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Napoli sceglie l’educazione contro la violenza: cosa può imparare il Salento — e tutto il Sud — dalla marcia di oggi?

da 16 Maggio 2026Cultura0 commenti

Don Mimmo Battaglia, Libera, CGIL, UIL, la Regione Campania, decine di associazioni: una grande coalizione civile attraversa oggi le strade di Napoli per “liberare la città dalle violenze”. È una marcia che riguarda da vicino il Sud intero, e il Salento più di quanto sembri.

di Francesco Giannetta — Maggio 2026

“Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto.” — Beato don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, assassinato dalla mafia di Cosa Nostra a Palermo il 15 settembre 1993, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno.

Una grande coalizione civile in marcia su Napoli

Mentre scrivo queste righe, sabato 16 maggio 2026, le strade di Napoli accolgono la Marcia popolare dell’Educazione e della Prevenzione. È un corteo nato dal basso e cresciuto in mesi di assemblee nei quartieri popolari della città, in particolare a Ponticelli, dove poche settimane fa un nuovo omicidio — quello del giovane Fabio Ascione — ha rappresentato per molti la soglia oltre la quale non era più possibile tacere. La marcia è stata convocata da Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli, insieme a Libera contro le mafie, e ha raccolto adesioni che attraversano l’intera società civile campana: la CGIL e la UIL regionali, decine di associazioni territoriali, parrocchie, scuole, l’amministrazione della Regione Campania guidata dal presidente Roberto Fico, il Partito Democratico, gruppi cattolici e laici di base.

È la fotografia di una città — e di una regione — che dopo settimane di violenza ha scelto di non rispondere con il rumore della cronaca nera ma con la composizione paziente di una coalizione. È un metodo. E in un Paese in cui troppo spesso ogni tragedia dura una settimana di indignazione e poi sparisce, è un metodo che merita di essere studiato con attenzione, soprattutto da chi vive negli altri territori del Sud — il Salento incluso — dove le forme della criminalità sono diverse ma il rischio di rassegnazione è lo stesso.

Don Mimmo Battaglia: la Chiesa che chiama in piazza

Don Mimmo Battaglia, arcivescovo di Napoli dal 2020, è una delle voci più riconoscibili della Chiesa italiana contemporanea. Cresciuto come parroco in un quartiere popolare di Catanzaro, vescovo di Cerreto Sannita-Telese-Sant’Agata de’ Goti, e poi chiamato da Papa Francesco alla guida della Chiesa napoletana, Battaglia ha costruito in pochi anni una credibilità particolare proprio perché ha rifiutato di trasformare la sua missione in un esercizio di consolazione astratta. Ha parlato — e ha parlato chiaramente — di mafie, di disuguaglianze, di lavoratori sfruttati, di bambini abbandonati, della guerra a Gaza, dei migranti respinti, dei giovani lasciati senza prospettiva nei quartieri della sua arcidiocesi. La sua voce, accolta da molti come “profetica”, ha riportato dentro la grammatica del cattolicesimo italiano quella radicalità sociale che era stata di Don Tonino Bello a Molfetta, di Don Pino Puglisi a Brancaccio, di Don Andrea Gallo a Genova, e prima ancora di Don Lorenzo Milani a Barbiana.

Quando un arcivescovo di Napoli chiama la sua città a marciare contro la violenza, non lo fa per fare propaganda. Lo fa perché — alla maniera dei profeti biblici — sente che il silenzio sarebbe complicità. Il fatto che oggi quella chiamata sia stata raccolta non solo dai cattolici, ma anche dai sindacati, dalla sinistra, dal Movimento 5 Stelle attraverso la presidenza della Regione, dal PD, da Libera, da centinaia di associazioni di volontariato — significa che la società civile italiana è ancora capace di riconoscersi attorno a un’autorità morale, quando quell’autorità parla con la voce giusta. È una notizia in sé, in un’Italia che da troppi anni si racconta come frammentata, scettica, individualizzata.

