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Quando manca la Tachipirina, il problema non è il farmacista

da 11 Maggio 2026Europa Strategica, Sanità e Salute0 commenti

Il 74% dei principi attivi che curano gli europei viene prodotto in Cina e in India. Dopo il Covid, la dipendenza è aumentata. E oggi basta una crisi nello Stretto di Hormuz per mettere a rischio le nostre terapie

di Francesco Giannetta — Maggio 2026


«Le strutture sono prigioni di lunga durata.» — Fernand Braudel, La Méditerranée, 1949


La farmacia come specchio della geopolitica

Nelle ultime settimane, le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno riportato in primo piano una vulnerabilità che l’Europa preferisce non guardare in faccia. Attraverso quello stretto di mare tra Iran e penisola arabica — dove transita circa il 20% del commercio marittimo mondiale — passa anche una quota significativa delle navi cargo che trasportano principi attivi farmaceutici dall’Asia verso i porti europei. Una crisi, un blocco, anche solo un rialzo dei costi di assicurazione marittima, e la catena si inceppa.

Non è teoria. È già accaduto. Durante la pandemia, il sistema si è incrinato e le farmicie italiane hanno cominciato a segnalare l’assenza di Tachipirina, Efferalgan, Tachifludec, Neoborocillina, Amoxicillina. L’Agenzia Italiana del Farmaco — AIFA — ha pubblicato bollettini di carenza che riguardavano antibiotici, antipiretici, antiepilettici, antipertensivi, antitumorali. Medicinali di uso quotidiano, non molecole sperimentali. E molti italiani, davanti allo scaffale vuoto, hanno fatto ciò che si fa davanti a qualcosa di incomprensibile: hanno dato la colpa al farmacista.

Il problema era altrove. Era strutturale. Ed è ancora lì.

I numeri di una dipendenza che non si vede

La maggior parte dei farmaci generici consumati in Europa viene prodotta in India. Ma il 70% delle molecole che gli indiani usano per produrli arriva dalla Cina. La catena è dunque questa: Cina produce le molecole di base, India le assembla nei farmaci, Europa li compra e li distribuisce. In questo schema, l’Europa è l’ultimo anello — il consumatore finale di una filiera produttiva che non controlla.

I dati aggiornati al 2025 parlano chiaro. Il 74% dei principi attivi più comuni consumati in Europa proviene da Cina e India, secondo il presidente di Farmindustria Marcello Cattani. L’Osservatorio Egualia-Nomisma 2025 quantifica la dipendenza europea nel 49% per i principi attivi, nel 60% per gli intermedi chimici e nell’85% per le materie prime regolamentate. Il Sole 24 Ore ha riportato questa settimana che l’80-90% della produzione globale di antibiotici è concentrata in Cina. Il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, intervenendo a marzo 2026 a Roma, ha utilizzato la cifra dell’80% per la dipendenza italiana da India e Cina per i principi attivi dei farmaci salvavita. Il 70% dei farmaci dispensati in Europa è costituito da farmaci generici — quelli a brevetto scaduto, più economici, più accessibili, e quasi interamente dipendenti da forniture asiatiche.

Sono percentuali che descrivono non un mercato, ma una dipendenza strategica. Del tipo di quelle che si definiscono rischi per la sicurezza nazionale.

Come è successo — e perché non è un incidente

Braudel aveva ragione: certe strutture si costruiscono in decenni e poi diventano prigioni. La dipendenza farmaceutica europea non è caduta dal cielo: è il risultato di scelte industriali precise, compiute tra gli anni Ottanta e i Duemila, quando le grandi aziende farmaceutiche occidentali hanno trasferito la produzione di principi attivi in Asia per ridurre i costi. La manodopera costava meno, le normative ambientali erano più permissive, i governi offrivano incentivi. La logica era quella della globalizzazione ottimizzante: produrre dove conviene di più, vendere dove si guadagna di più.

L’Italia aveva, in quegli anni, una delle tradizioni più forti al mondo nella chimica farmaceutica di base. Aziende come Montedison, Zambon, Recordati avevano costruito filiere produttive di eccellenza. Quella tradizione è stata progressivamente smantellata — non per incapacità, ma per scelta. Oggi lo stesso sottosegretario Gemmato parla di «riappropriarsi della grande tradizione della chimica farmaceutica di base che è stata propria dell’Italia negli anni ’80» come di un obiettivo da ricostruire. Il verbo “riappropriarsi” dice tutto: quella capacità la possedavamo, e l’abbiamo ceduta.

Il Covid ha svelato tutto — ma non ha cambiato niente

Il 2020 ha funzionato come una tomografia del sistema. Le interruzioni delle catene di approvvigionamento globali hanno reso visibile a chiunque ciò che gli addetti ai lavori sapevano da anni: l’Europa non controlla la produzione dei farmaci di cui ha bisogno. Le carenze nei reparti ospedalieri, le difficoltà nella distribuzione degli antivirali, la dipendenza dai fornitori asiatici per i dispositivi di protezione individuale e per i principi attivi dei farmaci più usati — tutto è emerso in pochi mesi con una chiarezza brutale.

La risposta politica è stata immediata: dichiarazioni, commissioni, piani di rilocalizzazione, fondi annunciati. E poi?

