Osama, Mohammed e Luca: due egiziani e un italiano hanno fermato a Modena un cittadino italiano armato. Cosa dice di noi, davvero, questa storia?
Nei due giorni successivi all’aggressione di sabato 16 maggio sono emersi tre dati nuovi: le mail offensive del 2021 dell’aggressore, il percorso sanitario interrotto nel 2024, i nomi dei cittadini che lo hanno bloccato. Tre fratelli — Osama e Mohammed Shalaby, in Italia da trent’anni, “sogniamo una casa popolare”, e Luca Signorelli, abbracciato dalla Premier — sono l’Italia migliore. La domanda vera, sotto il chiasso, è un’altra: dove ha fallito il nostro sistema, e con quali parole gli rispondiamo come Repubblica?
di Francesco Giannetta — Maggio 2026
“Convivialità delle differenze: questo è il nome cristiano della pace.” — Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi (1935-1993)
I numeri e i nomi, due giorni dopo
Sono passate quasi quarantotto ore dall’aggressione di sabato 16 maggio in via Emilia Centro, a Modena. Otto i feriti, di cui quattro in condizioni gravi. Una donna di cinquantacinque anni ha subito l’amputazione di entrambe le gambe ed è tuttora in pericolo di vita. Salim El Koudri, trentun anni, cittadino italiano di origine marocchina, laureato in Economia all’Università di Modena e Reggio Emilia, residente a Ravarino con i genitori, è stato fermato con l’accusa di strage e lesioni aggravate. Al suo legale, in carcere, ha pronunciato una frase che riassume molto del suo stato mentale al momento dell’azione: “Ho preso un coltello e sono uscito, sapevo che quel giorno sarei morto. Andavo più forte che potevo.” Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha escluso ufficialmente la pista del terrorismo, ma — in un’intervista pubblicata oggi sul Giornale — ha aggiunto che il fatto “non può essere liquidato come il gesto di un folle isolato”. Una formulazione esatta, di cui torneremo a discutere.
Nelle ore successive all’aggressione sono diventati pubblici anche i nomi di coloro che, materialmente, hanno fermato l’aggressore mentre era armato di coltello e tentava la fuga. Si chiamano Osama e Mohammed Shalaby, due fratelli, egiziani, residenti a Modena da quasi trent’anni — vivono in Italia da quando erano bambini. Hanno una propria attività in zona, fanno parte da decenni del tessuto sociale modenese. Intervistati nelle ore successive, hanno detto al Resto del Carlino — con un’asciuttezza che meriterebbe di essere citata in tutte le aule di educazione civica del Paese — questa frase: “Siamo in Italia da trent’anni. Vorremmo che ci dessero finalmente una casa popolare.” Il terzo cittadino, italiano di nascita, si chiama Luca Signorelli: è il giovane che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in visita ieri a Modena insieme al Presidente Mattarella, ha abbracciato e ringraziato pubblicamente. “Una vita normale che diventa esempio”, ha detto Meloni. Le sue parole sono giuste. Vale però la pena ricordare che, dentro quella “vita normale” che ha fatto la differenza a Modena, ci sono nello stesso modo Luca, Osama e Mohammed. Tre cittadini. Una sola Repubblica.
Nessuno di loro, mentre l’aggressore si scagliava sulla folla, ha avuto modo di chiedere documenti agli altri. Hanno corso. Hanno raggiunto un uomo armato di coltello. Lo hanno atterrato. Lo hanno tenuto fermo fino all’arrivo della polizia. Uno di loro è stato accoltellato in quei minuti. Un ufficiale dell’Esercito Italiano, sul luogo per caso, ha poi salvato la vita alla donna ferita più gravemente applicandole un laccio emostatico di propria dotazione personale. Tutto questo è già la fotografia di un Paese che funziona — quando funziona — proprio perché è plurale.