Il metodo Libera: educazione e prevenzione come politica vera

L’aggettivo che dà il nome alla marcia di oggi non è casuale: “popolare”, “dell’educazione e della prevenzione”. È un linguaggio che porta la firma riconoscibile di Libera, l’associazione che Don Luigi Ciotti fondò nel 1995 raccogliendo le energie civili italiane intorno a un’idea precisa: la lotta alle mafie non si vince con la sola repressione poliziesca e giudiziaria, per quanto necessaria, ma con un lavoro paziente sulle radici. Quelle radici, secondo Libera, sono tre: l’educazione dei giovani, la prevenzione sociale nei quartieri vulnerabili, e il riuso a fini civili dei beni confiscati ai clan, perché un appartamento o un terreno confiscato a un boss e restituito alla comunità è un segno concreto che lo Stato c’è. È il metodo che in trent’anni ha trasformato l’antimafia da gesto eroico di pochi a tessuto sociale di molti.

A Napoli quel metodo si è incarnato in modi specifici. Nel maggio 2026 il Comune ha pubblicato un bando per assegnare gratuitamente ventuno beni confiscati alla camorra a progetti di rilevanza sociale — luoghi che un tempo erano espressione del potere criminale e che diventano ora presìdi di cittadinanza attiva. La Prefettura di Napoli ha avviato un protocollo con le associazioni del turismo per estendere fino a tre generazioni precedenti i controlli antimafia nel settore alberghiero e della ristorazione, cuore economico di una città che vive di accoglienza. Sono atti amministrativi, certo. Ma sono atti che funzionano solo se vengono accompagnati da quella forza civile che oggi marcia per le strade della città. Senza popolo, le procedure restano carta. Con il popolo, diventano direzione politica reale.

Da Impastato ad Ascione: il filo lungo di una memoria che fa politica

Pochi giorni fa, su queste pagine, abbiamo ricordato Peppino Impastato, ucciso dalla mafia di Tano Badalamenti la notte fra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi, in Sicilia. Avevamo scritto che la sua memoria, cancellata per anni dal depistaggio mafioso e dall’oblio mediatico, ha potuto sopravvivere soltanto grazie alla madre Felicia, al fratello Giovanni, ai compagni, al Centro Siciliano di Documentazione, e infine a tutta una rete civile che ha tenuto vivo il suo nome fino alla condanna definitiva di Badalamenti, ventiquattro anni dopo. C’è un filo che lega Cinisi 1978 e Ponticelli 2026, quasi mezzo secolo dopo. È il filo di una verità semplice: la memoria di chi viene ucciso dalle mafie non è mai un fatto privato di una famiglia. È un patrimonio della Repubblica. E ogni volta che una comunità si rifiuta di lasciarla cadere, fa un atto di politica nel senso più alto del termine.

L’omicidio di Fabio Ascione, che ha fatto da innesco a questa marcia, non è una notizia di cronaca da consumare in una settimana. È un nome che entra nell’elenco lungo, troppo lungo, delle vittime innocenti delle mafie italiane — l’elenco che Libera legge ogni anno il 21 marzo, a voce alta, in piazze sparse per tutto il Paese. La risposta giusta a quell’omicidio non è soltanto la cattura dei colpevoli — anche se la cattura dei colpevoli è il minimo indispensabile dovuto allo Stato di diritto. La risposta giusta è il modello civile che si rimette in moto attorno al suo nome: l’educazione nei quartieri, la presenza delle istituzioni nei territori dimenticati, le scuole aperte la sera, i centri culturali nei rioni, le associazioni di volontariato che lavorano con i ragazzi che rischiano di scivolare verso i clan, i beni confiscati che diventano spazi di comunità. Tutto questo è già metodo Libera. Tutto questo è già metodo Don Battaglia. Tutto questo è il metodo che oggi marcia per Napoli.

Vale la pena ricordare, in un giorno come questo, che proprio oggi si compie un’altra coincidenza significativa per la coscienza pubblica italiana. Papa Leone XIV, da poco eletto al soglio pontificio, è in visita all’Università La Sapienza di Roma, accolto da studenti e docenti con calore inatteso — diciotto anni dopo le contestazioni che, nel 2008, indussero Benedetto XVI a rinunciare a una visita programmata nello stesso ateneo. Nello stesso sabato, dunque, due gesti pubblici della Chiesa italiana convergono in direzione del rinnovamento civile e morale del Paese: un papa accolto dalla parte più giovane dell’università pubblica, e un arcivescovo che porta la propria città in strada contro la criminalità. Non sono coincidenze sufficienti a far dire che l’Italia ha svoltato. Ma sono due segnali, nello stesso giorno, che meritano di non essere lasciati cadere.