Secondo ING Think, la dipendenza dell’Occidente dalla produzione farmaceutica asiatica dopo il Covid non è diminuita. È aumentata. Il motivo è semplice e implacabile: produrre in Europa costa di più. I margini si riducono. Le pressioni competitive aumentano. E in assenza di un quadro regolatorio e di incentivi strutturali sufficientemente potenti da invertire la tendenza, le aziende continuano a fare ciò che conviene loro fare.

Il Critical Medicines Act: un passo, non una soluzione

A marzo 2025, la Commissione Europea ha presentato il Critical Medicines Act — una proposta di regolamento per affrontare strutturalmente il problema della dipendenza farmaceutica. Il Parlamento Europeo lo ha approvato in sessione plenaria nel gennaio 2026. L’obiettivo è rilocalizzare progressivamente la produzione di principi attivi essenziali all’interno dell’Unione, attraverso progetti strategici, criteri di appalto pubblico che privilegino la sicurezza di approvvigionamento rispetto al prezzo più basso, e incentivi alla produzione europea.

È un passo nella direzione giusta. Ma gli analisti del settore sono cauti: riportare la produzione di principi attivi in Europa richiede anni di investimenti, ricostruzione di competenze perse, e soprattutto la volontà di pagare farmaci che costeranno di più. ING Think ha posto la domanda esatta: le politiche orientate alla sicurezza nazionale cambieranno effettivamente i luoghi di produzione, o si limiteranno a rendere più costosi i medicinali che l’Europa continuerà a comprare dall’Asia?

Il paradosso è visibile nei dati macroeconomici: l’Europa farmaceutica registra un surplus commerciale di 221 miliardi di euro nel 2025, in crescita rispetto ai 195 miliardi del 2024. È un’industria potente, innovativa, competitiva nell’alto di gamma — nei farmaci di marca, nei biosimiliari, nell’oncologia avanzata. Ma dipende strutturalmente dall’Asia per le molecole di base, quelle che curano la febbre, l’infezione batterica, l’ipertensione quotidiana.

È come avere un’industria automobilistica che costruisce le auto migliori del mondo ma compra il 74% dell’acciaio da un unico fornitore geopoliticamente instabile.

Quello che la Regione Puglia non ancora misura

La sanità territoriale del Mezzogiorno è il punto di arrivo fisico di questa filiera globale. Ogni carenza di antibiotico segnalata dall’AIFA si traduce in una telefonata di un medico di base salentino che cerca alternative, in un paziente anziano che non trova il suo antipertensivo, in un reparto ospedaliero che deve ricorrere a farmaci sostitutivi meno efficaci o più costosi.

Eppure, nella programmazione sanitaria regionale, la dipendenza farmaceutica non è quasi mai trattata come una questione strutturale da affrontare strategicamente. Si gestiscono le carenze quando arrivano — si acquista il sostituto, si attiva il meccanismo emergenziale. Non si lavora a monte.

Cosa significherebbe lavorare a monte? Significa che la Regione Puglia potrebbe partecipare attivamente ai meccanismi del Critical Medicines Act — che prevede esplicitamente il coinvolgimento delle regioni europee nei processi di acquisto congiunto e di programmazione della resilienza farmaceutica. Significa che le università pugliesi con dipartimenti di chimica e farmacia potrebbero essere connesse ai programmi europei di ricerca sulla rilocalizzazione produttiva. Significa che il sistema delle ASL potrebbe costruire mappe di dipendenza farmaceutica territoriale — quali farmaci, per quanti pazienti, con quale grado di sostituibilità — che rendano visibile il rischio e ne consentano una gestione anticipatoria.

Non è fantascienza. È programmazione sanitaria nel XXI secolo.

Salento Dinamico e il diritto alla cura

Salento Dinamico ha sempre sostenuto che lo sviluppo di un territorio si misura anche nella qualità e nella continuità dei suoi servizi essenziali. La sanità è il più essenziale di tutti. E la sanità dipende, più di quanto la politica voglia ammettere, da catene industriali globali che un singolo paese — e a fortiori una singola regione — non può governare da sola.

Ma la consapevolezza della dipendenza è il primo passo per uscirne. Braudel ci ha insegnato che le strutture di lunga durata non sono eterne: cambiano, lentamente, quando le forze che le reggono si spostano. Le forze oggi si stanno spostando. Il Critical Medicines Act esiste. La volontà politica europea, per la prima volta, è esplicita.

La domanda è se i territori saranno dentro questo cambiamento — o se lo scopriranno, ancora una volta, quando lo scaffale della farmacia è già vuoto.


Fonti: Il Sole 24 Ore, 5 maggio 2026 (antibiotici Europa dipendenza Asia); Fortune Italia, maggio 2025; AboutPharma, novembre 2025; Changes-Unipol, marzo 2026 (Osservatorio Egualia-Nomisma 2025); Fedaiisf, aprile 2026 (crisi Hormuz, Critical Medicines Act); i-com.it, aprile 2026 (Farmaci e geopolitica); Farmindustria/Cattani, aprile 2026; LaPresse/Gemmato, marzo 2026; ING Think, gennaio 2026; AIFA bollettini carenze; Parlamento Europeo gennaio 2026 (Critical Medicines Act)

Sanità 2026

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