Le mail del 2021 e il percorso sanitario interrotto nel 2024
Nelle ore successive sono emersi due ulteriori elementi documentati, fondamentali per leggere correttamente la vicenda. Il primo riguarda la storia clinica di El Koudri. Il 27 aprile 2021, in poco più di un’ora, l’uomo aveva inviato quattro mail all’Università di Modena e Reggio Emilia, presso cui si era poi laureato. In una di esse, secondo la documentazione resa pubblica dal Ministero dell’Interno, l’aggressore aveva scritto frasi gravemente blasfeme e offensive contro la religione cristiana, per poi chiedere scusa nelle ore successive. Le mail riguardavano una richiesta di lavoro insoddisfatta. L’Università di Modena, all’epoca, segnalò immediatamente le mail alle forze dell’ordine. Dagli accertamenti svolti nel 2021 non emerse nulla che facesse temere il dramma di sabato. Il secondo elemento è una ricostruzione fornita dalla sindaca di Ravarino, Maurizia Rebecchi: “Nel 2022 questo giovane chiese un’informazione rappresentando un malessere. Non venne preso in carico dai servizi sociali, perché orientato verso il percorso sanitario. Da lì, l’accesso al Centro di Salute Mentale che lo ha seguito per i due anni successivi, fino al 2024.” Poi — spiega ancora la sindaca — il percorso si è interrotto: “Non è che non sia stato seguito. C’è una componente di autodeterminazione della persona, a meno che non ci siano situazioni così gravi che prevedano un intervento forzato.”
Questo passaggio è il cuore politico dell’intera vicenda, e merita di essere capito con esattezza. In Italia, dal 1978, la legge 180 — la celebre legge Basaglia — ha riformato in modo radicale il rapporto fra cittadino, malattia mentale e Stato. Sono stati chiusi i manicomi. È stato affermato il principio che nessuno può essere internato contro la propria volontà se non in condizioni di accertato pericolo, attraverso un Trattamento Sanitario Obbligatorio disposto da medici e ratificato dall’autorità giudiziaria. Da allora la presa in carico psichiatrica è — come deve essere in uno Stato di diritto — volontaria. Quando un paziente decide di interrompere il percorso, il sistema sanitario non ha strumenti coercitivi a meno di un quadro di pericolosità conclamata che si manifesti in modo evidente. È un principio di civiltà giuridica fondamentale, che nessuno chiede di smantellare. Ma è anche un principio che, da solo, non basta. Senza una rete territoriale di servizi capace di rendere la presa in carico volontaria attrattiva e continuativa — assistenza sociale, accompagnamento al lavoro, sostegno alle famiglie, integrazione fra Centri di Salute Mentale e servizi sociali municipali — ogni paziente che “esercita la propria autodeterminazione” può uscire dal radar fino al momento in cui la pericolosità diventa cronaca.
I dati dell’Istituto Superiore di Sanità sono noti: il finanziamento dei Dipartimenti di Salute Mentale italiani è da quindici anni inferiore alla soglia raccomandata del 5% del Fondo Sanitario Regionale. Mancano psichiatri, psicologi, assistenti sociali, infermieri territoriali. Le liste di attesa per le prime visite si sono allungate. La continuità terapeutica dopo la dimissione dai Centri Diurni si è indebolita. I bilanci regionali del Servizio Sanitario, schiacciati dalla spesa farmaceutica e ospedaliera, hanno progressivamente sottofinanziato la psichiatria territoriale. È esattamente nello spazio aperto da questo definanziamento che storie come quella di Salim El Koudri scivolano, una dopo l’altra, dai radar del sistema. Quando, due anni dopo, riemergono — nelle forme più drammatiche possibili — qualcuno parla di “criminale di seconda generazione”. È un titolo facile. La verità, però, è un’altra: in un sistema sanitario adeguato a una società moderna, una storia clinica così non sarebbe potuta finire così.
Piantedosi: “Disagio psichico, ma non gesto isolato”
Vale la pena leggere con attenzione l’intervista del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi pubblicata oggi su Il Giornale, perché — sotto un titolo redazionale “Quella mail di Salim contro i cristiani — Non è solo un folle” — le parole del ministro sono in realtà molto equilibrate e, in alcuni passaggi, sorprendentemente civili. Piantedosi conferma: nessuna evidenza di radicalizzazione islamista strutturata, nessun collegamento con reti di propaganda fondamentalista. Ribadisce che il movente, allo stato degli atti, è collocabile in un quadro di disagio psichiatrico documentato. Ma aggiunge: “L’integrazione non si misura con un titolo di studio, un passaporto o con un’etichetta sociologica. Il disagio psichico non può diventare un elemento per evitare una riflessione più ampia sulle fragilità identitarie, sociali e culturali.” E indica due scenari “ugualmente scomodi”: se dovesse emergere una matrice radicale tardiva, bisognerà capire come il sistema di prevenzione l’abbia mancata; se invece resta confermata la lettura di una deriva psichiatrica o di un gesto emulativo, “il problema non sarebbe affatto minore”.
