La bellezza dell’Italia appartiene a tutti: ma allora perché la stiamo distruggendo?
Il nono articolo della Costituzione, la modifica che nessuno ricorda, e il paesaggio come diritto collettivo che non si può svendere
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
«La bellezza salverà il mondo. Ma solo se decidiamo di meritarcela — custodendola, trasmettendola, difendendola da chi la tratta come merce.» — Adriano Olivetti, imprenditore e umanista, 1955
L’articolo che è cresciuto
Ci sono articoli della Costituzione che sembrano scritti per l’eternità — formulati una volta per tutte nel 1948 e rimasti invariati. E poi c’è l’articolo 9, che nel 2022 ha fatto qualcosa di raro: è cresciuto. Il Parlamento italiano ha approvato una modifica costituzionale che ha ampliato il suo raggio d’azione, aggiungendo alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico quella dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi.
Il testo oggi recita:
«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.»
Tre commi — il terzo aggiunto nel 2022 — che insieme costruiscono una visione dello Stato come custode attivo di ciò che non appartiene a nessuno in particolare perché appartiene a tutti: la cultura, la conoscenza, il paesaggio, la memoria storica, l’ambiente naturale. Non risorse da sfruttare — patrimoni da trasmettere intatti alle generazioni future.
La storia: cultura e paesaggio come fondamento repubblicano
Nell’Assemblea Costituente, l’articolo 9 fu discusso con una passione che oggi può sembrare sorprendente. In un paese uscito dalla guerra con città distrutte, infrastrutture in macerie e un’economia da ricostruire, dedicare un articolo della Costituzione alla promozione della cultura e alla tutela del paesaggio poteva sembrare un lusso.
Non lo era. I costituenti — molti dei quali erano intellettuali, storici, artisti — sapevano che la ricostruzione materiale senza la ricostruzione culturale avrebbe prodotto un paese senza identità e senza futuro. Sapevano che l’Italia aveva nel proprio patrimonio storico, artistico e paesaggistico una ricchezza unica al mondo — e che quel patrimonio era stato trattato dal fascismo come strumento di propaganda, non come bene da tutelare.
Concetto Marchesi, latinista e comunista, fu tra i più appassionati sostenitori di un articolo che mettesse la cultura al centro del progetto repubblicano. Aldo Moro, giovane democristiano destinato a una lunga carriera politica, sostenne la tutela del paesaggio come questione di identità nazionale. Il risultato fu un articolo breve ma denso, che affidava alla Repubblica non solo la tutela passiva del patrimonio esistente ma la promozione attiva della cultura e della ricerca.
La modifica del 2022: l’ambiente entra in Costituzione
Per settantaquattro anni l’articolo 9 non aveva menzionato esplicitamente l’ambiente. Non perché i costituenti fossero insensibili alla questione — semplicemente nel 1948 il problema dell’inquinamento industriale e della crisi ambientale non aveva ancora la visibilità che avrebbe acquisito nei decenni successivi.
Nel 2022, con una delle poche modifiche costituzionali approvate in modo bipartisan nella storia repubblicana, il Parlamento ha colmato questa lacuna. L’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi entrano nella Costituzione — e lo fanno con una clausola straordinaria: “anche nell’interesse delle future generazioni.” È la prima volta che la Costituzione italiana menziona esplicitamente i diritti di chi non è ancora nato. È un principio di responsabilità intergenerazionale che cambia il quadro: le risorse naturali non appartengono solo a chi vive oggi, ma a chi verrà dopo. Chi le distrugge non sta solo danneggiando il presente — sta rubando il futuro.
Il paesaggio come diritto collettivo
La “tutela del paesaggio” dell’articolo 9 non è estetica. Non significa preservare i panorami belli perché sono piacevoli da guardare. Significa riconoscere che il paesaggio — inteso come il risultato dell’interazione secolare tra l’uomo e il territorio — è un bene comune che appartiene alla collettività e che nessun interesse privato può appropriarsi o distruggere.
Questo ha conseguenze concrete e spesso conflittuali. Significa che una centrale eolica offshore visibile dalla costa di un territorio di straordinario valore paesaggistico non può essere autorizzata ignorando l’impatto visivo e ambientale sulla comunità che in quel paesaggio vive. Significa che un gasdotto che attraversa campi agricoli e zone costiere di pregio deve essere valutato non solo in termini di utilità energetica ma di costo paesaggistico e ambientale per le comunità locali. Significa che la cementificazione del territorio — che ha consumato negli ultimi settant’anni una quantità enorme di suolo agricolo e costiero — è una violazione dell’articolo 9 prima ancora che una cattiva politica urbanistica.
Il Salento sa bene cosa significa questo. Sa cosa significa vedere il proprio paesaggio come oggetto di decisioni prese altrove — da grandi aziende energetiche, da ministeri romani, da commissioni europee che ragionano in termini di megawatt e non di identità territoriale. Sa cosa significa scoprire un mattino che qualcuno ha piantato paletti nel tuo campo per un’infrastruttura che nessuno ti ha spiegato né chiesto.
Cultura e ricerca: il patrimonio che non si vede ma non si perde
La prima parte dell’articolo 9 — quella sulla promozione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica — è forse la meno discussa ma non la meno importante. Affidate alla Repubblica due funzioni che sembrano distanti ma che sono profondamente connesse: la trasmissione della memoria culturale e la produzione di nuova conoscenza.
