle navi mercantili in uno stretto dall’altra parte del mondo. È una verità antica, ma è una verità molto attuale. La pace, in una democrazia matura, non è soltanto la firma di un trattato. È la struttura concreta delle scelte che si fanno tutti i giorni: cosa si produce, cosa si importa, da dove arriva l’energia, dove si costruiscono i propri legami strategici, come si forma la propria classe dirigente.
Il Parlamento italiano voterà, nelle prossime settimane, sull’invio delle due cacciamine. Comunque andrà quel voto, è un voto che merita di non essere un atto burocratico. Merita di essere preceduto da un dibattito pubblico vero, da audizioni pubbliche degli stati maggiori e dei diplomatici, da informazione trasparente sui costi, sui rischi, sugli obiettivi. Merita che ogni cittadino — anche quello che non si occupa di politica estera — abbia gli strumenti per capire cosa si sta decidendo. Perché Hormuz, oggi, non è lontano. È a una bolletta di distanza. A un volo cancellato di distanza. A un pieno di carburante di distanza. E la prima domanda che una Repubblica fondata sull’articolo 11 deve porsi, prima di muovere una nave, è sempre la stessa: c’era un’altra strada? Quale? Perché non l’abbiamo presa prima?
Fonti: Audizione del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e del Ministro della Difesa Guido Crosetto presso le Commissioni congiunte III Affari esteri e IV Difesa di Camera e Senato, 13 maggio 2026 — atti resi pubblici dai servizi parlamentari; Adnkronos, “Tajani: nessuna nave italiana a Hormuz senza ok del Parlamento”, 13 maggio 2026; Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11; Legge 21 luglio 2016, n. 145 — “Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali”; Piero Cipollone, intervento al Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026, Milano, 6 maggio 2026 — Banca Centrale Europea, pubblicazione ufficiale; Council of the European Union — European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz (EMASoH), atti istitutivi e proroghe; Marina Militare italiana — Operazione “Golfo” 1987-1988 (Operazione MED 1 e MED 2); Eunews, “Iran, per la BCE è ‘crisi energetica senza precedenti'”, maggio 2026; IEA — Oil Market Report, edizione di maggio 2026; Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, paragrafo 165, Libreria Editrice Vaticana, 2015.














0 commenti