Il ministro, in altre parole, dice esattamente quello che — su queste pagine — avevamo scritto ieri sera, e che oggi vale la pena ribadire: il problema non si esaurisce nell’origine familiare dell’aggressore. Riguarda la qualità della nostra integrazione, certo, ma anche e soprattutto la qualità dei nostri servizi sanitari territoriali, dei nostri servizi sociali municipali, della nostra capacità — come Repubblica — di non perdere per strada chi ha bisogno di un accompagnamento e poi precipita nelle proprie fragilità senza più nessuno accanto. È un punto, questo, che taglia trasversalmente lo schema politico tradizionale. Non è “di destra” né “di sinistra”. È del Paese reale.
Le parole che pesano: tre linguaggi davanti allo stesso fatto
Nelle stesse ore in cui il Ministro Piantedosi rilasciava queste dichiarazioni equilibrate, il Vicepremier e Ministro dei Trasporti Matteo Salvini sceglieva, su Radio 24, una formulazione diversa. “Peggio mi sento”, ha detto, riferendosi al fatto che El Koudri sia cittadino italiano. “Se va in giro col coltello in macchina, falcia la gente a 100 all’ora in centro a Modena e scrive ‘bastardi cristiani’ e inneggia ad Allah in arabo su profili chiusi da Facebook, evidentemente ancora è più grave. Non era un disadattato che viveva sotto un ponte, addirittura laureato.” È una posizione legittima quanto si vuole, in democrazia. Ma vale la pena fermarsi un istante sulla differenza di linguaggio. Un Ministro dell’Interno della Repubblica usa una grammatica analitica e responsabile, che chiede al Paese di non semplificare. Un altro Vicepremier, nello stesso governo, dice “peggio mi sento” perché un cittadino italiano ha compiuto un atto criminale. Sono due lingue diverse della Repubblica. E in una democrazia matura, quale lingua si sceglie di parlare è già un atto politico.
Va aggiunto un terzo linguaggio, che dovrebbe pesare di più di tutti gli altri. Quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è andato a Modena domenica, ha visitato i feriti, ha ricevuto i cittadini intervenuti, ha pronunciato il “grazie” della Repubblica a Luca Signorelli, a Osama e Mohammed Shalaby, e a tutti coloro che, “con coraggio civile”, hanno fermato l’aggressore. Quello della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che — accanto a Mattarella, e l’immagine ha pesato — ha abbracciato Luca Signorelli definendolo “esempio” e ha riconosciuto, nel proprio comunicato, il coraggio “dei cittadini, italiani e di origine straniera, che hanno fermato il responsabile”. Quello del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, in visita a Modena oggi, che ha proposto un riconoscimento ufficiale per Luca Signorelli e ha annunciato di voler incontrare anche gli altri cittadini intervenuti. Sono tre voci di governo coerenti con la grammatica istituzionale dell’Italia: solidarietà, riconoscimento, ringraziamento, fiducia nelle indagini. È un linguaggio che tiene insieme il Paese al di sopra delle differenze politiche. Quando una sola voce, fuori coro, sceglie un’altra strada — quella del “peggio mi sento” — non sta solo esprimendo un’opinione personale. Sta firmando, agli occhi di chi ascolta, una linea diversa.
Salento Dinamico: la convivialità delle differenze, dal Salento a Modena
Don Tonino Bello, vescovo della mia Puglia, di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi dal 1982 fino alla morte nel 1993, parlava di “convivialità delle differenze” come del nome cristiano — e civile, prima ancora — della pace. Non era una formula astratta. Era il programma di un cattolicesimo civile che aveva camminato nelle periferie di Molfetta, con i poveri, con i tossicodipendenti, con i migranti che già allora arrivavano sulle coste della Puglia, con le famiglie operaie che non arrivavano a fine mese. La “convivialità delle differenze”, per Don Tonino, voleva dire esattamente quello che ieri, sabato sera, a Modena, Osama, Mohammed e Luca ci hanno mostrato senza bisogno di dire una parola: che la sicurezza di una comunità non si difende escludendo, ma includendo. Non si difende segnando con il dito chi ha un cognome diverso, ma riconoscendo che davanti alla violenza una città intera reagisce con i propri anticorpi — e quegli anticorpi sono fatti di tutti i suoi abitanti, indistintamente.
Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, una delle premesse non scritte di quel progetto era esattamente questa. Lo sviluppo di un territorio del Sud, oggi, si costruisce solo se quel territorio sa essere convivialmente plurale. Il Salento e la Puglia sono terre di accoglienza — dal primo grande sbarco albanese del 1991 a oggi — e contemporaneamente terre di emigrazione, perché tanti nostri laureati pugliesi vanno a lavorare in Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio, e lì sono ricevuti come “stranieri”. Ciò che chiediamo per i nostri figli e nipoti all’estero — di essere accolti, valorizzati, ringraziati per quello che danno alla società in cui vivono — è esattamente ciò che dobbiamo offrire qui, alla scala dei nostri piccoli comuni del Capo di Leuca, dei nostri quartieri di Lecce, di Bari, di Foggia. Non è buonismo. È reciprocità. È convivialità delle differenze, nel senso esatto in cui la intendeva Don Tonino. Ed è il fondamento — al netto di tutte le polemiche di queste ore — di qualsiasi sviluppo serio del Sud nei prossimi vent’anni.
A Modena, sabato pomeriggio, un cittadino italiano malato di mente ha tentato la strage. Osama Shalaby, suo fratello Mohammed Shalaby — in Italia da trent’anni, in attesa di una casa popolare che non è ancora arrivata — e Luca Signorelli, italiano di nascita, lo hanno fermato. Un ufficiale dell’Esercito Italiano ha salvato la vita a una donna con il proprio laccio emostatico. Il Presidente della Repubblica e la Presidente del Consiglio sono andati insieme dai feriti. Tre Ministri parlano lingue diverse della stessa Repubblica. La domanda che dobbiamo porci, oggi e nei prossimi giorni, è: quale di quelle lingue scegliamo di parlare, e in che modo possiamo costruire — concretamente, dal basso, nei nostri territori — le condizioni perché chi soffre non scivoli fuori dai radar, perché chi è straniero da trent’anni ottenga finalmente la sua casa popolare, perché chi è italiano si senta protetto da uno Stato che non semplifica? È questa, alla fine, l’Italia di cui parla Don Tonino Bello. È questa l’Italia che dal Salento — come da Modena — vale la pena continuare a costruire insieme.
Fonti: Comune di Modena — conferenza stampa del sindaco Massimo Mezzetti, 16 maggio 2026; Prefettura di Modena — conferenza stampa della Prefetta Fabrizia Triolo, 16 maggio 2026; Procura della Repubblica di Modena — fermo per strage e lesioni aggravate, 16 maggio 2026; Quirinale e Palazzo Chigi — comunicati sulla visita istituzionale a Modena, 17 maggio 2026; Ministero dell’Interno — intervista del Ministro Matteo Piantedosi a Il Giornale, 18 maggio 2026; Radio 24, “24 Mattino” — dichiarazioni del Vicepremier Matteo Salvini, 18 maggio 2026; Il Resto del Carlino, “Bastardi cristiani — email Salim Modena” e “Saku l’eroe venuto col barcone”, 18 maggio 2026; Open Online, “Salim El Koudri, l’attentatore di Modena e il disturbo schizoide”, 18 maggio 2026; Il Fatto Quotidiano, “El Koudri, le email all’università: ‘Bastardi cristiani'”, 18 maggio 2026; Leggo, dichiarazioni della sindaca di Ravarino Maurizia Rebecchi sul percorso sanitario, 18 maggio 2026; Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore) — comunicazione sulla segnalazione del 27 aprile 2021; Ministero degli Esteri — proposta di riconoscimento ufficiale per Luca Signorelli, dichiarazioni del Vicepremier Antonio Tajani, 18 maggio 2026; Legge 13 maggio 1978 n. 180 (“Legge Basaglia”); Istituto Superiore di Sanità — rapporti annuali sui Dipartimenti di Salute Mentale italiani; Società Italiana di Psichiatria — analisi del finanziamento dei DSM; Don Tonino Bello, “Convivialità delle differenze”, Edizioni Insieme, Terlizzi, 1992.















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