La cultura non è solo il patrimonio del passato — i musei, le chiese, i siti archeologici. È anche la produzione culturale contemporanea: la letteratura, il cinema, la musica, il teatro, la ricerca artistica. È la capacità di una comunità di raccontarsi, di interpretare il proprio presente, di immaginare il proprio futuro attraverso le forme simboliche che le sono proprie.
La ricerca scientifica e tecnica è il motore della conoscenza che produce benessere, cura, innovazione. La Costituzione la affida alla Repubblica — non al mercato. Non perché il mercato non possa produrre ricerca utile, ma perché la ricerca di base — quella che non ha applicazioni commerciali immediate ma che è il presupposto di tutte le applicazioni future — ha bisogno di investimento pubblico stabile, non di ritorni a breve termine.
Cosa succederebbe se lo applicassimo davvero
Se l’articolo 9 fosse il parametro reale delle politiche culturali e ambientali, il consumo di suolo — che in Italia procede a un ritmo di decine di ettari al giorno — sarebbe trattato come un’emergenza costituzionale. Le coste non ancora cementificate sarebbero protette per legge dalla speculazione editoriale. I siti di interesse paesaggistico avrebbero una tutela effettiva, non quella formale che esiste sulla carta e viene aggirata nella pratica.
La ricerca universitaria riceverebbe investimenti adeguati — non i fondi residuali di un sistema che ha tagliato l’università e la ricerca per decenni, costringendo migliaia di ricercatori formati a spese della collettività italiana a emigrare verso paesi che li valorizzano. La produzione culturale indipendente — il giornalismo locale, il cinema di ricerca, la musica non commerciale, il teatro di comunità — avrebbe sostegno strutturale, non i bandi a pioggia che premiano chi ha già le spalle coperte.
L’ambiente — con la modifica del 2022 — sarebbe il parametro di ogni grande decisione infrastrutturale. Non un vincolo da aggirare con le procedure di valutazione di impatto ambientale accelerate, ma un diritto delle future generazioni da rispettare prima ancora di aprire il cantiere.
Un’applicazione vissuta
InOnda WebTV nasce nel 2011 come atto diretto di applicazione dell’articolo 9. Documentare il territorio, le sue tradizioni, i suoi eventi, le sue storie — portarli in video e diffonderli attraverso i canali social quando i media nazionali ignoravano sistematicamente il Salento — è promuovere la cultura nel senso preciso che la Costituzione intende. Non la cultura alta dei musei e dei convegni: la cultura viva delle comunità, quella che si trasmette nelle feste, nei riti, nei saperi artigianali, nelle lingue locali, nelle musiche popolari.
Quindici anni di archivio visivo del Salento — festival, sagre, iniziative civiche, paesaggi, storie di persone — sono un atto di tutela del patrimonio immateriale che lo Stato non fa abbastanza. MixEngine AI va nella stessa direzione: valorizzare la produzione musicale indipendente, dare strumenti a chi crea senza avere le risorse delle grandi produzioni, democratizzare l’accesso alla tecnologia che permette di fare cultura.
La mia citazione in Futurism and Technological Imagination (Rodopi/Brill 2009) è un atto di ricerca nel senso dell’articolo 9 — contribuire alla produzione di conoscenza su un tema che attraversa cultura, tecnologia e immaginazione del futuro. La ricerca non è solo quella nei laboratori: è anche quella che avviene all’incrocio tra discipline, tra tradizioni, tra mondi che di solito non si parlano.
Sul fronte ambientale e paesaggistico, il mio impegno è documentato: non ho mai trattato le infrastrutture energetiche impattanti sul territorio come opere da celebrare. Ho sempre posto la domanda che la Costituzione pone: a quale prezzo paesaggistico e ambientale, per quale beneficio reale alle comunità locali, con quale consenso delle popolazioni interessate?
La stella polare di Salento Dinamico
Salento Dinamico ha sempre considerato il paesaggio, la cultura e l’ambiente come risorse fondamentali dello sviluppo — non ostacoli da superare ma valori da preservare e valorizzare. Uno sviluppo che distrugge il paesaggio per creare posti di lavoro è uno sviluppo che mangia il proprio capitale: consuma in una generazione quello che ha richiesto secoli per formarsi.
La visione è quella dell’articolo 9 ampliato dal 2022: sviluppo nell’interesse delle future generazioni. Non sviluppo per chi c’è oggi a spese di chi verrà domani — ma sviluppo che costruisce nel rispetto di ciò che è stato ricevuto in eredità e che dovrà essere trasmesso intatto.
Il Salento è uno dei luoghi più belli d’Italia. Non per caso — per secoli di storia, di cultura, di rapporto tra uomini e terra. Quella bellezza non appartiene a nessuno in particolare. Appartiene a tutti, compresi quelli che non sono ancora nati.
La Costituzione lo dice. Noi lo pratichiamo.
Fonti: Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, sedute plenarie, 1946-1947; legge costituzionale n. 1/2022 — modifica degli artt. 9 e 41 della Costituzione in materia ambientale; Concetto Marchesi, interventi in Assemblea Costituente, 1947; ISPRA, rapporto sul consumo di suolo in Italia 2024; testo vigente della Costituzione della Repubblica Italiana, art. 9; Adriano Olivetti, scritti sull’urbanistica e la cultura del territorio; Salento Dinamico, archivio progettuale 2000-2026.
















0 commenti