Salento Dinamico e la lezione di Napoli: contro le criminalità di ogni territorio

C’è una parte di chi legge questo articolo dal Salento che potrebbe pensare: tutto bello, ma cosa c’entra Napoli con noi? Le criminalità del Sud non sono tutte uguali, ed è giusto distinguere. La camorra napoletana ha caratteristiche storiche, sociali e geografiche profondamente diverse, ad esempio, dalla Sacra Corona Unita pugliese, che ha avuto la sua nascita più recente, una struttura più frammentata, una presenza territoriale più discontinua. Distinguere è doveroso. Ma a un livello più profondo — quello del metodo che le comunità civili adottano per non lasciarsi schiacciare — la lezione di Napoli vale per ogni territorio del Mezzogiorno, Salento incluso. Vale per ogni piccolo comune del Capo di Leuca dove una giunta amministrativa si trova a decidere se aprire un appalto sotto la lente dell’antimafia. Vale per ogni paese dell’interno salentino dove una scuola sceglie se inserire o no in programma un’ora di legalità. Vale per ogni associazione di volontariato pugliese che cerca di occuparsi di ragazzi a rischio di esclusione, e che lavora con risorse spesso insufficienti.

Quando, già negli anni dal 2000 al 2005 e poi in forma più strutturata dal 2009, ho cominciato a pensare Salento Dinamico, il presupposto era esattamente questo: il Sud non si difende delegando tutto allo Stato centrale. Il Sud si difende costruendo, nei territori, quel tessuto civile capace di far funzionare lo Stato quando c’è e di sostituirlo quando manca. Una rete di comunità, conoscenze, scuole, parrocchie, sindacati, associazioni di volontariato, amministrazioni locali oneste, imprese sane. Una rete che renda difficile, materialmente difficile, l’attecchimento di logiche criminali e clientelari. È un lavoro lento. È un lavoro che non dà titoloni. È un lavoro che richiede di farsi trovare in piazza quando un arcivescovo chiama, di andare alle riunioni delle associazioni del proprio paese quando convocano, di sostenere le scuole pubbliche del proprio quartiere, di partecipare ai presìdi di Libera nelle scuole superiori del Salento e della Puglia. Don Pino Puglisi lo diceva con una frase che non è invecchiata e che ho scelto come epigrafe di questo articolo: “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”. È il programma più realista che abbiamo. Lo è oggi a Napoli. Lo è da sempre nel Salento. Lo sarà sempre, ovunque qualcuno sceglierà di non rassegnarsi.


Fonti: Arcidiocesi di Napoli — appello di Don Mimmo Battaglia per la Marcia popolare dell’Educazione e della Prevenzione, maggio 2026; Libera Campania — comunicati e materiali della Marcia popolare dell’Educazione, Napoli 16 maggio 2026; ANSA Campania, “Una marcia per liberare Napoli dalle violenze, sabato la Uil ci sarà”, 13 maggio 2026; ANSA Campania, “Legalità, sabato Cgil in piazza per la marcia popolare dell’educazione”, 14 maggio 2026; Comune di Napoli — bando di assegnazione gratuita di ventuno beni confiscati alla camorra, maggio 2026; Prefettura di Napoli — protocollo prevenzione amministrativa antimafia nel settore turismo, maggio 2026; Wikipedia (en) — voce Roberto Fico, Presidente della Regione Campania dal 9 dicembre 2025; Libera — associazioni, nomi e numeri contro le mafie, sito istituzionale; Conferenza Episcopale Italiana — visita di Papa Leone XIV all’Università La Sapienza, Roma, 16 maggio 2026; Don Pino Puglisi, omelia e scritti pastorali, Centro di Accoglienza “Padre Nostro”, Palermo-Brancaccio.


No Violenza 2026

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